Enrico, un malato Covid che ce l'ha fatta: "Vi racconto i miei 22 giorni in ospedale. I sanitari la nostra forza"

6' di lettura Senigallia 14/04/2021 - Fino ad un mese fa avevo sempre pensato, molto ingenuamente o forse solo per esorcizzarlo, che il Covid sarebbe toccato per lo più ai poveri malati di cui sentivamo parlare sempre dai media. Ero quasi certo ottimisticamente o incoscientemente che io, con le opportune accortezze, me la sarei cavata come moltissimi altri...

Un giorno, invece, il maledetto animaletto di nome Sars-Cov-2 ci fa visita anche nella nostra casa e si insedia nei polmoni di mia moglie, di mia cognata ed ovviamente anche nei miei. Prontamente Volpini, il mio inesauribile dottore, ci invia due operatori dell’USCA. L’USCA sappiamo è un servizio benemerito, perché consente di intervenire rapidamente sul territorio e alleggerire gli Ospedali, troppo intasati dai casi più gravi di Covid. Un plauso quindi al Dottor Volpini per avere potenziato ulteriormente questo prezioso servizio. Nonostante la loro giovinezza, gli operatori che si presentano a casa nostra dimostrano di essere molto competenti e scrupolosi, nonché simpatici e rassicuranti. Le mie donne, il vero sesso forte, diventano presto negative (io lo sono solo da 6 giorni ), ma il terribile animaletto si accanisce su di me e mi spedisce provvisoriamente al Pronto soccorso di Jesi; poi il giorno successivo, per mancanza di posti a Jesi, al Centro Covid di Senigallia.

Classica diagnosi : “Covid-19, manifestatosi con polmonite interstiziale a focolai multipli, complicata da insufficienza respiratoria”. Debolissimo, con scarsa concentrazione mentale e difficoltà a respirare, vengo accolto da una simpatica Oss e da un'infermiera con molto calore e disponibilità. Condivido la notte in una camera con tre degenti, piuttosto gravi e con disagi mentali, che spesso urlano senza consapevolezza. Il giorno successivo mi sento un privilegiato, perché mi spostano in una camera singola che si era appena liberata. Lì cominciano le cure massicce a base soprattutto di ossigeno ad alto flusso ed altre terapie disposte dal protocollo ed eseguite con grande professionalità ed abnegazione dall’ Equipe Covid 1 sotto la direzione dell’ ottima Dott. ssa Morbidoni, Primario di Medicina Interna e dei suoi validi collaboratori, i dottori Maria Cristina Piras, Walter Casagrande, Marco Giunti, Antonio Mundo, Fabio Di Giulio, Moira Lucci, Claudio Canafoglia e Rossetti Lidia e la coordinatrice Alessandra Palma. Il mio punto di riferimento diviene la Dott.ssa Piras che mi segue per più giorni incoraggiandomi a reagire al meglio e che io intendo ringraziare qui in maniera particolare per le sue forti iniezioni di fiducia. E poi c’è l’immenso stuolo di Infermieri che voglio nominare e ringraziare qui ad uno ad uno con affetto e con il loro nome, perché così li ho conosciuti: Elena, Rosy, Claudia, Khaled , Nicoletta G., Nicoletta C., Giovanni, Angelo, Elga, Gianfilippo, Sara, Alessio, Silvano, Michele, Vincenzo, Sebastiano, Valentina, Marilena, Sonila, Maria Angela, Erica, Rachele, Tamara, Letizia, Gloria. Permettetemi di ringraziare in particolare Nicoletta C. ed Alessio, due mie vecchie conoscenze che mi fanno sentire ancor più in famiglia.

