L’arbitro di calcio, come ce lo racconta Fabrizio Ricciardi: ‘’Atletici e concentrati!’’

3' di lettura Senigallia 19/06/2021 - Vivere Senigallia prosegue gli incontri con i protagonisti dell’attività sportiva locale. Oggi abbiamo incontrato Fabrizio Ricciardi, arbitro di calcio della sezione AIA di Ancona, che ci racconta questa non facile professione, con alcuni ricordi personali.

Quando e come nasce la tua passione per l’arbitraggio?

Vengo dal mondo del tennis, ho giocato a livello agonistico fino a 16 anni. Ma ho sempre seguito il calcio da appassionato. Poi un giorno, a scuola, due miei compagni mi hanno detto che c’era un corso per diventare arbitri della Sezione di Ancona. Ho cominciato con loro, quasi per gioco. Sono passati ormai 15 anni e, dopo essere partito dalle categorie giovanili, ho ora il privilegio di essere assistente arbitrale tra i professionisti, in serie C.

Qual è l’episodio più bello legato alla tua esperienza da ufficiale di gara?

L’arbitraggio, soprattutto se hai la fortuna di raggiungere le categorie nazionali, è un’esperienza di grandissima intensità sia sul piano umano che sportivo. Se proprio devo indicare un momento che, più di altri, ricordo con piacere non posso non pensare alla gara “Vibonese – Troina”, lo spareggio di serie D giocatosi al Granillo di Reggio Calabria a cui ho avuto la fortuna di prendere parte nel 2018. Era una partita secca, giocata davanti a migliaia di tifosi in uno stadio dalla lunga storia. È una partita che ricordo con emozione non solo per l’importanza del palcoscenico ma anche perché, pochi mesi dopo quelle partita, ho appreso di essere stato promosso tra i professionisti.

Purtroppo a volte in questa professione accadono anche episodi negativi, non è nuovo che un direttore di gara venga ‘’preso di mira’’ per sue decisioni nel mentre di una partita, come affronti questi avvenimenti se ti dovessero accadere? Quale suggerimento daresti per superare queste spiacevoli situazioni?

Decidere non è mai facile. Un arbitro valuta decine di situazioni in ogni partita. Si allena, studia, va allo stadio e poi decide. Deve farlo. E spesso, chi ha questo compito viene criticato. Ciò che conta è dare il massimo delle proprie possibilità, preparare al meglio la gara cercando di “anticipare” gli eventi evitando l’effetto sorpresa. Il nostro obiettivo è ridurre al massimo la percentuale di errore, ma siamo consapevoli che a volte capita di sbagliare. Dobbiamo accettarlo noi e devono accettarlo tifosi e addetti ai lavori. Fa parte del gioco.

Quali sono secondo te le caratteristiche umane e psicologiche maggiormente utili a un arbitro di calcio? Ovviamente non tralasciando la parte fisica…

La prima necessità è quella di essere preparati atleticamente. Se si è in debito di ossigeno non si è lucidi e, inevitabilmente, la possibilità di sbagliare aumenta. Poi credo che la dote principale sia la concentrazione. Nel corso della gara non ci si può distrarre nemmeno per un istante. Se si abbassa la guardia è matematico che ci sfugga qualcosa di importante.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?

La vita di un arbitro è legata agli episodi, alla capacità di sbagliare il meno possibile. Per questo l’obiettivo è sicuramente quello di lavorare sempre al massimo per curare ogni dettaglio e ridurre la percentuale di errore. E poi, ovviamente, ciò che conta sempre nello sport è riuscire a divertirsi.






Questa è un'intervista pubblicata il 19-06-2021 alle 10:00 sul giornale del 21 giugno 2021 - 580 letture

In questo articolo si parla di sport, intervista, edoardo diamantini

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