Der Doppelgänger: parlo, dunque sono

4' di lettura Senigallia 10/03/2021 - Rubrica a cura di Renato Pizzi. Inizio con questo articolo una collaborazione con Vivere Senigallia e ringrazio Michele Pinto, che mi ha voluto concedere uno spazio dove buttare giù qualche riflessione, per condividerla e magari discuterla con chi ne abbia voglia. Il titolo di questo piccolo spazio mi riporta al nickname che utilizzai nell’affacciarmi ai primi, primitivi social della rete.

Chi mi conosce, al di là dell’aspetto professionale forse ricorda il mio impegno politico di parecchi anni orsono, altri forse sanno della mia attività di volontariato, che ormai dura da trentacinque anni. È proprio per una forma mentale acquisita nei vari incarichi e impegni che ho svolto nel tempo, che ho progressivamente cercato di migliorare la capacità di controllare - certo, siamo umani e imperfetti di natura - il linguaggio e il modello di comunicazione con cui mi relaziono specialmente in pubblico, in particolar modo attraverso i social. Il loro impiego infatti, ma direi l’utilizzo degli strumenti informatici nel loro complesso è diventato ancora più importante in questo ultimo anno, condizionato dagli effetti della pandemia che stiamo cercando di combattere.

Lo spunto per questa riflessione nasce dalla lettura - sui giornali, sui social - di affermazioni da parte di personaggi rilevanti e conosciuti che, vuoi per la loro immagine politica vuoi per quella professionale, spesso creano incertezza e alimentano polemiche laddove sarebbe più normale aspettarsi maggior ponderazione. Le discussioni e le reciproche accuse vengono di solito liquidate alla voce “libertà di espressione” e questo è il tema dello spazio che ancora mi resta. Il tempo di domandarmi e domandarvi: fin dove si spinge la libertà di espressione? Ne godiamo tutti allo stesso modo? Ne avvertiamo tutti la responsabilità non dico legale, aspetto importante ma meno interessante nel mio ragionamento, quanto piuttosto etica, morale, “politica” vorrei dire, nella più limpida accezione del termine?

La libertà di espressione è un diritto costituzionale (Costituzione, art. 21), riaffermato da ogni trattato internazionale moderno: è una delle massime manifestazioni della libertà e della democrazia, se ne parla addirittura nella Dichiarazione dell’Uomo e del Cittadino, complesso di norme nate durante la Rivoluzione Francese e tuttora parte integrante della legislazione transalpina.

Ma a parte le conseguenze penali o civili che l’abuso di tale libertà può procurare e che come abbiamo già detto non affronteremo in questa sede, esistono dei limiti che la ragione o il buon senso possono frapporre alla nostra libertà di esprimere qualsiasi pensiero ci venga alla mente? Cosa può rilevare, per convincerci che il nostro pensiero in un determinato momento, in una data circostanza, debba restare il nostro pensiero? Per evitare qualsiasi genere di fraintendimento prendo come esempio me stesso. Da molti anni, come ho scritto, ho aderito spontaneamente a una associazione che si ispira a determinati valori: si suppone che come socio, io li condivida senza riserve. Questa è infatti l’aspettativa che avrebbe chiunque, così che volente o nolente rappresento quei valori e di conseguenza quella associazione che li adotta e attraverso lei tutti gli altri volontari. Ciò accade non solo mentre indosso nel mio caso una divisa ma in ogni momento della mia giornata: sarebbe singolare, per quanto abbiamo appena affermato, che trovandomi al bar con altre persone mi lanciassi in invettive razziste, per esempio. In questo momento non mi interessa esprimere un giudizio di merito su chi si proclama razzista: è evidente che mi trovo culturalmente agli antipodi da queste persone, ma non affermerei mai che non abbiano il diritto di manifestarsi tali; è tuttavia evidente che esista una stretta correlazione tra la percezione del mio ruolo e il mio linguaggio, verbale o paraverbale che sia.
Di più: l’antropologa culturale Melissa Pignatelli ci ricorda la teoria di John L. Austin, noto filosofo del linguaggio, secondo cui quando esprimiamo un concetto operiamo azioni linguistiche che hanno un effetto su chi ci ascolta. Esse hanno dunque conseguenze materiali, il cui effetto dipenderà in buona sostanza dalla relazione che il soggetto ha con chi gli parla. È un ragionamento che ci riconduce alla “legge dell’opinione” formulata dal padre del liberalismo classico John Locke, ma mi fermo qui.

La riflessione che volevo sommariamente condividere - e torno a pensare alla massa di suggestioni che quotidianamente assorbiamo dai social o dalla televisione - è che ognuno, ciascuno per il proprio ruolo, deve sempre aver chiaro in mente l’effetto che le proprie parole possono avere su chi le ascolta, sulle conseguenze che esse possono avere a qualsiasi livello. Di questo dobbiamo assumerci la responsabilità e laddove sia il caso, sopportarne le conseguenze.
E dunque: anche convinti - lo ripetiamo - che la libertà di espressione sia la più grande delle libertà, non dimentichiamo tuttavia che come ci ammoniva Primo Levi, spesso le parole sono pietre.






Questo è un articolo pubblicato il 10-03-2021 alle 18:13 sul giornale del 11 marzo 2021 - 1068 letture

In questo articolo si parla di cultura, articolo e piace a Daniele_Sole

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