Netatwork. Innovare la didattica, due modelli (2° parte)

6' di lettura Senigallia 26/02/2020 - Dopo aver illustrato, nel precedente servizio, il ‘modello finlandese’ , oggi parliamo invece di “didattica capovolta” (Flipped teaching) di origine americana. Per capire di cosa si tratta abbiamo chiesto alla Prof.ssa Francesca Barontini, docente dell’IIS Padovano che ha da poco terminato il corso, di illustrarci i contenuti.

Nella teoria, quali sono le caratteristiche della didattica capovolta ed in che cosa si differenzia da quella tradizionale?

La didattica tradizionale è in crisi perché non è in grado di dialogare in maniera efficace con lo stile di apprendimento dei cosiddetti nativi digitali. Come ben si sa, la didattica tradizionale è basata sull’ascolto, sull’acquisizione e sull’assimilazione più o meno passiva delle informazioni da parte di una fonte autorevole – nel nostro caso il docente –e poco sulla collaborazione, sulla condivisione di problemi e soluzioni, e soprattutto sul learning by doing, sull’apprendere operativo. La Flipped Classroom o classe rovesciata è una metodologia didattica basata sull’inversione di due momenti centrali di ciò che in genere si fa a scuola: la lezione e il compito a casa. Di norma la lezione si svolge in classe, mentre a casa lo studente dovrà esercitarsi su quanto appreso a scuola attraverso il compito assegnato dal docente. E’ proprio qui, cioè a casa, che lo studente incontra il problema; è qui che lo studente deve fare i conti con procedimenti che non ha capito e per i quali avrebbe bisogno del supporto dell’insegnante. Ma l’insegnante non c’è. Invertendo la sequenza dei due momenti, il problema può essere risolto: il docente, attraverso per esempio una videolezione selezionerà i contenuti essenziali che serviranno allo studente per farsi un’idea generale di un argomento o di una problematica che verrà discussa e sviluppata in classe. Questa prima fase di approccio costituita dalla videolezione non è fine a se stessa, perché i contenuti acquisiti saranno funzionali allo svolgimento dell’attività in classe. Dopo aver verificato che il videotutorial assegnato come compito sia stata effettivamente compresa da tutta la classe, il docente lancerà uno sfida, o meglio sottoporrà agli studenti un problema – sempre relativo all’argomento della videolezione – che dovranno risolvere in gruppo, realizzando un prodotto finale o un artefatto cognitivo.

Il corso formativo che la scuola ha organizzato sulla Didattica Capovolta ha avuto delle ricadute nella sua pratica didattica?

Sì, indubbiamente le ricadute ci sono state. In realtà, come è emerso da un questionario di ricaduta del progetto compilato dai corsisti, non tutti i docenti hanno poi utilizzato la didattica capovolta, oppure lo hanno fatto solo occasionalmente, però quasi tutti hanno invece affermato di aver utilizzato nella propria attività didattica gli strumenti appresi relativamente alle nuove tecnologie. Io stessa ho fatto spesso ricorso ad alcuni di questi strumenti, ad esempio creando dei siti web per il recupero in itinere degli studenti o per il ripasso in vista dell’Esame di Stato, e devo dire che il riscontro da parte dei ragazzi è stato sempre positivo. Ho notato che essi apprezzano soprattutto il fatto che venga creato qualcosa appositamente per loro, in questo modo si sentono più importanti e, quindi più motivati ad usare questi strumenti, rispetto, ad esempio, ad un semplice sito di ripasso già esistente e semplicemente consigliato dal docente.

Questo tipo di metodologia ritiene che possa aiutare maggiormente gli studenti nel profitto scolastico e nella loro motivazione ad apprendere?

Certo, come ogni metodologia, se ben utilizzata, anche la flipped classroom può aiutare gli studenti nel processo di apprendimento, ma secondo me, comunque, non maggiormente di altre. Io penso che un docente debba saper far ricorso a varie metodologie in modo da adattarsi alle diverse situazioni che si presentano di volta in volta e agli studenti con cui si trova ad interagire. Dai risultati del questionario, ad esempio, è emerso che la didattica capovolta è stata utilizzata con successo negli istituti comprensivi, mentre è risultata meno efficace nelle classi dell’istituto professionale; in quest’ultimo caso, si è visto che essa non è facilmente utilizzabile allo stato “puro”, ma dà risultati migliori quando viene presa semplicemente come spunto di partenza per poi essere adattata e inserita anche in un contesto di lezione più “tradizionale”. Io stessa, seppur faccia spesso ricorso alle nuove tecnologie e a metodi di didattica innovativa, utilizzo anche molto la lezione cosiddetta “frontale”, facendo in modo però che, al tempo stesso, essa sia anche interattiva e partecipata; ho notato, infatti, che gli studenti hanno bisogno di momenti in cui l’insegnante semplicemente “spiega” loro qualcosa, naturalmente però richiamando sempre la loro attenzione a facendoli intervenire spesso, cosicché siano stimolati a seguire. È vero, la didattica capovolta offre di sicuro spunti per motivare gli studenti, ma se venisse sempre utilizzata rischierebbe, a mio avviso, di divenire essa stessa una routine e, quindi, perderebbe molta della sua attrattiva. Penso che a fare la differenza sia, in realtà, il docente: un docente motivato è di sicuro in grado di motivare esso stesso i suoi studenti e, se è preparato sulle varie metodologie, può integrarle nel modo che ritiene di volta in volta più opportuno.

Che cosa manca oggi alla nostra scuola? Innovare la didattica può aiutarci a farla crescere? La DC può darci una mano?

Io penso che quello che manca oggi alla nostra scuola sia una maggiore valorizzazione della professione docente. Come dicevo prima, infatti, più che la metodologia, a mio avviso, a fare la differenza è il docente che la usa, ma se il docente non è motivato a migliorarsi perché si sente poco valorizzato e, devo dire, spesso sottopagato, egli proseguirà a fare didattica come ha sempre fatto, ritenendo ogni iniziativa di formazione semplicemente come un obbligo imposto dall’alto e di cui non capisce appieno la necessità. Naturalmente sì, penso che innovare la didattica possa aiutarci a farla crescere, proprio perché più metodologie e più strumenti si conoscono, più si è in grado di adattarsi alle esigenze degli studenti, che sono sempre diverse e in continua evoluzione e che richiedono anche linguaggi differenti da quelli fin qui utilizzati in maniera esclusiva. In questo sicuramente la didattica capovolta può darci una mano, visto che è facilmente adattabile ai modi di apprendere e di comunicare degli studenti, ma proprio perché questi subiscono rapidi cambiamenti penso che essa da sola non basti. Ci vogliono docenti preparati a tutto tondo sulle varie metodologie e sui vari strumenti tecnologici e mezzi di comunicazione, e anche disposti ad aggiornarsi continuamente. Mi ha fatto piacere notare, studiando le risposte al questionario, che la maggior parte dei docenti che si erano iscritti al corso insegnavano da più di 10 anni e, alcuni, anche da più di 20. Questo dimostra che tra i docenti, nonostante le tante difficoltà incontrate ogni giorno e la scarsa considerazione di cui gode oggi la professione di insegnante, c’è ancora la voglia di mettersi in gioco e di rinnovarsi, e penso che questo faccia ben sperare nel futuro della nostra scuola.






Questo è un articolo pubblicato il 26-02-2020 alle 09:29 sul giornale del 27 febbraio 2020 - 1227 letture

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