Un senigalliese tra gli ambasciatori italiani del Jamboree, il raduno mondiale di tutti gli scout

6' di lettura Senigallia 30/09/2019 - Mi ricordo quella sera come fosse ieri, d’altra parte come potrei dimenticarmene? 21 luglio, fu una di quelle poche notti in cui ero veramente felice di abbandonare il letto, sebbene avessi dormito poche ore. Ero felice, gioioso ma allo stesso tempo timoroso e agitato non sapevo che cosa mi attendesse al di là dell’oceano, fino a quel momento non avevo mai varcato il confine europeo.

Paure, ansie, timori per il viaggio e per ciò che mi stesse aspettando, le avevo tutte con me ad appesantire il mio zaino che per poco non superava il peso consentito dall’aereo. Per chi ancora si stesse chiedendo chi io sia e che cosa stessi facendo quella notte, beh ecco le risposte: mi chiamo Giovanni, un ragazzo come molti altri, e 5 anni fa ho messo piede nel mondo dello scoutismo e ciò mi ha permesso di fare l’esperienza più bella della mia vita: IL JAMBOREE.

Per chi si chiedesse che cosa sia, è un incontro mondiale di tutti gli scout che si tiene ogni 4 anni e quest’estate si è svolto in una riserva naturale americana. Io insieme ad altri scout italiani ho avuto il compito, ma soprattutto l’onore di essere ambasciatore della mia nazione e della mia regione, e in particolare del mio gruppo di provenienza, portare sulle spalle il peso della bandiera tricolore è qualcosa che nessuno penserebbe mai toccare a un semplice ragazzo di 16 anni.

Ma torniamo ora a quella sera, spero che dopo queste spiegazioni sia tutto più chiaro, o per meglio dire a quella mattina dato che erano circa le 5; e da quel momento iniziò l’interminabile viaggio oltre confine. Finalmente dopo più di 8 ore di volo eccoci arrivati alla dogana americana, ma nonostante fossi in un altro paese già respiravo l’aria di casa, mi sembrava di aver trovato una seconda famiglia: un aeroporto invaso da scout di tutto il mondo che già pensavo conoscere.

Tutto questo non era neanche l’inizio, non era neanche un assaggio di ciò che sarei andato a vivere qualche ora successiva, e non ero ancora cosciente dei ricordi profondi come cicatrici che tutto questo mi avrebbe lasciato. Arrivammo finalmente alla SUMMIT BECHTEL RESERVE e in quel momento, in quel singolo istante in cui feci quell’unico passo per scendere dall’autobus e poggiai il piede per terra venni attraversato da un brivido, che dalle punte delle scarpe giunse fino alla testa, avevo la pelle d’oca: mi trovavo faccia a faccia con il mondo. Immaginatevi ora il bosco più grande che mai abbiate visto, ma non è sufficiente, sfruttate ancor di più la vostra immaginazione moltiplicate quel bosco per 3 o 4 o 5 volte finché dentro la vostra testa non vi sentirete persi, fino a quando non riuscirete più a capire dove vi troviate e vi sentirete disorientati, bene ci siete?

Ecco ora aggiungete 45.000 persone, altrettante tende per dormire, una gigantesca zip line (ossia una carrucola) che attraversa tutto il territorio, e se pensiate che ancora questo non possa essere abbastanza, ecco allora aspettate di vedere un fiume che attraversa la riserva, aspettate di vedere almeno un centinaio di stand tipici di ogni paese simili all’expo, aggiungete qualche pista da skateboard e mettiamoci anche i bersagli per il tiro con l’arco, eh insomma chi più ne ha più ne metta, questo era il jamboree. Al centro della riserva c’era una grande zona, chiamata arena, dove a mio parere ho trascorso i momenti migliori e più emozionanti: trovarsi tutti e si, dico proprio tutti e 45.000 in un unico posto davanti a un palco è stato qualcosa di davvero incredibile.

Durante le cerimonie più importanti ci siamo ritrovati tutti lì: vedere intorno a sé migliaia di ragazzi e ragazze di tutto il mondo riuniti sotto gli stessi ideali, fare insieme il gesto della promessa, mettere una mano sulla spalla del proprio vicino, proveniente magari dall’altra parte del mondo e che magari non avevi mai visto prima ma già lo percepivi come un fratello, e ripetere la legge scout insieme, mi ha fatto tremare. Probabilmente in quel momento non ero consapevole di ciò che stava accadendo, era una cosa talmente grande che non è possibile percepire subito, ci vuole del tempo per assimilare quello che ho passato e per comprendere quello che ho vissuto. Vedere che non sei l’unico sciocco, a differenza di come molti ti vogliono far apparire, a credere nella fratellanza, a pensare che la diversità sia una ricchezza; guardare con i propri occhi un mondo davvero ricco per le sue culture diverse, ognuno con i propri usi e costumi ,riuscire in soli 10 giorni ad abbattere i muri e costruire i ponti, anche con più di 8.000 km di distanza, tra un popolo e un altro e vederlo costituito in prevalenza da ragazzi in grado di esistere senza conflitti, anche solo per qualche giorno, mi ha fatto riflettere.

Oggi il solo pensare di accogliere e di abbattere muri sembra essere qualcosa di impossibile, beh io come tutti quei ragazzi che sono stati lì vi posso dire che non lo è; unlock a new world era il motto di questo evento: sbloccare un nuovo mondo. Un mondo che si fonda sul creare legami anche con chi è diverso da noi per colore di pelle, per origini e tradizioni. Ancor adesso che sto scrivendo questo articolo e con il pensiero riattraverso l’oceano e il tempo per tornare ai quei giorni, non sono in grado di capacitarmi dell’avventura che ho vissuto: insomma sicuramente alzarsi la mattina, andare a lavarsi la faccia e i denti con a fianco un americano o un marocchino che scherza con te, che ti chiede di prestargli il dentifricio o il sapone non sono cose che accadono tutti i giorni.

Fare solamente 20 metri per potere fare un salto in argentina piuttosto che in Brasile e in Corea o Giappone per assaggiare qualcosa di tipico, o solamente per scambiare qualche parola, per confrontarsi, sembra impossibile. Le notti passate a ridere con gli americani, i ragazzi marocchini che sapevano a memoria le parolacce italiane , nulla di tutto questo e molto altro ancora potrò scordarmi di questa esperienza che ancora oggi non sono riuscito a mettere bene a fuoco. Spero di avervi trasmesso un minimo di quello che ho vissuto e di avervi fatto capire che i “Boy scout” non sono i soliti ragazzi scemi che vanno in giro con i pantaloni corti a -5 gradi.

da Giovanni Pierdiluca








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 30-09-2019 alle 09:26 sul giornale del 01 ottobre 2019 - 4508 letture

In questo articolo si parla di attualità, un lettore di Vs

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/ba8g





logoEV
logoEV
logoEV