Esattamente 120 anni fa, nel Lazio meridionale, il martirio di Santa Maria Goretti, nativa di Corinaldo

8' di lettura Senigallia 04/07/2022 - Esattamente 120 anni fa, il 5 luglio 1902 (mentre l'Italia iniziava finalmente a entrare tra le nazioni europee piu' progredite, col decollo industriale avviato, e un governo dal programma riformatore presieduto dal bresciano Giuseppe Zanardelli, con Giovanni Giolitti, l'"uomo di Dronero", Vicepremier), un grave fatto di sangue scuoteva le campagne del Lazio meridionale, con un'eco risuonante in tutto il Paese.

Alle Ferriere di Conca, oggi frazione di Latina, ma all'epoca comprese nel territorio comunale di Cisterna di Roma (oggi Cisterna di Latina), la giovanissima Maria Teresa Goretti, marchigiana, 12 anni non ancora compiuti, cadeva vittima di un omicidio a scopo sessuale: per opera del giovane marchigiano, squilibrato, Alessandro Serenelli, di 8 anni piu' grande.

La famiglia Goretti, originaria di Corinaldo, in provincia di Ancona, era composta dai coniugi Luigi Goretti (1859-1900) e Assunta Carlini (1866-1954), entrambi coltivatori diretti, e dai loro sette figli: Antonio (morto infante), Angelo, Maria, Mariano (detto Marino), Alessandro (detto Sandrino), Ersilia e Teresa. La vita della giovane Maria, fino al suo omicidio, non fu diversa da quella dei figli di molti lavoratori agricoli dell'epoca, che spesso dovevano lasciare le proprie terre per cercar sostentamento altrove (nel migliore dei casi, in altre zone d'Italia; diversamente in tante altre zone del mondo, comprese le lontane Americhe): analfabetismo, denutrizione, lavoro pesante fin dall'infanzia, lotta quasi quotidiana con malattie come pellagra e malaria (che colpì anche Maria) . Erano i tempi in cui gran parte del Lazio meridionale, a non tanti km. da Roma, era il regno delle paludi pontine e della quotidiana miseria, contro cui lottarono, tra l'altro organizzando tenacemente scuole popolari nelle campagne, intellettuali come Giovanni Cena e Sibilla Aleramo. Di Maria Goretti non sono note fotografie, ma nel 2017 il periodico “Famiglia Cristiana” sostenne d' averne ritrovata una, di poco anteriore alla morte della bambina: foto che, però, ha suscitato le perplessità dello storico Giordano Bruno Guerri, specialista della vita della santa.

I Goretti, in cerca di una migliore occupazione, si trasferirono dapprima a Paliano, vicino Anagni, e in seguito appunto alle Ferriere: insieme ai Serenelli, una famiglia di corregionali amici, occupando la locale "Cascina Antica". Nel 1900, Luigi Goretti moriva di malaria ( che faceva una media nazionale di 15000 morti l’anno di cui 1500, il dieci per cento, solo nell’Agro Pontino!), e la collaborazione coi Serenelli, anch'essi in difficoltà, si fece ancora più stretta. Alessandro, l'ultimogenito dei Serenelli ( che, dopo l'arruolamento del fratello Vincenzo nei carabinieri e l'uscita dal lavoro del padre, troppo anziano, aveva nove bocche da sfamare), tentò diversi approcci nei confronti dell'undicenne, che raggiunsero il culmine nell'estate 1902: il 5 luglio, con la scusa di farsi rammendare dei vestiti, Alessandro attirò Maria in casa e tentò di violentarla. Di fronte alle grida e ai tentativi comunque istintivi di difendersi, la ferì 14 volte con un punteruolo. La perizia psichiatrica poi effettuata durante il processo lo trovò capace di intendere e volere, ma riconobbe - sulle orme non di Cesare Lombroso, ma della "Scuola positiva" (o meglio, positivista) di criminologia giuridico - economica, da un ventennio avviata anche in Italia da studiosi come i futuri socialisti Enrico Ferri e Filippo Turati - che le condizioni di vita assolutamente misere del giovane, e i ripetuti casi di pazzia e alcoolismo presenti nella sua famiglia, in qualche misura attenuavano la sua responsabilità.

Maria, ancora cosciente, fu trasportata, gravemente ferita, all'ospedale Orsenigo di Nettuno; la morte sopravvenne il giorno successivo per una setticemia (purtroppo frequente all'epoca), conseguente a un intervento chirurgico. Le esequie furono celebrate l'8 luglio nella cappella dell'ospedale, e il corpo della bambina sepolto nel cimitero comunale: da dove, nel 1929, sarebbe stato traslato, sempre a Nettuno, nel cinquecentesco santuario di Nostra Signora delle Grazie (piu' volte restaurato dal '700 in poi, e infine, nel 1970, elevato da Paolo VI al rango di Basilica minore).

