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Festival Epicureo 2022, Enrico Piergiacomi: “Dialogo culturale come mezzo per la felicità”

7' di lettura Senigallia 14/07/2022 - Filosofia epicurea e piacere: ecco il tema dell’intervento doppio che si terrà alle 18 di venerdì 22 luglio, sul palco di piazza Garibaldi a Senigallia. A parlare insieme a Philip Mitsis, professore alla New York University, sarà Enrico Piergiacomi, ricercatore all’Università di Trento, che per anni si è dedicato al tema del piacere, anche all’interno della riflessione religiosa.

Si è a lungo occupato del piacere, anche in relazione ai valori cristiani. Possiamo trovare alcune influenze dell’Epicureismo nel cristianesimo?

"Per quel che riguarda la morale epicurea, la ricezione cristiana è stata abbastanza positiva. Alcuni Padri della Chiesa di estrazione sia greca sia latina avevano apprezzato gli insegnamenti di Epicuro sulla temperanza, sul controllo dei desideri, sulla gestione della ricchezza, sull’imperturbabilità da tenere davanti alla morte e sulla lotta alle superstizioni dei culti pagani tradizionali, che erano stati già isolati e lodati da Seneca nelle Epistole a Lucilio.

Per fare due soli esempi, lo fecero Clemente di Alessandria negli Stromati e Ambrogio da Milano nel Contro Gioviniano.

L’apprezzamento ha avuto qualche ripresa ulteriore nel Medioevo, ma è soprattutto tra il Quattrocento e il Seicento che la morale epicurea ha avuto particolare fortuna, tanto che possiamo qui rintracciare la corrente filosofica dell’«edonismo cristiano». Sotto tale espressione, raccolgo autori che erano favorevoli all’identità del bene con il piacere “catastematico” o in riposo descritto da Epicuro e che ritenevano che tale piacevolezza fosse promossa in particolare dalla pratica della virtù / della religione cristiana.

Pensiamo al terzo libro del dialogo Sul vero e sul falso bene di Lorenzo Valla (1407- 1457), al colloquio Epicureus di Erasmo da Rotterdam (1466-1536), o all’opera filosofica di Pierre Gassendi (1592-1655), il quale recupera dall’epicureismo anche altre dottrine positive: l’atomismo, la teoria della conoscenza, la psicologia. Tuttavia, questa valutazione positiva era sporadica e non giunse mai fino alla piena adesione dottrinale, persino nei maggiori simpatizzanti di Epicuro. Basti ricordare che gli stessi “edonisti cristiani” sopra ricordati salvavano la morale del piacere dopo aver respinto gli aspetti più empi e pericolosi della filosofia epicurea, in particolare la negazione della provvidenza e la critica all’immortalità dell’anima."

Con particolare riferimento al saggio “La libertà, il piacere, la morte”, frutto di una collaborazione con Phillip Mitsis, Lei afferma che l’epicureismo presenta teorie vive e presenti nella contemporaneità. In che senso?

"Credo sia utile distinguere tra “attualità” e “contemporaneità”. La prima parola includerebbe tutti i valori, i concetti, le definizioni, i modi di impostare una questione o un problema, e così via, che vengono generalmente accettati al presente, se non addirittura ritenuti indubitabili ed eterni.

Si pensi alla pervasività di ideologie come il marxismo e il cristianesimo, che ebbero una forte funzione identitaria per gli uomini e le donne dei secoli scorsi. Di contro, il termine “contemporaneità” indicherebbe una più astratta capacità di interagire con questioni e problemi del proprio tempo, non necessariamente attraverso valori, concetti, ecc., che sono attuali o imperanti.

Si potrebbe dunque affrontare un tema contemporaneo attraverso «considerazioni inattuali», per fare eco a un’opera omonima di Nietzsche. Ora, a mio avviso, gli epicurei potrebbero essere interlocutori capaci di aiutarci a studiare meglio le questioni e i problemi del presente, dunque si mostrano come filosofi “contemporanei” malgrado la loro antichità, ma senza essere attuali, perché sfidano molte cose che oggi accettiamo con facilità. La loro prospettiva su un divino inattivo e sul valore indifferente alla durata della vita (vedi la risposta alla quarta domanda) mettono per esempio in discussione numerosi valori o preconcetti sia su Dio sia sulla morte, dandoci un’altra prospettiva da cui pensarli ed esaminarli.

