Vivere L'Arte: Intervista a Francesco Diotallevi che dipinge una realtà dissacrante

8' di lettura Senigallia 18/09/2021 - Una pittura ibrida e originale quella di Francesco che nella semplicità della forma e nella tinta piatta mostra una straordinaria forza.

Francesco, realizzi dei lavori che definirei molto tuoi. Sembrano dei personaggi stilizzati, ibridi tra un fumetto e un animazione, ma che poi sono effettivamente pittorici e sono dei quadri. Come sei arrivato alla pittura?

Ho studiato ad Urbino alla “Scuola del libro” sezione Disegno Animato, poi mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Bologna: ero interessato all’informale, mi piacevano Alberto Burri, Lucio Fontana, Jean Fautrier e praticavo prettamente pittura materica. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di sfruttare l’esperienza del disegno animato. Quindi, finita l’Accademia, ho cominciato a sperimentare portando in pittura i personaggi d’animazione, fondendo le due cose. Oggi lavoro principalmente con l’acrilico, ma non mi dispiace usare il digitale e il fotomontaggio.

Qual’è stato il primo lavoro “ibrido”?

Il titolo è: “Autoritratto pensoso con mal di testa”. Lo so, alcuni titoli sembrano demenziali. Era un periodo in cui avevo smesso di dipingere, stavo poco bene, avevo in casa una tela e decisi usare l’acrilico per fare una “psichedelica” base gialla, quindi per gioco, ci ho dipinto sopra un “personaggio”, davvero brutto. Quel omino stilizzato ero io con la mia emicrania. Ho appeso la tela in camera, guardandola e ridendo, pensai che sarebbe potuto essere il mio nuovo modo di dipingere.

Infatti nei tuoi lavori c’è una forte componente ironica e autoironica.

Gran parte della mia ricerca si basa sull’ironia. Il punto di partenza è stato proprio “il ridere” del mio malessere. Lavoro fondamentalmente sulla dissimulazione della realtà contrapponendo gli elementi, simboli che non hanno apparente relazione tra loro, raggiungendo a volte, la provocazione o addirittura il cinismo. In sostanza tutti questi quadri sono piccoli esercizi d’ironia.

Spesso inserisci parole o frasi nei tuoi lavori, perché? Il titolo è importante?

A volte lo faccio per accentuare o evidenziare il significato della storia narrata. Il titolo è importante perché aiuta a comprende il senso dell’opera a svelare il retrogusto piccante. Spero di essere un uomo ironico nella vita, forse è un dettaglio del mio essere. Sono convinto che l’ironia ci salvi dai “mostri”, ci tuteli dai piccoli e grandi “dittatori” che incontriamo quotidianamente: con essa smontiamo i simboli che ci vengono propinati come assoluti. Infondo l’ironia ci salva dal nostro stesso narcisismo e da quello che ci circonda: il Giullare di corte è l’unico che può deridere il Re e non viene decapitato per questo (Se il Re è intelligente).

Hai tendenzialmente uno spirito libertario, questo modo di fare arte è anche un modo per stimolare nel fruitore un senso critico?

Viviamo in una società in cui c’è un modello di donna da seguire, così come un modello di uomo o di sorridente famiglia a colazione, un lifestyle di riferimento, un programma di cucina competitivo da imitare, un politico che ti guida saggiamente al voto, un uomo di (qualsiasi) fede ti illustra il corretto canone morale, ecc. Difficile non sentirsi “poco adeguati a questo mondo”. Rischiamo di perdere il senso critico. Fino a che punto viviamo genuinamente e con sorpresa la vita, quanto di quello che crediamo sia voluto da noi, lo è effettivamente? Una possibile difesa forse è l’ironia, quella che ridimensiona gli assoluti e ricorda al Re che è solo un uomo nudo.

Se durante il periodo informale guardavi a Burri, a chi guardi invece oggi?

Prima dell’informale ho amato il Romanticismo inglese, William Blake, William Turner, John Constable, ecc, quindi l’espressionismo drammatico di Francis Bacon. E’ stato molto importante per me andare a vedere una bella mostra sulla Pop Art, a Torino, dove ho visto il lavoro di Keith Haring.

Infatti c’è un elemento, una contaminazione pop nel tuo lavoro, ma io non ti definirei un artista pop, quello che fai è qualcos’altro.

Penso che tu abbia fatto una giusta osservazione. Non credo che il mio lavoro possa definirsi completamente pop, di fondo c’è una distanza dalla realtà che forse lo estranea un po’ dalla corrente.