Al processo, comunque, confermando quanto detto ai carabinieri immediatamente dopo l'arresto, Serenelli confessò di aver preparato l'arma e di aver deciso di usarla qualora la bambina gli avesse opposto resistenza. Confessò inoltre che la decisione di uccidere Maria era stata in parte motivata dal desiderio di fuggire dalla vita intollerabile nei campi, nella convinzione (all'epoca diffusa nei ceti popolari: triste specchio, anche questo, delle condizioni di vita dell'epoca) che la vita in carcere fosse preferibile. Fu condannato a 30 anni di reclusione. Nel carcere giudiziario di Noto, dal 1902 al 1918, incoraggiato dal vescovo del tempo, Giovanni Blandini, maturò il pentimento e la conversione alla religione cattolica. Anni dopo Serenelli avrebbe raccontato di aver tentato una riconciliazione con la famiglia e la religione in seguito a un sogno, in cui la sua vittima gli offriva dei gigli che si trasformavano in fiammelle. Nel '29, dopo 27 anni di reclusione, Alessandro fu scarcerato in anticipo per buona condotta e chiese il perdono dei familiari di Maria Goretti: la madre glielo accordò. Dopo tale episodio, Serenelli trascorse il resto della sua vita come giardiniere e portinaio in vari conventi, l'ultimo dei quali dei frati minori cappuccini a Macerata: qui dove morì il 6 maggio 1970, a 87 anni, per le conseguenze di una frattura del femore provocata da una caduta.

Fin da subito, grazie all'opera di divulgazione dei padri passionisti di Nettuno, cui si aggiunse l'Azione Cattolica romana col giornale “Vera Roma,” la devozione per Maria Goretti si diffuse tra gli strati più umili della popolazione, in particolare rurali, appartenenti allo stesso mondo in cui la piccola martire era cresciuta. Lo stesso fascismo al potere cercò di cavalcare la devozione popolare per favorire la nascita d' un'icona locale cara ai contadini delle paludi bonificate (originari, tra l'altro, in gran parte del Norditalia). Il fenomeno, nota lo storico Guerri, si accentuò man mano che si avvicinava la conciliazione fra Stato e Chiesa, cavallo di battaglia appunto del regime fascista: è proprio nel 1929, anno dei Patti Lateranensi, che il corpo e le reliquie di Maria Goretti vengon traslate nel santuario di Nostra Signora delle Grazie. Solo dopo la terza causa di beatificazione di Maria, comunque, si potè procedere alla canonizzazione della giovane (fortemente sostenuta dalla popolazione del Lazio meridionale e della stessa Roma): che avvenne durante il pontificato di Pio XII, concludendosi il 24 giugno 1950. Per la prima volta nella storia della Chiesa, la cerimonia si svolse all'aperto in Piazza San Pietro; e vide la partecipazione anche della madre di Maria e, in disparte, dell’assassino. Il giorno di commemorazione istituito fu il 6 luglio, anniversario della morte della giovane.

Nel 1985, Giordano Bruno Guerri, strico e saggista affermato, ora presidente e direttore generale della Fondazione il Vitttoriale degli Italiani, pubblicava il libro (ristampato poi nel 2008 da Bompiani) Povera Santa, povero assassino: che, fuoriuscendo dall'agiografia ma rispettando in ogni caso le ragioni dei credenti, descriveva la storia di Maria Goretti come il risultato soprattutto di condizioni di vita miserabili e ignoranza, suggerendone una strumentalizzazione da parte della Chiesa. Il 5 febbraio 1985, la Congregazione delle Cause dei Santi istituiva una commissione di studio per replicare al libro: come ricorda lo stesso Guerri, nella conferenza di presentazione, l’allora Prefetto Pietro Palazzini sosteneva la tesi che «Giordano Bruno Guerri (come il suo omonimo cinque - seicentesco bruciato viovo a Campo de' Fiori, N.d.R.) è uno strumento del Demonio». Guerri rispondeva alle accuse di falsificazione della verità storica querelando la commissione per diffamazione a mezzo stampa (contemporaneamente, aveva ricevuto anche una denuncia per vilipendio della religione): il Tribunale di Roma, però, archiviò tutto per non luogo a procedere.

La vicenda di S. Maria Goretti, infine, ha ispirato 2 film: anzitutto “Cielo sulla palude”, 1949, di Augusto Genina, regista già di punta della cinematografia fascista ("L'assedio dell' Alcazar", “Bengasi”), accolto tiepidamente dalla critica ma Nastro d'Argento al miglior regista nel 1950, poi inserito, nel 2008, nella lista dei “Cento film italiani da salvare” tra il 1942 e il 1978; tra i suoi estimatori negli anni ‘50, anche l’"uomo di Barbiana", Don Lorenzo Milani, che pensò' proprio a Genina per il suo progetto d'un film su Cristo, centrato in particolare sul Gesu' uomo. Poi, nel 2003, il film per la RAI “Maria Goretti”,coprodotto da RAI Fiction e Lux Vide, con un'intensa Martina Pinto nel ruolo della santa.

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Questo è un articolo pubblicato il 04-07-2022 alle 10:21 sul giornale del 05 luglio 2022 - 1608 letture

In questo articolo si parla di cultura, roma, lazio, articolo, Fabrizio Federici

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