Der doppelgänger: E=mc^2

4' di lettura Senigallia 15/06/2021 - Eppure no caro Albert, non sempre è tutto relativo. La cultura per esempio, le regole sociali, il concetto di vero o falso e di giusto o sbagliato: cosa pensiamo del relativismo culturale? Cosa ne sappiamo, tanto per cominciare? È il bene o il male?

È accettabile il concetto del “vale tutto” o si rischia con ciò di ammettere anche la selezione della razza o i campi di concentramento in una visione nichilista della realtà?

La questione è antica quanto il mondo e ha appassionato scienziati e studiosi in ogni epoca, da Erodoto a Popper, passando per Montaigne.

Di Erodoto (storico greco, 484 a.c. – 423 a.c.) è noto il racconto del Re persiano Dario che convocati Greci e Indiani Callati, quando chiede ai primi per quanto denaro sarebbero stati disponibili a mangiare i loro genitori morti (usanza dei Callati) riceve uno sdegnato diniego, quando poi domanda ai Callati per quali somme avrebbero accettato di bruciare i loro famigliari defunti (come facevano i Greci), ottiene una reazione scandalizzata. Sembrerebbe quindi che tutto sia appunto relativo nel confronto tra diverse culture, ma allo stesso tempo anche assoluto nella convinzione di ogni gruppo di essere nel giusto.

Molti secoli dopo Montaigne (Michel Eyquem de Montaigne, 1533 – 1592) filosofo, scrittore e politico francese) sosteneva, a proposito degli abitanti autoctoni delle americhe, che la loro abitudine di mangiare i cadaveri dei morti non fosse più deprecabile di quella occidentale di torturare i corpi dei vivi “ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi” (Saggi, 1580), influenzando molti filosofi successivi, da Rousseau allo stesso Nietzsche, con ciò ritagliandosi il (de)merito di aprire la strada al moderno relativismo culturale.

Popper (Sir Karl Raimund Popper, 1902 – 1994, filosofo ed epistemologo austriaco, naturalizzato britannico) tuttavia afferma che “se una dichiarazione non ambigua è vera in un linguaggio, allora ogni corretta traduzione in ogni altro linguaggio è altrettanto vera. Questa teoria è il grande baluardo contro il relativismo e contro tutte le mode intellettuali”.

Ecco allora una proposta, avanzata dall’antropologo americano David Maybury-Lewis, che cerca di superare il concetto del “vale tutto” (non vanno giudicate usanze di culture diverse in quanto ogni cultura merita lo stesso rispetto): è quella della sospensione del giudizio in funzione di una maggior comprensione priva di pregiudizi, che conduce alla tolleranza.

Tolleranza tanto più necessaria in quanto certi tratti culturali sono trasversali alle etnie, alle religioni, ai regimi politici, alle classi sociali e persino ai tempi. Le migrazioni, da sempre, fanno sì che all’interno di una stessa comunità spesso convivano valori culturali diversi.

Certo, viene spontaneo ribattere, ma c’è comunque sempre un’etica da rispettare! Popper, ancora lui, sostiene che l’etica non sia una scienza e che su tale base sarebbe difficile sostenere la giustezza di un particolare principio. Purtuttavia l’etica si applica tanto alla scienza quanto alla ragione e ai comportamenti: fai (non fare) agli altri quello che (non) vorresti fosse fatto a te. Ma allora esiste una possibilità di confronto, che possa diventare anche dialogo e contaminazione, tra culture diverse?

Il mio parere - e avverto naturalmente tutto l’imbarazzo per citarmi dopo il parterre de roi chiamato poc’anzi in causa – è che esista comunque un punto nel quale fissare l’asticella.

A me viene in mente la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come proposta per un punto di convergenza necessario. Sembra scontato e forse può sembrare un obiettivo minimo ma non lo è, se pensiamo che durante i lavori preparatori uno dei massimi teorici del relativismo culturale, Melville Herskowitz (Melville Jean Herskovits, 1895 -1963, antropologo e storico statunitense), tentò di far votare una risoluzione, nella quale si sosteneva che: “una Dichiarazione veramente universale e non etnocentrica deve tener conto della legittimità, per gli esseri umani, di pensare e agire in conformità alle credenze, ai costumi, ai codici morali della propria cultura.” Questa risoluzione fortunatamente non fu accolta.

Ritengo che non sia dunque giusto per se, concludo, assegnare a ogni atteggiamento la stessa dignità di valenza culturale: esiste un confine sotto il quale non si può scendere. È giusto e si può, convivere con chi è portatore di culture differenti e con chi ha idee diverse dalla nostra, ma dovremo intenderci sui valori fondamentali: ad esempio per chi vive in Italia sono inderogabilmente quelli della Costituzione e dei Trattati. Muovendo da questa base, penso sia possibile e necessario tracciare una linea guida che attraversi ogni aspetto della nostra vita comunitaria: politica, sociale, economica, scientifica, giuridica, sia nazionale sia transnazionale. Ecco, in ultima analisi mi permetto di pensare che al contrario della fisica, non esista una formula della relatività culturale. Non “vale tutto”. Certo: nessun pregiudizio, disposizione all’ascolto, comprensione (che mi piace più di tolleranza, termine che implica disparità), ma sui principi fondamentali, nessuna deroga.






Questo è un articolo pubblicato il 15-06-2021 alle 23:59 sul giornale del 17 giugno 2021 - 298 letture

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