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comunicato stampa

Ultimi giorni per visitare la mostra senigalliese su San Michele Arcangelo, il principe delle milizie celesti

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da Lorenza Zampa


C’è tempo fino al 12 febbraio per visitare l’ultima tappa della mostra itinerante “Sulle orme di san Michele Arcangelo. Pellegrini e devoti nell’arte da Crivelli a Caravaggio ”, allestita nel Palazzetto Baviera di Senigallia e curata dal professore Stefano Papetti, docente di museologia all’Università di Camerino e direttore della Pinacoteca Civica di Ascoli.

Tre sedi espositive, tre diverse città – Loreto per prima, poi Ascoli Piceno e infine Senigallia - che si sono avvicendate a partire dal 9 aprile dello scorso anno per ospitare la stessa esposizione, dal respiro artistico, storico e devozionale.

Il tema che emerge in questo progetto curatoriale lega infatti la produzione artistica, soprattutto marchigiana, alle forme di devozione a santi specifici, come pure ai percorsi di fede e ai pellegrinaggi intrapresi dal Medioevo in poi da uomini e donne di ogni ceto sociale e provenienza. Ecco perché la prima tappa non poteva che essere la città santuario par excellence, ed ecco soprattutto la ragione di una mostra itinerante, che già in questa scelta recupera la dimensione dello spostamento, del viaggio.

Visitabile dal giovedì alla domenica negli orari 15-20, nella tappa senigalliese sono presenti essenzialmente opere pittoriche che evidenziano l’importanza di una devozione consegnata soprattutto a quei santi, come Michele arcangelo e san Rocco, i quali hanno rappresentato una fede sempre vigile e combattiva, o hanno portato avanti un’opera di evangelizzazione itinerante. Nel novero delle opere della mostra vanno incluse anche sculture lignee, oggetti fittili e monumentali manufatti come il prezioso stendardo processionale dell’artista seicentesco Ludovico Trasi, ascolano, con raffigurati la Madonna del Rosario e santi sul recto, cioè il davanti, e San Rocco e San Sebastiano sul verso, cioè la parte posteriore. Santi quest’ultimi sempre invocati per scongiurare gli effetti nefasti delle pestilenze.

Riprendendo il titolo della mostra, occorre sottolineare come non sia certo un caso che proprio il culto micaelico sia stato il più diffuso nei territori del Piceno: è qui infatti che si stanziarono i Longobardi, popolo preminentemente di guerrieri. Collocato a inizio percorso espositivo, è a tutti gli effetti un guerriero, altero ed aristocratico, l’Arcangelo dorato che viene rappresentato nel polittico tardo quattrocentesco con la Madonna col Bambino in trono e Santi di Pietro Alamanno. Artista austriaco, fu vicino sia alla maniera crivellesca sia allo stile padovano dei cosiddetti “squarcioneschi” (perché seguaci del pittore Francesco Squarcione). Nel polittico in questione, la rappresentazione iconografica del santo assomma tutte le qualità riconosciutegli dalla Chiesa, ovverosia il ruolo di giudice, che pesa le anime nel giorno del Giudizio, e di vigile custode dell’umanità colto nell’atto di scacciare Lucifero. Questi figura agonizzante ai piedi del santo e nelle sembianze di un diavolo, per renderne al meglio la malignità, ma è curioso constatare come la forma assegnata al principe delle tenebre possa essere plasmata dagli artisti in maniera diversa da quella tradizionale. È il caso del Lucifero dipinto da Lorenzo Lotto nell’opera San Michele Arcangelo caccia Lucifero del 1545 circa, conservato al Museo Pontificio di Loreto. Non presente in questa mostra, è però indubbiamente un dipinto da conoscere: si è infatti al cospetto di un Lucifero con tratti e fisionomie pienamente umane, oltre che estremamente delicate.

Giovenale da Orvieto è invece l’artista cui spetta il compito di chiudere la mostra: la sua Traslazione del corpo di San Giacomo Maggiore, risalente al 1441 e proveniente da Camerino, è una pregevole tavola dipinta, presumibilmente parte della predella di un polittico smembrato. È animata da uno spirito narrativo, ancora di gusto medievale, a cui si unisce quel respiro evocativo, un po’ onirico, ravvisabile per esempio nell’arte di Pisanello, tra i più alti rappresentanti dello stile gotico cortese. E com’è raffinato, quindi “cortese” anche qui, il personaggio che forse più di ogni altro spicca sulla scena restituitaci da Giovenale da Orvieto: compare in primo piano in sella a un cavallo nero ed entrambi sono elegantemente rivestiti da tante conchiglie, simbolo identificativo degli Jacopei, cioè i pellegrini diretti a Santiago de Compostela, città consacrata proprio a San Giacomo Maggiore.

Ma se dovessimo individuare l’opera più significativa di tutta la mostra, nonché dell’idea di pellegrino come colui che va per ager, al di là del campo letteralmente, come uno straniero, sarebbe indubbiamente la tela fanese di Francesco Guerrieri. Pittore forsempronese, intorno a metà Seicento dipinge San Carlo Borromeo ricevuto dai nobili Petrucci in abiti da pellegrini, opera conservata nella Pinacoteca civica del Palazzo Malatestiano a Fano, che risulta essere un mirabile racconto visivo di un episodio realmente accaduto nel 1564. Si racconta infatti che Antonio Petrucci, il nobile rappresentato in primo piano, in quell’anno fosse andato incontro all’Arcivescovo Borromeo presso il santuario di Santa Maria al Ponte Metauro, sempre a Fossombrone, in abiti da mendicante, assieme alla moglie, rappresentata da Guerrieri proprio alle spalle del marito. Le stoffe lacerate dei due coniugi, le maniche consunte fino a lasciar vedere le carni nude e sporche, i piedi scalzi, arrossati ma forti, sono eleganti echi caravaggeschi, depurati però dall’intensa drammaticità del Merisi, mentre la porzione di cielo nello scorcio in alto a destra ricorda il paesaggismo dei pittori veneti. Nell’intreccio di mani tese o incrociate al petto, nodose e sporche ma delicatissime perché sempre di nobili si tratta, così come negli eburnei colli protesi delle donne rappresentate accanto al santo meneghino, si coglie tutta la devozione e la fatica che accompagnava i viaggi dei pellegrini. Fatica e attesa che alla fine del viaggio si sciolgono per poi raggrumarsi in quella lacrima trasparente e liberatoria che scende dall’occhio commosso di Antonio Petrucci. Nel complesso, la mostra merita una visita, anche se avremmo preferito vedere qualche pannello descrittivo in più e un allestimento più articolato e meno scarno.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 30-01-2023 alle 17:32 sul giornale del 31 gennaio 2023 - 386 letture






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