Der Doppelgänger: libertà è partecipazione

4' di lettura Senigallia 23/03/2021 - Avevamo parlato della libertà di espressione, se siete d’accordo vorrei restare ancora un po’ da quelle parti ragionando sul concetto stesso di libertà: giusto alcune pillole, qualche suggestione, una riflessione condivisa, un po’ di interrogativi.

Intanto: libertà e democrazia sono strettamente legate – o come dire meglio? - indissolubilmente connesse?

Non necessariamente: il concetto di democrazia totalitaria era già stato immaginato dal filosofo svizzero Jean Jacques Rousseau (1712 – 1778) nel suo Contratto sociale del 1762, laddove la libertà individuale si annullava nella volontà collettiva e si concretizzava nell’obbedienza. Ne risentì la stessa Rivoluzione Francese, mentre oggi sentiamo parlare di democrazia illiberale nei Paesi dell’Europa orientale, evidentemente non ancora depurati dalle tossine dei passati regimi totalitari.

Un interessante spunto per approfondire questa riflessione viene offerto dalla lettura di un libro uscito nel 2018: “21 lezioni per il XXI secolo” (per chi fosse interessato ad approfondire: https://www.letture.org/21-lezioni-per-il-xxi-secolo-yuval-noah-harari), scritto dallo storico israeliano Yuval Noah Harari, secondo cui la culla della democrazia risiede nel sistema liberale.

Personalmente sono cresciuto nell’idea del socialismo liberale immaginato in Italia da Salvemini, Rosselli, Turati stesso ma non è questo il punto. Quello che mi colpisce nell’elaborazione di Harari, è l’immagine della democrazia liberale fondata sull’idea della intrinseca saggezza del voto popolare.

Si tratta a ben vedere del concetto, maldestramente proposto in Italia con lo slogan dell’uno vale uno, secondo cui il voto della famosa “casalinga di Voghera” conta quanto quello di uno scienziato o di un letterato, giusto per definire grossolanamente la questione.

È indubbio che non tutti i cittadini siano ugualmente interessati, competenti, coinvolti nelle innumerevoli vicende che riguardano la vita politica di una comunità, ma alla resa dei conti il voto di un analfabeta conta quanto il voto di un Einstein. Possiamo allora affermare che la democratica espressione del voto popolare non si basa sul cosa sai o sul cosa pensi - sostiene Harari – ma sul cosa provi, dal momento che la dignità dei sentimenti non è evidentemente classificabile in base
agli “skills” individuali.

Malgrado il famoso aforisma del padre della patria Pietro Nenni sulla politica che non si fa con i sentimenti, sembra allora che questi pesino - e molto - sulle scelte personali e quindi politiche di ciascuno. Stabilito questo, la riflessione successiva è se sia più conveniente aiutare il singolo cittadino a elaborare in modo obiettivo e oggettivo un concetto frutto di conoscenze e di confronto, oppure se sia preferibile, per una parte politica interessata a gestire il potere, influire sui suoi sentimenti, sulle euristiche – scorciatoie del ragionamento – più facilmente manipolabili specialmente con gli attuali strumenti informatici. La risposta appare fin troppo scontata.

Il caso del referendum britannico sulla “Brexit” ne è la dimostrazione: un gran numero di elettori, successivamente, ammise di aver votato sulla base di suggestioni e non di informazioni verificate.Harari nel suo libro sembra prevedere un futuro dominato dai Big Data (per saperne di più consiglio questa lettura: https://core.ac.uk/download/pdf/237170076.pdf); può darsi ma non vorrei spingermi troppo lontano, preferisco pensare all’hic et nunc. Riflettendo su quanto abbiamo detto
finora, riusciamo a prendere più seriamente gli allarmi internazionali e trasversali sulle infiltrazioni informatiche da parte di potenze straniere, nelle dinamiche politiche nazionali?

Pensiamo sia necessario riflettere sul perché qualcuno - chiunque sia - possa essere tanto interessato a bombardarci di cosiddette “fake news” tanto che ormai, nella quasi impossibilità di distinguere, siamo portati a diffidare dell’informazione in generale?

Avvertiamo questa sorta di schizofrenia cognitiva per cui la tecnologia frutto della scienza ci sta guidando a diffidare della scienza?

Credo che dovremmo iniziare a chiederci se e come possiamo ancora in qualche modo difendere noi stessi, la nostra comunità, la nostra pur malandata democrazia liberale da questi veri e propri cavalli di Troia. Credo che dovremmo iniziare a chiederci, come individui e come esseri sociali, quale sia la nostra idea di libertà 2.0.

Forse la risposta, alla fine, sta nella soluzione del caro vecchio Signor G.: libertà è partecipazione.
Quella che spunta le armi a chi ci chiede ogni giorno “cosa provi?”, invece di “cosa pensi?”






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 23-03-2021 alle 16:42 sul giornale del 24 marzo 2021 - 442 letture

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