Credo che Keith Haring riassuma bene il tuo atteggiamento, sei attratto dalla bidimensionalità, da un colore piatto e dalla stilizzazione dell’immagine.

Amo l’arte bizantina e tutta l’arte italiana del 1200 e 1300, vado volentieri a osservare opere pre-rinascimentali. Trovo nella bidimensionalità una componente di astrazione molto forte e questo mi affascina, così come sono attratto dalla pittura iconografica russa: nel fondo oro, nella tinta piatta e nell’assenza di prospettiva c’è una potenza straordinaria che offre spazio all’immaginazione, all’interpretazione e alla spiritualità più alta. Mi permetto di pensare che Keith Haring sia tra gli artisti contemporanei il più bizantino.

C’è poi, nel tuo lavoro, un forte aspetto infantile che è anche tipico della società adulta del XXI secolo.

Quando faccio una mostra e scopro che questo genere di pittura piace ai bambini, mi lusinga. Il disegno del bambino che è caratterizzato da una capacità di sintesi molto forte e da componenti archetipiche, incontaminate. Un gatto disegnato dal bambino è un “assoluto linguistico”. Trovo il disegno infantile immediato ed universale, quindi leggibile in qualsiasi civiltà. Forse i bambini colgono, liberi da quegli schemi di cui parlavamo, l’essenza del lavoro trasportati nella narrazione.

Il colore è importantissimo nel tuo lavoro, la tinta è piatta, usi il complementare e c’è un’assenza di sfumature. C’è un colore che ti caratterizza?

Il colore che mi caratterizza è il verde, il viola, forse anche il rosa: sono colori che non mi piacciono particolarmente, quando facevo pittura materica usavo il nero, ora non lo uso mai. Ben venga il verde pistacchio. Io lavoro per campiture e riempio la tela con un vivace colore omogeneo, l’utilizzo di tinte complementari è fondamentale per suscitare un aspetto apparentemente giocoso al quadro. Nella tela “L’orecchio di Vincent” finita pochi giorni fa, uso esclusivamente tinte complementari, una soluzione cromaticamente “schizofrenica”.

Hai dei progetti su cui stai lavorando in questo momento?

Ho in programma questa estate due mostre con l’ADAM di Macerata, sto collaborando con Lorenzo Uccellini, Presidente della Fondazione Dott. Leopoldo Uccellini col quale ho trovato valori in comune, una visione affine dell’arte e un amore condiviso per David Bowie. Continuo inoltre a lavorare con i miei curatori, forse dei guaritori, per citare “Il ruggito del coniglio” Marco Pettinari e Simona Zava.

Collabori con le gallerie, che esperienze hai avuto? Pensi che qualcosa sta cambiando?

In fondo noi viviamo in un paese conservatore. Le gallerie, che devono sopravvivere, si ritrovano a far fatica ad inserire nuovi artisti contemporanei perché la richiesta dei collezionisti si rivolge per lo più ad artisti già affermati o storicizzati. Però ci sono i supereroi: poche gallerie italiane, che si aprono all’arte contemporanea non consolidata. Avremmo bisogno di più risorse in ambito culturale per non perdere decenni di produzione completamente dimenticata. Servirebbe un pò di coraggio da parte delle istituzioni, perché mai come in questo periodo c’è un sottobosco scoppiettante nel contemporaneo che non arriva ad essere fruito dal pubblico perché mancano dei canali di diffusione.

Cosa si potrebbe fare a Senigallia?

Il discorso già fatto in generale credo si possa adattare anche alla nostra realtà, quindi cercare di promuovere e dare spazio all’arte non ancora storicizzata. L’attività artistica, creativa dei nostri giorni è formata da numerose micro-cellule che fanno fatica a trovare una comunione di contenuti o di intenti, purtroppo non è l’epoca degli artisti che fanno gruppo nei caffè. Un pizzico di narcisismo nell’epoca social, forse un errata interpretazione del pensiero individuale, insomma non so se siano più in grado di collaborare e condividere. A volte penso che se anche avessimo uno spazio comune, dove lavorare insieme, credo che alla fine si riuscirebbe a far poco. Spero di sbagliare.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 18-09-2021 alle 08:37 sul giornale del 20 settembre 2021 - 641 letture

In questo articolo si parla di cultura, comunicato stampa

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/cjSM

Leggi gli altri articoli della rubrica Vivere L'Arte





logoEV
logoEV
logoEV