ComunicArte: Rinascimento marchigiano come agognata rinascenza post sisma

6' di lettura Senigallia 09/02/2021 - Il 15 ottobre scorso è stata inaugurata all'Auditorium di S. Rocco la mostra “Rinascimento marchigiano. Opere d'arte restaurate dai luoghi del sisma”, allestita nelle sale di Palazzo del Duca e riaperta al pubblico pochi giorni fa.

Non è la prima volta che a Senigallia confluiscono opere d'arte provenienti dai luoghi martoriati dal sisma del 2016: la Pinacoteca diocesana ospita infatti un corpus di sette opere provenienti dalla danneggiata collegiata di S. Pietro Apostolo a Monte S. Vito e ad esso ha ridato luce grazie ad una mostra inaugurata nel 2017 dal titolo “Salvati dal terremoto”. Iniziative come questa sono non soltanto auspicabili ma addirittura imprescindibili perché permettono all'arte, anche quella di artisti impropriamente definiti minori, di sopravvivere, ed evitano pericolose dispersioni e lacerazioni del tessuto collettivo, ovverosia la fine triste e silenziosa dell'identità di una comunità intera.

Prendiamo in prestito le parole dello scrittore Carlo Sgorlon per rafforzare tale concetto: «Il popolo era sempre accompagnato in tutti i momenti salienti della sua vita dalla conoscenza inconscia del proprio passato» (tratto da “Gli dèi torneranno”), passato che, nel caso di piccoli borghi e isolati comuni rurali e montani, può rimanere vivido solo se di esso si preservano con cura tutte le manifestazioni tangibili del secolare lavoro artistico umano. Fa male pensare che, di tutte le opere presenti in mostra, solo il 20% tornerà nei luoghi d'origine, come ha precisato durante l'inaugurazione lo storico dell'arte Stefano Papetti - curatore della mostra assieme a Pierluigi Moriconi - il quale si è inoltre soffermato a commentare il senso della dicitura “Rinascimento marchigiano”, applicata ad un evento espositivo che, in realtà, esplora un arco temporale più ampio, dal XV al XX secolo.

Il comune denominatore è il focus sulla necessità di rivedere tutte queste opere e i territori di cui fanno parte finalmente recuperati, ricostruiti, ripopolati e restituiti, offerti alla comune speranza di poter rimarginare una ferita aperta da troppo tempo. Il vero rinascimento marchigiano è quello che deve ancora materializzarsi. Ma entriamo più nel vivo della mostra. Appena si giunge nella prima sala si viene accolti da un maestoso polittico di inizio XVI secolo raffigurante la “Madonna con Bambino, Santi e Apostoli” di autore (o più probabilmente autori) ancora sconosciuto, e proveniente da Monte S. Pietrangeli (FM), opera che si dimostra viva espressione di quella ardita combinazione di gotico fiorito e sintesi prospettica rinascimentale che caratterizza buona parte della pittura marchigiana del periodo.

Nell'osservare il polittico si viene piacevolmente colpiti dal raggelato incanto di forme concise, geometrie ritmicamente scandite, cieli ormai non più oro, dove compare anche qualche nube evanescente, solidità statuaria dei personaggi e volti così amabilmente diversi gli uni dagli altri. Poco importa se la cornice è ormai fuori epoca e alcune figure, come il S. Biagio, esibiscono una estraniata, a tratti ingenua, rigidità strutturale: l'opera nel complesso risulta ben eseguita e di grande impatto. Proseguendo nella visita, ci si trova a metà percorso di nuovo accolti da un dipinto sublime: “San Francesco di Paola che spegne la fornace in fiamme” (1623-'25, Matelica, Chiesa di S. Francesco) del ticinese Giovanni Serodine (1594-1630), pittore e scultore (anche stuccatore, a inizio carriera) seicentesco ingiustamente poco noto. Eppure questo dipinto merita certamente di essere osservato con attenzione: c'è tutto, dalla infervorata drammaticità che aveva già animato personaggi e situazioni descritti dal pennello irruento del Tintoretto, ad un certo gusto nordico per il dettaglio e l'espressività, giungendo addirittura ad anticipare, per l'ambientazione e l'atmosfera evocate dal paesaggio in secondo piano, taluni pittori e “grandtouristi” inglesi del XVIII secolo.

