Vivere L'Arte: Intervista a Samuel Tobi Adebiyi, giovane videomaker e regista senigalliese che vuole colorare il mondo

8' di lettura Senigallia 31/07/2021 - Samuel Tobi Adebiyi si occupa di regia e videoarte e tratta tematiche sociali ed introspettive. Con i suoi cortometraggi riflette sui due mondi in cui viviamo: mondo artificiale e mondo naturale.

Samuel ci conosciamo da diverso tempo, ti sei laureato alla Poliarte ad Ancona, corso Video Digital Design e Cinema. Perché hai scelto il video?

Da piccolo ho sempre disegnato e questo mi ha portato a scegliere il liceo artistico. Durante l’adolescenza mi sono appassionato anche al mondo audiovisivo, al cinema e al video, ma ho sempre mantenuto un forte interesse anche per le arti visive più tradizionali.

Dunque dal disegno al video, qual’è stato il primo lavoro audiovisivo?

Il primissimo lavoro è stato un cortometraggio che ho realizzato durante le scuole superiori, trattava di bullismo e aveva uno stampo di tipo sociale. La tecnica era abbastanza grezza, da lì poi ho affinato la ripresa, il taglio e le tecniche audiovisive. L’approccio sociale è ancora presente nelle mie tematiche, ma diciamo che da un approccio introspettivo sono passato a tematiche legate all’ambiente e al rapporto tra uomo e virtuale, non precludendomi però la possibilità di trattare anche altre questioni.

Ora, ad esempio, sto lavorando su un progetto, di cui non posso dire molto, ma che unisce l’elemento introspettivo ed esistenziale a quello sociale.

Quindi presto lo vedremo pubblicato sui tuoi canali social, a tal proposito, che canali usi?

Utilizzo prettamente Instagram ma anche canali di streaming video come Vimeo

https://vimeo.com/samueladebiyi.

Ultimamente però mi sto avvicinando anche ad applicazioni come Tik Tok dove ho notato che ci sono contenuti interessanti.

Quindi il social non solo come promozione , ma anche come spunto e ispirazione?

Si. Il mondo della video arte è fatto di diversi linguaggi e sicuramente questo è un nuovo linguaggio che sta diventando parte dell’arte visiva e che ho intenzione di esplorare.

Quali sono gli artisti a cui guardi?

Innanzitutto mi interessa sia il cinema che la regia tradizionale, ma anche che la video arte e il cinema sperimentale. Dunque i registi sono molteplici a partire da Stanley Kubrick e David Lynch oppure i maestri italiani come Federico Fellini e Michelangelo Antonioni fino ad arrivare a Bill Viola. Ultimamente ho capito che mi interessa la video arte, non mi concentro troppo sull’aspetto narrativo quanto prettamente sull’immagine visiva.

Paradossalmente in questo c’è proprio un ritorno alle origini, all’immagine, al film muto.

Si, questo mi porta anche a sperimentare sulle tecniche riprendendo quelle più antiche per unirle però con il digitale. Lavoro con la multimedialità e sono in una fase di ricerca che mi porta a studiare le luci e la fotografia, la color correction ma anche il montaggio stesso.

Dunque è l’immagine visiva che mi interessa.

Difatti uno dei tuoi lavori che mi ha colpita tanto è stata la ripresa a camera fissa su un paesaggio marchigiano. Sei riuscito a creare un'attesa in cui però non accade nulla e in quell’attesa ci ho trovato della poesia, era bellissimo che non accadesse nulla.

Quel lavoro è nato per puro caso: Brian Eno, musicista, aveva fatto un nuovo album “Mixing colors” e aveva lanciato un contest via social dove invitava registi o amatori a realizzare un video con delle tracce del suo album, io ho proposto quel video che hai visto, interamente in piano sequenza dove c’è un flusso circolare anche della luce naturale.

Difatti mi ha ricordato il lavoro di Andy Warhol quando aveva ripreso per ore l’Empire State Building. Mi ha anche ricordato i momenti di isolamento durante il lockdown, quando non potevamo uscire e dunque molti di noi avranno osservato per ore la campagna o il mare dalle loro finestre.

Il lockdown infatti mi portato a realizzare quello che reputo il progetto più maturo “Ritratto di due mondi”, cominciato nel 2019, ma concretizzatosi proprio durante i mesi di lockdown. Inizialmente doveva essere un documentario sperimentale, oggi è diventato un’opera di videoarte che fonde diversi linguaggi.