Naturalmente, tutto questo ha valore se si studia la dottrina epicurea in modo storico e filologico, evitando di proiettare subito sull’epicureismo i nostri problemi e le nostre questioni.

Prima bisogna capire il passato in sé, poi – se si vuole – applicarlo in modi creativi al presente."

Dal punto di vista umano, crede che intraprendere studi filosofici e, nello specifico, sull’epicureismo possa fornire una chiave di lettura del mondo odierno più felice?

"Non credo che la filosofia costituisca l’unica via di accesso per rendere «felice» il presente.

Sono un convinto sostenitore della visione “olistica” della cultura, ossia l’idea che ciascuno di noi offre un piccolo e personale contributo per rendere questo mondo almeno più tollerabile, attraverso i talenti che ciascuno di noi ha ricevuto per natura, per apprendimento, o per caso. I filosofi eccellono, forse, nella capacità di dare metodo e forma all’innata propensione a pensare, così come nell’esporre con chiarezza e sistematicità una coerente visione del mondo, in cui alcuni potrebbero trovare un modo per orientarsi nelle difficoltà e nei problemi della vita.

Ma ci sono altre cose di cui si ha bisogno per essere felici o beati: le arti per alimentare l’immaginazione e il pensiero laterale, la scienza per la comprensione della natura e l’avanzamento tecnologico, la politica e l’economia per regolamentare al meglio la vita associata, le religioni per il loro potere di rinviare a misteri invisibili – e l’elenco potrebbe continuare. Se mi è permesso ricorrere a una metafora, penso alla cultura come un grande specchio rotto in cui il singolo vede riflessa solo l’immagine della propria disciplina. Lo scopo sarebbe cercare di ricomporre l’infranto e di andare oltre sia i limiti sia i difetti del proprio fare, collaborando insieme per offrire prospettive sempre più articolate ed efficaci sul presente.

Quindi, a questa difficile (anzi, impossibile) domanda, risponderei con grande cautela che forse l’epicureismo – e chi lo studia – può contribuire alla felicità, se lo si colloca in un più ampio dialogo culturale. Se così non si facesse, forse, la filosofia che sfata “idoli” e certezze diventerebbe a sua volta un mito."

Per questo festival terrà un intervento sul tempo, insieme allo stesso Professor Mitsis. Ci può dare qualche spunto?

"Ci siamo fatti ispirare dal testo che è stato scelto per aprire il Festival Epicureo 2022, ossia la sentenza vaticana 48, che paragona la vita a un «cammino» in cui «ci si impegna a fare il domani dell’oggi» e al cui termine si raggiunge un’«allegrezza costante».

Secondo la nostra lettura, l’autore della massima – forse Epicuro, forse un altro epicureo, per esempio il discepolo Metrodoro che scrisse un’opera (perduta) Sulla strada che conduce alla sapienza – starebbe esplorando l’analogia tradizionale dell’esistenza come una via che conduce a un fine ultimo. Finché si progredisce nel cammino, il soggetto può diventare migliore di come è oggi: per esempio, una vita può diventare più o meno saggia e più o meno accompagnata da piaceri. Ma quando si raggiunge la fine del percorso, nessun avanzamento è possibile.

Il piacere può solo variare, la saggezza trovare soltanto modi diversi per estrinsecarsi. In questo senso, si tratta di una riflessione sulla relatività del tempo.

Quando non si è ancora pienamente nel piacere o nella saggezza, ci può essere miglioramento in un certo arco temporale: quando si è raggiunta tale pienezza, nemmeno l’eternità potrebbe aggiungere nuovi benefici. Potrebbe essere un pensiero non molto diverso da quello che Epicuro esprime in modo denso nel § 128 dell’Epistola a Meneceo: «Quando ciò noi avremo [scil. il piacere della rimozione del dolore] ogni tempesta dell’anima si placherà, non avendo (…) altro da cercare con cui rendere completo il bene dell’anima e del corpo»."








Questa è un'intervista pubblicata il 14-07-2022 alle 18:30 sul giornale del 15 luglio 2022 - 185 letture

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