Der doppelgänger: in nome dell’Umanità

7' di lettura Senigallia 17/05/2021 - Allora, eccoci di nuovo qua come si era detto – se ricordate - per chiudere il cerchio sul tema delle leggi di guerra. Le cronache di questi giorni stimolano una riflessione sempre più approfondita sui limiti della guerra e certo, tutti noi (almeno spero) siamo “contro” la guerra.

Alcuni lo sono solo contro quella degli altri, ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Restiamo nel tracciato che ci eravamo prefissi e per concludere il ragionamento sulla repressione dei crimini di guerra, vediamo insieme cos’è questa Corte Penale Internazionale (CPI) e di cosa si occupa. Per grandi linee, naturalmente.

Come ricorderete, la CPI vede la sua nascita con lo Statuto di Roma nel 1998. Affinché un trattato internazionale acquisti efficacia, non basta che sia “firmato” dai plenipotenziari che rappresentano ogni Stato durante i lavori, ma deve successivamente essere anche “ratificato” dagli organi rappresentativi dei Paesi firmatari. È inteso che l’adesione possa essere manifestata anche in un secondo momento. Perché sono importanti queste precisazioni? Perché diversi stati hanno firmato, ma poi non hanno ratificato lo Statuto e quindi non riconoscono la giurisdizione sovranazionale della CPI; tra questi la Federazione Russa e gli USA. La Repubblica Popolare Cinese e l’India non hanno nemmeno firmato lo Statuto. Bene, si potrebbe dire, allora di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un organismo riconosciuto da 123 Stati in tutto il mondo, tra cui tutti i paesi dell’Europa occidentale e del continente sudamericano, oltre che dalla maggioranza di quelli africani. Ok, andiamo avanti: cosa fa in concreto questo tribunale? È un organo complementare alla giurisdizione nazionale che si occupa di particolari crimini internazionali, quando i singoli stati non possono o non vogliono farlo. Di qualsiasi crimine? No, certamente, solo - si fa per dire - dei più ripugnanti: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini di aggressione (gli stessi di Norimberga, se ci fate caso).

A differenza dei Tribunali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda, non ha limiti geografici o temporali nella sua giurisdizione. Beh, quasi. La sua competenza, infatti si estende a crimini commessi dagli o negli stati che lo riconoscono e comunque sempre per responsabilità individuali e non degli stati stessi. L’intervento della Corte può essere richiesto anche da uno stato che non abbia ratificato lo Statuto di Roma. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu può chiedere l’apertura di procedure di indagine, mentre non può, salvo minime deroghe, impedirle.

Ora, giunti fino qui, vi domanderete “ok, tutto molto bello, ma in soldoni, cosa ha prodotto di buono questa Corte Penale internazionale?”

La prima risposta che mi verrebbe di dare è: il fatto di esistere. Non dovremmo, infatti, dare per scontato che la grande maggioranza degli stati del mondo abbia accettato una giurisdizione sovranazionale per gravi crimini commessi da suoi cittadini (a volte su mandato più o meno esplicito dei loro governi). Per chi resta fuori è politicamente sempre meno sostenibile giustificare questa scelta.

La CPI tuttavia produce anche - ci mancherebbe - giurisprudenza e sentenze. Premesso che la Corte non può condurre processi in contumacia ma solo quando l’imputato è stato o si è consegnato alla Corte stessa, una tra le più recenti è quella relativa al processo “Al Mahdi”, che ha portato alla condanna a nove anni di carcere di un esponente jihadista maliano per la distruzione delle antiche moschee di Timbuktu, patrimonio UNESCO dell’Umanità. Una sentenza storica, per la protezione dei beni culturali in tutto il mondo, che ha previsto anche un risarcimento dei danni morali ed economici alle vittime (https://www.icc-cpi.int/mali/al-mahdi).

Vi sembra un caso marginale? No, non lo è, ma se volete qualcosa di più potremmo occuparci di tal Bosco Ntaganda (congolese) condannato a trent’anni di reclusione per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oppure di Dominic Ongwen, condannato a venticinque anni di carcere per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi in Uganda tra il 2002 e il 2005. Potrei citare il caso del congolese Thomas Lubanga, che ha appena finito di scontare una condanna a quattordici anni per crimini di guerra, avendo reclutato e utilizzato in combattimento bambini di età interiore a quindici anni.