Il tema portante è l’eterno conflitto tra uomo (mondo artificiale) e natura, un’altro mondo, che sebbene plasmato dall’essere umano ha una sua indipendenza.

La pandemia ci ha anche costretto ad utilizzare nuovi linguaggi a cui non eravamo abituati e ha messo in luce molte contraddizioni che però, secondo me, porteranno a un mutamento delle espressioni artistiche. L’arte è un mondo curioso e strano, credo che ci saranno nuovi stili e linguaggi da qui a breve.

C’è addirittura chi sostiene che il mondo stesso è un immagine mentale dell’uomo, noi avremmo potuto fare le strade sospese in aria oppure le case a forma di fungo, quindi ciò che vediamo è un immagine mentale degli individui. Affascinante.

Come si è evoluta la tua poetica per arrivare a questo tema?

I primi lavori avevano, come dicevo, un forte impatto sociale, trattavo il genocidio degli ebrei perpetuato dai nazifascisti, mi ispiravo ad Hannah Arendt e al suo libro “La banalità del male” in cui evidenzia come erano appunto le persone “normali” che con i loro gesti diventavano complici e parte di un apparato.

Penso al processo di Eichmann del 1963.

Poi ho trattato anche tematiche relative alle minoranze etniche, un tema delicato ancora oggi, io stesso ho subito pregiudizi da un punto di vista razziale, ma credo che noi giovani dobbiamo lasciare alle spalle il fardello delle generazioni più grandi e capire che siamo individui, al di là di tutto, uscendo dalla divisione basata su etnie.

Concordo pienamente, anche io ho avuto un'esperienza simile e difatti ho superato o, forse, non ho mai avuto una visione legata ad una divisione e classificazione tra etnie. Però a un certo punto ho sentito la necessità di conoscere meglio il luogo da cui venivo, ciò mi ha portata ad appropriarmi di nuovi linguaggi e da un punto di vista artistico, essendo l’arte un'espressione di una comunità, credo che la multietnicità porterà ad un cambiamento, cosa ne pensi?

Credo che il linguaggio sarà davvero variegato, come dicevi. Con la globalizzazione non solo si sono già intersecati diversi linguaggi ma anche diversi stimoli artistici.

Pensa a Jean Michel Basquiat, nel secolo scorso è stato il primo afroamericano ad avere un riconoscimento importante, pensa al suo stile, era praticamente un mix di linguaggi scaturito dal confronto tra diverse culture, in questo caso tra la diaspora africana e la cultura americana.

Questo amalgamarsi di stili lo trovi poi ad esempio nel jazz, nel soul, ma anche nel rock. Dunque il multiculturalismo è un beneficio, non solo per le arti visive.

Questo mix di linguaggi è presente nel tuo lavoro?

Negli ultimi lavori non è così palese, ma ci sono progetti con chiari riferimenti anche ad altre culture, come quella aborigena.

A proposito di video, che camera usi?

Utilizzo una Canon Eos 750D, ma ne ho usate diverse come la Panasonic, la Blackmagic che è più cinematografica, arrivando ad usare anche il cellulare. Devo dire che il cinema fatica un pò ad andare oltre lo strumento e ad aprirsi anche a queste riprese più sperimentali dove ad esempio per fare la ripresa stessa si usa un inquadratura verticale, come Tik Tok o Instagram, questo accade forse perchè il linguaggio dei social non è proprio un linguaggio cinematografico e quindi si ha diffidenza. Dall’altro lato però ci sono già dei videomaker su Tik Tok che stanno proponendo contenuti interessanti utilizzando anche gli stessi programmi di montaggio che si adoperano nell’ambiente professionale, quindi la continua sperimentazione anche da questo punto di vista, sta già portando alla nascita di un nuovo linguaggio.

Magari tra diversi anni ci guarderemo delle serie direttamente su tik tok. Certamente esiste uno scontro tra il linguaggio televisivo e quello dei social.

Hai un tuo motto, una frase che ti caratterizza?

È una frase di Johannes Itten.

"Il colore è vita, perché un mondo senza colori ci appare morto. I colori sono idee primordiali, figlie della luce incolore aborigena e della sua controparte, oscurità incolore. Come la fiamma genera luce, così la luce genera i colori. I colori sono figli della luce e la luce è la loro madre. Luce, quel primo fenomeno del mondo ci rivela lo spirito e l'anima vivente attraverso i colori."








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 31-07-2021 alle 10:20 sul giornale del 02 agosto 2021 - 377 letture

In questo articolo si parla di cultura, Maurizio Lodico, comunicato stampa, Vivere L'Arte

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