Vivere L'Arte: Intervista a Maurizio Cesarini, artista concettuale e performance

14' di lettura Senigallia 24/07/2021 - L'arte di Cesarini è poliedrica, ma anche attenta alla psicologia e al concetto che sono il principio fondante della sua poetica.

Maurizio, tu sei un artista che opera da tanti anni e hai vissuto anche i diversi cambiamenti sociali e artistici. Hai cominciato a fare arte fin da bambino e poi hai studiato all’Accademia di Belle Arti di Urbino, in seguito, parallelamente al tuo lavoro artistico, hai lavorato e lavori ancora oggi come insegnante di Anatomia artistica.

Ho fatto l'Istituto d’arte dove il programma scolastico arrivava fino gli anni 30 circa, arrivato in Accademia ebbi modo di proseguire lo studio della storia dell'arte, soprattutto quella contemporanea, e devo dire che nel mio caso sono stati fondamentali i docenti, ricordo che il primo anno facevamo dei seminari su Duchamp e proprio da quel momento è nato il mio grande amore per lui.

Nel periodo degli anni 70, anni in cui frequentavo l'Accademia, la Body Art e la Performance erano fortemente sperimentali, ricordo che un giorno entrai in una stanza e vidi una ragazza nuda, coperta di fiori che smaniava. Ne restai scioccato, ma in maniera positiva. Da lì cominciai ad interessarmi alla Body Art e alla Performance.

Poi, intorno alla metà degli anni 70, ho conosciuto uno dei fotografi di Urs Luthi e da lì ho cominciato a lavorare sul concetto d’identità, in particolare sull’identità maschile e femminile.

Difatti nei tuoi lavori c’è il trucco ed è sempre presente un androginia marcata che evidenzia proprio l’ambiguità del genere. Oltre Duchamp, con il suo alter ego Rose Selavy, e poi Urs Luthi, quali sono stati altri artisti o situazioni che ti hanno influenzato?

Sicuramente il contesto storico e il panorama artistico di quegli anni.

Urbino era molto politicizzata e io frequentavo i gruppi delle femministe all’interno dei quali si discuteva sulla nuova identità femminile, ma anche quella maschiile: cosa vuol dire essere uomini? Ci si confrontava e si dialogava su questo. Per cui il travestimento diventava, per me, una riflessione su queste domande e ovviamente aveva anche uno scopo provocatorio: volevo rompere con quello schema che derivava da un retaggio culturale in cui determinate caratteristiche erano associate solo al machile ed altre soltanto al femminile.

Qual’è stato il tuo primo lavoro da questo punto di vista?

Era un lavoro che si basava sul concetto di presenza-assenza. Facevo delle foto in giro per la città di Urbino, dove in una c’ero io e poi nell’altra fotografia, sempre la stessa, io non c’ero. Poi iniziai con il trucco, in Accademia avevo a disposizione la modella ed era un'occasione d’oro, quindi feci una performance dove la modella era vestita e truccata da uomo e io, invece, ero vestito e truccato da donna, successivamente ci spogliavamo, restando nudi, e alla fine risultava il contrario e cioè che io ero un uomo e lei una donna. Andavo così a scardinare i simboli sociali e la performance stessa diventava una riflessione sul concetto d' apparenza.

Il maschile ed il femminile che per te diventano concetti non separabili o comunque divisi da un filo molto sottile.

Assolutamente. Sono due lati presenti in tutti gli esseri umani, da un punto di vista identitario ci formiamo al di là del nodo edipico che è un intreccio dei desideri del padre e della madre. Dichiararsi in maniera assoluta da un punto di vista identitario significa non conoscersi. Poi c’è anche il fatto che il maschile viene da secoli associato a delle cose e il femminile ad altre, è difficile uscire da queste associazioni che, per motivi culturali, avvengono in maniera immediata senza essere messe in discussione.

Ad esempio io mi truccavo e ricordo che la mia ragazza di allora mi portò a casa sua, c’era la nonna e quando mi vide disse: “Eh, quant’è bellina questa tua amica!”.

Mi divertivo tantissimo.

Le tue performance le hai sempre documentate con la fotografia, ma poi c’è stato un periodo in cui hai dipinto, in fondo vieni da pittura.

Si, negli anni 90 dipingevo molto, avevo comunque un approccio concettuale e anche in pittura la tematica era relativa all’identità, mi domandavo cosa fosse l’arte.

Ho organizzato delle mostre in cui un pittore, personaggio inventato da me, che si chiamava Marcello di Campo (perchè è la traduzione in italiano di Marcel Duchamp) realizzava quadri d’ispirazione caravaggesca mentre in altre la protagonista era una pittrice svizzera, sempre inventata, di cui io curai a nome mio tutto l'allestimento e devo dire che ebbe anche un discreto successo. Intitolai quella mostra “Belpuratti” che è l’anagramma di “Bella pittura” proprio perché lei faceva dei quadri schifosissimi, era una pittura astratta.

