A lezione dalla famiglia Naddafi. Laurea alla memoria per Pegah

3' di lettura Senigallia 14/01/2020 - La retorica ha un odore dolciastro e nauseabondo, è un profumo di bassa qualità che viene sparso abbondantemente nell’aria in occasione di cerimonie e ricorrenze.

Il saluto a Pegah Naddafi all’interno dell’Auditorium di San Rocco, a Senigallia, ha invece lasciato nel cuore di centinaia di persone la fragranza delle cose pulite. Pegah raccontata dal papà, dalla mamma e dalla sorella, Pegah raccontata dalle amiche e dagli amici, Pegah descritta dai suoi vecchi docenti, Pegah e il suo carattere deciso, la sua originalità, i suoi colori, dettagli di una vita intensa e sempre intrisa di motivazioni forti.

Ieri posso dire di aver conosciuto questa splendida ragazza di 29 anni che ha perso la vita il 4 gennaio, travolta da un auto mentre stava attraversando (sulle strisce pedonali) una strada di Mestre.

Di sicurezza stradale ne parlo da 25 anni, penso alle decine e decine di puntate di programmi che ho dedicato a questo tema, alle campagne di sensibilizzazione, ai docufilm, eppure a questo genere di dolore non è possibile assuefarsi. La storia di Pegah è l’ennesimo strappo irreparabile all’umanità e tutte le domande possibili conducono a quel banale errore figlio di una frazione di secondo. Alla sproporzione tra la causa e l’effetto, a quell’istante che ha cambiato per sempre tutto.

Ieri avevo però una cosa da riferire alla meravigliosa famiglia Naddafi, una cosa importante. Ed è così che durante la cerimonia, abbracciando papà Kamyar, sono riuscito a dirgli “Pegah avrà la sua laurea”. Non sapevo se fosse il momento giusto, non sapevo nulla, però a volte non è necessario sapere, basta lasciarsi andare. Nulla di più.

Kamyar ha ripreso in mano il microfono, ha osservato quel mosaico di persone smarrite e poi ha parlato con la sua voce profonda, scandendo bene ogni singola parola: “Ed ora dico una cosa che farà contenta la mamma, Ca’ Foscari darà la laurea a Pegah”. C’è stato un applauso lungo, un applauso di quelli che rimangono per sempre e che non conoscono un inizio e una fine.

Il Professor Antonio Trampus (Ordinario di Storia moderna a Cà Foscari) mi perdonerà, perché la sua umanità e la sua riservatezza di questi tempi sono merce rara, ma non posso fare a meno di parlare dell’email che mi aveva scritto l’otto gennaio.

Gentile Luca Pagliari, sono uno dei Professori di Pegah e Le scrivo - avendo condiviso il suo post - perché il Rettorato e il mio Dipartimento vorremmo proporre la laurea alla memoria per Pegah. Chiaramente sarebbe meglio parlarne a voce”.

Con il Professore abbiamo parlato a lungo al telefono ed è confortante scoprire che una porzione di mondo, nutrita ma silenziosa, ha ancora il coraggio di sposare il dolore altrui, di farlo proprio e condividerlo in silenzio.

Ieri sono stato a lezione da Pegah e dalla famiglia Naddafi. Per quasi due ore Kamyar, sua moglie e la sorella più piccola di Pegah, ci hanno insegnato cosa siano la compostezza e la forza. Ma c’era anche dell’altro. C’era la storia di chi è arrivato dall’Iran ed ha saputo dare una nuova chiave di lettura alla propria esistenza, c’era l’antica saggezza della Persia, una saggezza intrisa di dignità anche nel momento più terribile in assoluto.

Terminata la cerimonia si è formata una coda lunghissima, perché ognuno ha voluto abbracciare questa famiglia speciale. Ci sono volute quasi due ore per smaltirla. Esco all’aperto e telefono subito al Professor Trampus, gli racconto l’andamento delle cose, le parole di Kamyar e l’applauso liberatorio della gente. Avverto il suo sollievo e una commozione profonda, ci salutiamo con la promessa di conoscerci di persona. Nient’altro da aggiungere. Solo un pò di silenzio.






Questo è un articolo pubblicato il 14-01-2020 alle 10:00 sul giornale del 15 gennaio 2020 - 5637 letture

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