Der doppelgänger: chi ha paura di Virginia Wolf?

7' di lettura Senigallia 30/05/2021 - Oppure se preferite, mettiamola diversamente: chi ha paura del lupo cattivo?
Sicuramente non racconto nulla di nuovo ricordando che il titolo del famoso dramma teatrale dell’americano Edward Albee nasce da un gioco di parole tra la celebre canzone “Who’s afraid of the big bad wolf”, sì, proprio quella del “siam tra piccoli porcellin…” e il personaggio di Virginia Wolf, la grande scrittrice inglese paladina dei diritti della donna, morta suicida a causa di una grave depressione.

Rimango affascinato dall’attualità di questo gioco degli specchi, che compone e scompone pezzi di un mosaico nel quale si (de)costruisce il rapporto con noi stessi, con gli altri, col passato che non abbiamo accettato, col presente come lo conosciamo e con il futuro come lo immaginiamo. O lo temiamo.

Nel dramma di Albee (https://www.britannica.com/topic/Whos-Afraid-of-Virginia-Woolf), proiezione del suo irrisolto rapporto famigliare, la coppia di sposi specchia i suoi fallimenti nei suoi giovani ospiti, offre loro una rappresentazione artefatta della propria vita, al tempo stesso nel tentativo di contaminarli e di liberarsi delle paure e delle insoddisfazioni represse che li soffoca.

Chiedo perdono: tentare di concentrare in tre righe riassunto e analisi di un lavoro che sul palco si rappresenta nell’arco di tre ore è impresa tanto ambiziosa quanto - temo - impossibile, ma apprezzate lo sforzo, soprattutto di accomodare una storia di sconfitte personali alle mie argomentazioni generali. È che quanto più leggo le notizie della cronaca e della politica, quanto più osservo il linguaggio e le argomentazioni con cui nei social tritiamo qualsiasi evento - significante e significato, insomma – quanto più ancora cerco di capire come tutti noi - singoli e come gruppi - affrontiamo i cambiamenti ed elaboriamo i nostri giudizi, tanto più l’immagine di Martha e George si confonde e si sovrappone ai porcellini che cantano “chi ha paura del lupo cattivo?”. Penso allora alla polemica vax - novax che ci ha ammorba da un anno a questa parte, penso all’ottusa tifoseria che scende in campo ogni volta che in Medio Oriente si riaccende l’eterno conflitto tra arabi ed ebrei, penso alla contrapposizione tra libertari e reazionari nella lotta per i diritti sociali (in particolare all’ostruzionismo parlamentare contro il cosiddetto Ddl Zan) e penso in generale all’associazione di idee estraneo = pericolo. Che sia lo straniero, che sia il transgender, che sia chi prega o pensa o mangia o tifa - persino - in un modo diverso dal mio.

Nell’opera teatrale i due protagonisti si rinfacciano crudelmente le reciproche debolezze, arrivano a creare la figura di un figlio immaginario quasi a dar forma al desiderio di normalità che non riescono a vivere nella loro quotidianità, senza capire - o forse arrivando a capirlo alla fine, ma col sacrificio del figlio mai avuto - che solamente prendere coscienza della realtà può essere il primo passo per trovare un nuovo equilibrio.

Ancora una volta mi sembra si confermi che la violenza – verbale, militare, politica, relazionale – che attraversa ognuno di noi fino a diventare regola di comportamento sociale, sia frutto della paura. Tentiamo di esorcizzare quello che ci spaventa (who’s afraid of the big bad wolf?), ma di fronte allo sconosciuto (la scienza? lo straniero? l’omosessuale?) rispondiamo come i protagonisti di Albee: costruiamo una realtà fittizia, cerchiamo di sopraffare chi ci sembra più debole - o più fortunato, dipende – o chi comunque ci pone di fronte a una alternativa, quando quell’alternativa ci costringe a fare i conti con noi stessi. E prendere atto che quel bambino non è mai esistito.