Magnifici i cromatismi di questo dipinto, con il fuoco della fornace così splendente e le singole fiamme simili a mani filamentose, pennellate squillanti che hanno fatto dire al Longhi storico dell'arte che il Serodine è una sorta di impressionista ante litteram. Aggiunge Fabrizio Dentice: «la pittura di Giovanni era un pugno nello stomaco […]. Il Serodine infatti non solo più del Caravaggio degradava i santi a barboni e personaggi da taverna […] ma vi aggiungeva di suo una concitazione, una violenza, una furia pittorica che sconcertavano» (“Serodine, santi e barboni”, articolo uscito su Repubblica il 16/11/1993). Caravaggesco quindi, il Serodine non ha avuto molto successo: oltre al fatto che visse poco, le sue opere, così cariche di pathos e realismo, offendevano il decoro e la morale strenuamente difesi dalla Chiesa, e si discostavano troppo dal mite classicismo di alcuni suoi colleghi di successo, come Guido Reni e Domenichino.

Concludiamo la nostra visita con le preziose tavole – otto in tutto, e probabilmente facenti parte di un paliotto d'altare – che narrano la storia di S. Lucia, dipinte da Jacobello del Fiore (1370-1439). Artista veneziano di fama ben diversa rispetto a quella del Serodine, poiché Jacobello fu pittore ufficiale della Serenissima fra gli anni Venti e Trenta del XV secolo, non prima di essere stato anche «una specie di sovrintendente alla conservazione delle pitture di Palazzo Ducale» (Zampetti) sempre a Venezia, nel 1411. Quello che di lui veniva particolarmente apprezzato in termini pittorici era certamente la vivace capacità narrativa, memore della lezione di Giotto e di Gentile da Fabriano – è verosimile, tra l'altro, che Gentile e Jacobello avessero lavorato insieme a Venezia, tra il 1409 e il 1411 –, unita ad una resa prospettica già convincente. Preziosismi sì ma ben dosati, fondo oro che fa riecheggiare l'ormai quasi del tutto superata arte bizantina, con anche, però, dei dettagli naturalistici – dai prati erbosi alle rocce leggermente scanalate, per creare dei timidi effetti chiaroscurali –, come pure «umanizzazione addolcita dei volti», tutti elementi formali che rendono più vive le opere di un pittore capace di unire la lezione del passato con sperimentazioni che anticipano in qualche modo il Rinascimento. E tutto questo è ben visibile nelle otto tavolette presenti in mostra, che «denunciano l'evoluzione della cultura, eclettica, di Jacobello, il quale parte dunque da una formazione tardo-bizantina, sulla quale innesta la sostanza più appariscente del gotico cortese [...]» (Pietro Zampetti). Che poi l'oro dei suoi sfondi riluce ma non distrae, i cieli sono statici e dello stesso colore della terra creando, in alcune scene, un effetto di disarmante deserto di voci e suoni all'interno del quale sembrano consumarsi atrocità inspiegabili, come il martirio di una giovane donna innocente, S. Lucia, la quale però mantiene una dignità e un contegno altissimi, anche quando i suoi aguzzini e detrattori cercano di trascinarla al lupanare legata ai buoi (“S. Lucia trascinata dai buoi”). Le Storie di S. Lucia sono la chiusura perfetta di un percorso espositivo di grande respiro, che ci ricorda quanto sia importante avere a cuore le fragili bellezze del nostro territorio, da conoscere e proteggere.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 09-02-2021 alle 09:50 sul giornale del 10 febbraio 2021 - 268 letture

In questo articolo si parla di cultura, ComunicArte, comunicato stampa, Lorenza Zampa

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