Al momento, la Corte sta vagliando situazioni emerse in paesi come la Colombia, le Filippine, l’Ukraina o il Venezuela e ha in corso procedure investigative in diverse parti del mondo tra cui il Kenya, l’Afghanistan, il Mali, la Libia, che potrebbero portare a nuove incriminazioni di persone responsabili dei crimini di cui vi ho detto.

Parlare della CPI ci riporta in qualche modo alla cronaca di questi giorni: nel 2015 lo Stato di Palestina ha depositato gli strumenti di accesso allo Statuto di Roma. Occorre una precisazione: la Palestina è riconosciuta come stato da oltre 130 paesi del mondo e ha lo status di “osservatore” presso l’Onu dal novembre 2012 (nel 2014 il Consiglio di Sicurezza ha bocciato la richiesta di ammettere la Palestina come membro a pieno titolo). Tranne la Svezia, i paesi dell’Europa occidentale non hanno ancora ritenuto di riconoscere lo Stato di Palestina, anche se i rapporti diplomatici sono sostanzialmente a tale livello. In ogni caso, si diceva, con l’adesione allo Statuto di Roma lo stato di Palestina dal 2015 richiede, accetta e riconosce la giurisdizione della Corte (al contrario di Israele, che non ha firmato lo Statuto), affinché questa investighi su eventuali crimini di sua competenza, commessi nei territori occupati inclusa Gerusalemme Est, a partire retroattivamente dal 13 giugno 2014. Perché questa data in particolare? Perché il 12 giugno 2014 tre ragazzi israeliani furono rapiti e assassinati al ritorno da scuola in un insediamento in Cisgiordania. Indicando la data del 13 giugno, il governo palestinese ha inteso evitare che si apra una indagine su questo crimine, ma non sulla successiva e violentissima reazione israeliana (https://www.idf.il/en/minisites/wars-and-operations/operation-brothers-keeper/). È la politica, baby.

Dopo una lunga serie di procedure e analisi giuridiche, gli organi della Corte hanno deciso, nel febbraio di quest’anno, che le indagini possono legittimamente estendersi in tutti i territori occupati da Israele dopo il 1967, in particolare Gaza e la West Bank, compresa Gerusalemme Est. Nel successivo mese di marzo, il Procuratore ha annunciato l’avvio delle indagini, che naturalmente riguarderanno crimini commessi da chiunque - per intenderci sia israeliani sia palestinesi – dal 13 giugno 2014 a oggi come richiesto - sfruttando alcuni meccanismi procedurali - dallo stato di Palestina (https://www.icc-cpi.int/palestine).

A proposito di questo, nei giorni scorsi mio figlio mi ha chiesto perché non scrivere un articolo sul conflitto in corso nella striscia di Gaza. La risposta è: perché è un groviglio troppo complicato, nel quale qualunque filo tenti di seguire è troppo legato a mille altri per condurti al suo capo. Non solo sulle questioni politiche, sociali e religiose dove le recriminazioni reciproche risalgono i secoli e la storia, ma anche sul rispetto delle leggi di guerra da ambo le parti, non esiste un parere uniforme. A differenza di troppi, ho certamente le mie idee ma non sono un tifoso: come sempre in ogni conflitto, anche in questa guerra torti e ragioni non stanno da una sola parte, ogni vittima è una vittima di troppo e non sarà continuando a camminare guardando all’indietro che se ne uscirà. Di una cosa sola sono convinto: Israeliani e Palestinesi hanno diritto alla pace, al loro stato, alla loro sicurezza e non sarà combattersi per sempre, la soluzione per arrivarci. Prima o poi qualcuno, da Ramallah a Tel Aviv a Gaza, dovrà avere il coraggio di fare la cosa giusta.

(per saperne di più sulla CPI: https://www.icc-cpi.int/Pages/Home.aspx)






Questo è un articolo pubblicato il 17-05-2021 alle 00:27 sul giornale del 18 maggio 2021 - 497 letture

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