Il novax-notutto che teme di vedersi inoculati fantascientifici microchip liquidi, che vede la pandemia come effetto di un complotto mondiale per impadronirsi delle nostre menti, che spaccia un virus mortale per un semplice raffreddore è una persona che ha paura. Chi nega all’altro il diritto di godere pacificamente dei suoi stessi diritti civili, è una persona che ha paura. Chi non riconosce il diritto di ciascuno di disporre di se stesso in determinate circostanze (penso a tutte le questioni morali legate al fine vita) è una persona che ha paura. Chi sfila minaccioso in camicia nera col braccio destro teso in aria è una persona che ha paura. Potrei andare avanti a lungo, ma la domanda è: perché?

La paura del futuro è sempre stata presente e latente: la maggior parte dei film di fantascienza sono catastrofici, rarissimi quelli nei quali si immagina un futuro migliore; sono stati scritti fiumi di parole sulla metafora dei supereroi e non a caso uno di loro – tra i miei preferiti della scuderia Marvel - è The Mighty Thor, l’invincibile dio della mitologia nordica (https://marvel.fandom.com/wiki/Thor_Odinson_(Earth-616)).


Noi tuttavia oggi abbiamo paura del presente. Forse la scienza e la tecnologia sono andate troppo veloci? Ma come, ma allora questo idolatrare la velocità così cara ai futuristi (meglio la velocità che la guerra come igiene del mondo, per carità) è stato un boomerang che ci si è ritorto contro? Dunque la scienza ha ucciso la religione ma non ne ha preso il posto? Ok, qualcuno potrebbe dire: poco male perché era l’oppio dei popoli. Però nessuna ideologia politica le è sopravvissuta per darci una stella polare da seguire. Ora: non sono un sociologo e non aspiro a diventare un tuttologo, ho solo l’opportunità di esprimere un pensiero personale che può essere confutato e contraddetto, se ne vale la pena (anzi me lo auguro, perché solo dal contraddittorio possono evolversi il confronto e la crescita). Però se oggi il sapere invece di affascinarci ci spaventa, se invece di gioire quando la ricerca ci consegna il vaccino contro un virus mortale in un anno invece che in dieci, fuggiamo spaventati pensando a chissà quale macchinazione oscura, di chi è la colpa?

Di una generazione cresciuta tra Woodstock, Parco Lambro o Lotta Continua e finita con la Golf turbodiesel per la maturità al figlio diciottenne? Di una scuola troppo a lungo contaminata da una mentalità impiegatizia, faticosamente alla ricerca del suo ruolo fondamentale di ascensore sociale e per questo cantiere di formazione civica, oltre che di conoscenza? Dei politici “che rubano” ma se non ci fanno il condonino per il piano rialzato non li votiamo? Delle veline di Mediaset? Dei soliti Soros, Bezos o Bill Gates? Chi ha paura del lupo cattivo? E chi è il lupo cattivo?

Ma questa probabilmente è una visione parziale, “occidentale”, casalinga, della globalità; le radici sono certamente più profonde e antiche, allora a questo punto mi fermo. Eppure - penso tra me e me - sarebbe così semplice se ebrei e palestinesi decidessero che da domani invece di ammazzarsi a vicenda si comincia a convivere e accettarsi. Sarebbe così semplice se tutti fossimo d’accordo di non voler decidere come debba vivere/pregare/mangiare/accoppiarsi il prossimo, fino a che le sue scelte non siano dannose per gli altri. Sarebbe così semplice se di fronte a una crisi si cercassero i motivi di convergenza invece delle ragioni per dividersi. Non è impossibile, lo si può immaginare senza averne paura. L’aveva già cantato qualcuno, lo stesso per cui la vita, alla fine, è quello che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti. Non so allora quale sia la strada giusta, so solo che mai come ora il mondo - e il mondo siamo tutti noi - è davanti a un bivio e la paura del futuro è il modo migliore per andare incontro al peggiore possibile. In fin dei conti, è la paura di vivere che uccide Virginia Wolf.


Ah, dimenticavo. Se qualcuno volesse vedersi il filmone con Elizabeth Taylor e Richard Burton, eccolo qui, gratis: https://www.youtube.com/watch?v=AGI4RwY-frc (è in lingua originale).






Questo è un articolo pubblicato il 30-05-2021 alle 08:21 sul giornale del 31 maggio 2021 - 385 letture

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