Quindi i quadri e lo stile che utilizzavo erano funzionali al personaggio e mi è capitato che il personaggio stesso diventasse più famoso di me. Poi ho smesso perchè stava diventando ingestibile, ad esempio in una mia mostra avevo esposto una rivisitazione del Bacco di Caravaggio ed accanto al quadro avevo messo una lettera, scritta da Marcello di Campo, in cui lui mi criticava e mi insultava dicendomi che avrei dovuto smettere di fare quelle stupidaggini e che non sapevo disegnare. La lettera ovviamente era costruita sulla base di quello che era il gergo comune nei confronti dell’arte contemporanea, usavo le stesse parole che di solito la gente pronunciava nei confronti del contemporaneo.

Capitò persino che un critico, e non ero io, disse che questo Marcello di Campo aveva ragione e che avrei fatto bene a ritirarmi dal mondo dell'arte.

Mi pento di non aver documentato queste cose.

Ma facevo anche la critica sotto un altro nome, scrivevo per i giornali.

E anche in questo caso era una questione identitaria relativa alla pittura, cos’è la pittura, cos’è l’arte.

Questo approccio concettuale è certamente un filo conduttore nei tuoi lavori, alla fine il medium, che cambia, è un pretesto per dar vita all’idea, non è l’essenza del tuo lavoro. Spesso questo concettualismo viene giudicato incomprensibile, io non sono molto d’accordo, ma capita che qualcuno lo dica.

Credo che tutti i lavori siano incomprensibili. La canestra di frutta del Caravaggio, ad esempio, è una bellissima natura morta, fatta realisticamente, possiamo dire che “sembra vera” o che è tecnicamente fatta bene. Ma è anche una costruzione teologica estremamente complessa sulla perdizione dell’uomo ed è anche una dichiarazione politica precisa nei confronti della Chiesa romana e a favore dei pauperisti. Dunque, tutto questo non è immediatamente comprensibile, va studiato e la bellezza dell'arte è che io posso fermarmi alla canestra e dire che è bellissima oppure posso vedere un vasetto di merda d’artista di Manzoni e dire che questo artista è matto. C’è sempre un primo approccio, ma se vuoi andare oltre basta soltanto approfondire e oggi abbiamo i mezzi per farlo, anche gratuitamente, basta cercare su internet.

Ma questo vale per tutto, anche se vai a pesca ti informi prima di andare a pescare. Il concettuale, paradossalmente, è la cosa più facile che c’è, quando Kosuth appoggia le lastre alla parete e te le descrive, quello è.

Poi dietro quel lavoro c’è Wittgenstein, c’è uno studio della linguistica strutturale ecc.

Sono d’accordo. Spesso però, e lo noto anche con i miei lavori, questo approccio fatica ad essere compreso dal grande pubblico, ma anche da una parte degli artisti. La frase che si sente: “Beh, lo potevo fare anche io, questa non è arte”, forse dipende anche dal grande bagaglio artistico del Rinascimento a cui ancora facciamo riferimento.

Munari disse: “ Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto”. Quindi il discorso non si pone, è un ragionamento che considera soltanto la tecnica, ma la tecnica è una parte dell’opera. Certo, non tutti possono dipingere come Raffaello, bisogna studiare bene la tecnica pittorica, prendere invece una lastra di vetro ed appoggiarla al muro è un atto che possono fare tutti, solo che Kosuth lo ha fatto pensandoci e da quell’opera scaturisce un pensiero molto difficile che nin si può raggiungere senza studiare.

Quindi è la stessa cosa.

Hai utilizzato tutti i medium, ma recentemente sei ritornato al corpo utilizzando il video, un ritorno alle origini?

Si, un ritorno alle origini, al corpo, ma in maniera diversa. Fino gli anni 90, se facevi performance non facevi altro o se facevi concettuale non facevi pittura. Ora è tutto concesso e molti artisti usano tanti mezzi e questa è una cosa molto positiva perchè consente una maggiore libertà espressiva. Pancotto diceva che oggi viviamo in una Babele linguistica, in cui tutti i linguaggi si intersecano. Per cui oggi il linguaggio è un modo, non c’è più un appartenenza, prima invece se tu eri un concettuale e ti vedevano con un pennello in mano venivi immediatamente scomunicato.

Negli anni hai anche assistito ad un cambiamento dunque che non riguarda soltanto il mezzo ma anche il sistema dell’arte. Come è cambiato e come lo vedi oggi in Italia?

Credo che lo spartiacque sia rintracciabile in una data, il 1964, in cui alla Biennale di Venezia il primo premio di pittura viene vinto da Rauschenberg. Da quel momento l’America impone la sua arte, la pop art, nel mondo e stabilisce un sistema di mercato che abbiamo ancora oggi.

In questo c’è ovviamente anche un gioco politico in cui gli Usa vogliono mostrarsi al mondo come il paese che domina non solo economicamente o militarmente, ma anche da un punto di vista artistico. Quindi oggi questo sistema è controllato da grosse gallerie americane che decidono anche il meccanismo, difatti molte gallerie italiane espongono artisti americani, ma difficilmente accade il contrario. Per esempio l’Arte Povera è stata accettata nel mercato dopo vent’anni, soltanto la Transavanguardia si è inserita immediatamente grazie alle notevoli capacità di Achille Bonito Oliva, ma anche perché c’era bisogno, dopo anni di concettuale, di avere un prodotto commercializzabile, come il quadro, di fronte al quale il mercato ha risposto subito e positivamente.