Anche se per noi degenti è difficile distinguerli dagli infermieri bardati come sono tutti di casco ed delle caratteristiche uniformi Covid in tinta verde, non posso non ringraziare chi si prende cura dei pasti e dell’igiene nelle nostre camere, i preziosi OSS : Gloria, Catia, Michela, Alessia, Elena, Angelo, Francesca, Ornella, Marco, Olga, Elida, Monika. Ancora non riesco a spiegarmi come medici, infermieri ed Oss riescano ogni giorno a respirare nei loro scafandri di tessuto e quanta pazienza debbano mettere per indossarli e toglierli a più riprese come in un rito di vestizione sacrale. Li vedo più volte in questo frangente e soffro con loro. Tutti nell’ equipe della Dottoressa Morbidoni, a seconda dei loro turni, cercano con grande sensibilità personale di non farmi sentire mai troppo malato, ma più una persona un po’ in difficoltà, bisognosa sì di farmaci e di ossigeno in abbondanza, ma anche di un pò d’affetto, di una parola rincuorante o scherzosa che sollevi il fisico ed il morale (piuttosto a terra) e ti dia sempre una forte speranza di farcela. Ciò che ricordo particolarmente di quei 22 giorni passati al reparto Covid sono due cose in contrasto apparente tra di loro, ma che nel mio caso specifico (anche a detta di Gianni e di Guido, due miei compagni di camera) si sono integrate ed hanno reso il soggiorno nel reparto Covid pù sopportabile ed umano: il grande problema del respiro e le parole piene di sorriso accattivante e rassicurante degli operatori che sanno attutire gli effetti deprimenti e debilitanti delle terapie.

I medici e gli infermieri sono gentilissimi nel porgerti quando ti incontrano due parole rincuoranti mentre distribuiscono diagnosi temporanee , consigli o la razione di medicinali del giorno . Ma ci sono anche le generose Oss, sempre pronte a darti il buon giorno del mattino per prime con un fresco sorriso o con un simpatico confidenziale “sveglia dormiglione” per poi servirti la calda colazione ed effettuare con cura le pulizie necessarie della camera. Non ci si sente più soli quando intorno a te si muovono operatori solerti e generosi e puoi confidarti con altri malati che presto diventano amici solidali di sventura . L’umanità che respiri nei corridoi e nelle camere ed anche i chiassosi sorrisi notturni degli operatori ti fanno sentire che la vita scorre ancora e deve andare avanti aiutandoti a relativizzare le sofferenze portate dal virus senza ovviamente annullarle. Quando siamo in salute noi conviviamo ogni giorno tranquillamente ed inconsapevolmente con il nostro respiro, costante e ritmico e di cui ci accorgiamo solo quando facciamo esercizi di meditazione e soprattutto quando esso viene a diminuire drasticamente , provocando un attacco di panico o un senso di soffocamento e di impotenza. I medici a questo punto cercano di risolvere la grave insufficienza respiratoria con vari interventi di ossigenazione e terapie specifiche , fino , nei casi più gravi , all’intubazione. Per un pelo io mi salvo da questa soluzione estrema, ma sperimento anch’io con sofferenza cosa vuol dire il fiato cortissimo che non ti permette di parlare se non con affanno con i parenti ed amici che vogliono sapere di te.

Concludo questo mio breve ricordo del soggiorno al reparto Covid dell'ospedale di Senigallia ma vorrei che giungesse a tutti gli operatori il mio grazie caloroso per essermi stati vicini come in una famiglia già piuttosto affiatata permettendomi di affrontare non da solo ma insieme il terribile animaletto. Non sempre vi ho riconosciuto, bardati come eravate, cari operatori, ma di molti captavo la voce carezzevole, decisa, squillante, scherzosa, rincuorante, ma sempre piena di affetto che non scorderò mai. Vi abbraccio tutti con calore, immaginando che siate degli angeli che io posso stringere senza farvi male, perché so di abbracciare soprattutto la vostra grande anima.

Enrico
un altro malato di Covid che ce l’ha fatta






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 14-04-2021 alle 14:55 sul giornale del 15 aprile 2021 - 3957 letture

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