La differenza è anche nel meccanismo, prima si passava per il critico, il gallerista e poi il collezionista, oggi ciò che conta è il marketing e la finanza, il nome dell'artista è quotato in borsa. Però da questo punto di vista in Europa siamo stati sempre diversi, noi ancora cerchiamo molto la cultura, anche se negli ultimi anni stiamo perdendo questo approccio, infatti adesso non è il critico ma il curatore che decide e il curatore è una sorta di manager. Anni fa il critico traduceva l’opera d’arte e la poetica dell’artista in un contesto culturale, ora è il curatore che organizza una mostra e ha potere decisionale.

Negli ultimissimi anni però sta decadendo anche il curatore, forse Il curatore che oggi funziona è il curatore-artista.

Ma anche perché l’artista, oggi, grazie anche alle Accademie che offrono una preparazione universitaria e fortemente intellettuale, è in grado di autopromuoversi e presentare il suo lavoro. Tu stesso, ad esempio, hai lavorato per delle riviste come Arte Contemporanea, hai scritto dei libri ed hai organizzato un importante mostra sull’arte analitica a Senigallia. Per quanto riguarda appunto Senigallia, cosa si potrebbe fare di più per l’arte visiva?

Secondo me il problema è culturale, a Senigallia indubbiamente abbiamo avuto artisti importanti, penso anche ai pittori classici, fino ad arrivare a Giacomelli che conoscevo personalmente perché abitava vicino casa mia e da ragazzino gli mostravo i miei quadri. Sono cresciuto con lui e non lo considero un fotografo, ma un artista contemporaneo.

Quindi l’arte c’è a Senigallia.

Basterebbe solo dare degli spazi agli artisti, si tratta di scelte, io ho conosciuto giovani artisti bravi che poi hanno lasciato perdere, anche se l’artista dovrebbe comunque muoversi, viaggiare e rapportarsi con gli altri artisti perché l’arte nasce dal confronto con l’arte.

Il confronto è importante soprattutto quando si ha a che fare con artisti che hanno idee diverse o opposte alle tue, è fondamentale, io vado d’accordo con tutti perchè non vado d’accordo con nessuno. La base è il confronto tra artisti che oggi manca, è totalmente assente, le grandi avanguardie sono nate proprio dai confronti e dal dialogo. Facevo riunioni con i miei amici in cui litigavamo, anche pesantemente, ma era proprio lì che nascevano le grandi idee e lì c’è un narcisismo sano.

Se io non dialogo con altri artisti che sono diversi da me, l’arte muore.

Oggi c'è un narcisismo negativo.

Mi sento molto vicina al tuo modo di approcciarti all’arte e ti stimo come artista, hai esposto con grandi nomi, ma sei sempre una persona davvero umile con la quale si dialoga in maniera interessante e che mi arricchisce non solo come artista, ma come persona. Hai viaggiato per il mondo e fatto mostre.

Ho fatto una personale in Turchia, a Smirne, con la quale abbiamo inaugurato una galleria, poi ho esposto in Svizzera, a Città del Messico, Philadelphia, Shanghai, in Germania. Ho anche esposto con Bill Viola, Cindy Sherman, Helmut Newton, Joseph Beuys, Nam June Paik,Shozo Shimamoto, Gina Pane, Urs Luthi, Hermann Nitsch, Yoko Ono, Allan Kaprow Paul McCarthy, Giuseppe Chiari e altri.

Ho conosciuto Emilio Vedova, sono stato nel suo studio a chiacchierare un pomeriggio intero, ho visto i suoi quadri e me li mostrava come fosse un bambino, lì ho visto cosa vuol dire essere un grande artista, una persona che nonostante la fama non si dava arie.

Però io non sono una superstar.

Quali sono delle frasi, dei pensieri che ti caratterizzano?

Una è di Montaigne che dice “Io sono la sostanza della mia opera” el’altra è di Lacan e dice: “Tu non sei quello che dici d’essere”.

L’io è un sintomo, non è l’identità, è l’opposto dell’identità, è una costruzione immaginaria. Ora siamo qui a parlare e per me è un piacere, c’è qualcosa, stiamo comunicando e ci coinvolge, tu dici delle cose, come te, e io le dico come io, però c’è qualcos’altro che, noi abbiamo, e che prepara questo dire. È proprio lì che si trova l’identità e questa emerge anche tramite il linguaggio stesso.

Il problema di oggi è che ci sentiamo un io.

Lacan diceva: “ Uno che dichiara di essere Napoleone è pazzo, ma ancora più pazzo è il re che è convinto di essere un re”.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 24-07-2021 alle 12:15 sul giornale del 26 luglio 2021 - 554 letture

In questo articolo si parla di cultura, comunicato stampa

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