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comunicato stampa

Discorso di fine anno del sindaco Mangialardi dedicato alla strage di Corinaldo: "Basta omertà, serve giustizia"

6' di lettura
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di Giulia Mancinelli
senigallia@vivere.it


E' stato incentrato per la gran parte sulla tragedia di Corinaldo il discorso di fine anno del sindaco Maurizio Mangialardi. Come da tradizione il 31 dicembre, nella sala consiliare, avviene il consueto scambio di auguri dell'Amministrazione ai cittadini. Quest'anno però il clima di commozione e tristezza per le sei vittime della Lanterna Azzurra ha avuto il sopravvento su questioni di politica e amministrazione.

Di seguito il discorso integrale del sindaco Maurizio Mangialardi.
"Direi di iniziare questo nostro tradizionale appuntamento di fine anno con un minuto di raccoglimento in memoria delle vittime della strage di Corinaldo. E’ evidente che questo mio discorso di fine anno sarà diverso dagli altri e non avrebbe potuto essere diversamente. Sarà differente perché diverso è lo stato d’animo di tutti noi che siamo qui questa mattina e di tutti gli altri concittadini che sono fuori da questo palazzo. E lo stato d’animo coincide con un sentimento di dolore acuto, di pena che proviamo nel profondo del nostro cuore per tutte le persone che sono state colpite in quella maledetta notte tra il 7 e l’8 dicembre nel locale lanterna azzurra di Corinaldo. Dolore immenso per le vittime, i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Per una madre che era là perché voleva proteggere sua figlia. Per le famiglie private del loro amore proprio alla vigilia di una festa come il Natale dedicata agli affetti più profondi. Dolore grandissimo per i feriti, per le centinaia di giovani che erano là e che d’improvviso sono stati catapultati in una scena di devastazione e di guerra. Giovani diventati vecchi in pochi attimi che dovranno fare i conti per tanto tempo ancora con i fantasmi di quella terribile notte in un locale troppo affollato dove erano andati per ascoltare della musica.

E’ in questi giorni così duri che molti di noi scoprono il significato di una parola che pensavano esistesse solo nei discorsi dei politici, una parola declinata molto spesso in maniera formale e quasi retorica e che improvvisamente si presenta a noi con il suo carico di umanità, quasi come una scialuppa di salvataggio alla quale aggrapparsi per evitare il naufragio. E questa parola è comunità. Che significa nient’altro che mettere in comune con gli altri qualcosa che ha a che fare con le ragioni più profonde del nostro esistere: mettere in comune con altre donne e uomini un quartiere, una città, una nazione.

Mettere in comune dei valori grazie ai quali conoscersi e riconoscersi. Mettere in comune sogni, aspirazioni da realizzare e, come in questo drammatico frangente, mettere in comune un dolore che avvolge tutti, una pena che condividiamo. Metterlo in comune perché non si trasformi in disperazione, in un abisso senza speranza. Una città che si fa comunità può tentare di lenire quel dolore, può sostenere chi è maggiormente colpito facendogli sentire la vicinanza di tutti, può tentare di elaborare quel lutto in nome di un’appartenenza più grande, in virtù di un calore umano più potente. E’ la comunità che è in grado con la morte nel cuore di convincerci a ricominciare a vivere con una nuova consapevolezza e con più grandi responsabilità. Senigallia è una comunità. La nostra comunità. Noi siamo qui proprio per rappresentare quel dolore lancinante ed insieme per esprimere la necessità di non rimanerne prigionieri e la volontà di cercare di ripartire tenendo sempre nei nostri cuori il ricordo delle persone che non ci sono più. Proprio alla comunità compete però il dovere di riflettere su quanto è successo, di far chiarezza su chi, come e perché abbiamo perso il sorriso di alcuni nostri figli, su quello che è necessario fare perché tutto questo non accada mai più.

E, badate, lo dobbiamo fare non per un malinteso senso di giustizialismo, non per quella tendenza così tipicamente italiana di fabbricarsi colpevoli ed individuare capri espiatori convinti così di aver fatto in pieno il nostro dovere e di poter rimanere in pace con noi stessi e con la nostra coscienza. No, lo dobbiamo fare perché quelle morti chiamano in causa tutti noi, hanno a che fare con le nostre azioni e le nostre omissioni, ci sbattono in faccia le nostre ossessioni, i nostri egoismi, il nostro sistema e stile di vita. Se c’è una cosa che mi ha disturbato vedendo le tante trasmissioni ed i mille servizi giornalistici dedicati alla strage di Corinaldo è stato ascoltare i soliti soloni ergersi a giudici delle vite altrui, è stato veder puntare il dito colpevole verso questo o quello, è stato sentire le condanne senza appello verso questo o quel genitore, questo o quell’imprenditore, questo o quel politico. Ed invece no, non è così che funziona, sarebbe troppo facile per tutti individuare il colpevole, condannare lui e lui soltanto per poi archiviare quello che è successo e, passato il dolore, riprendere le nostre solite vite come se nulla fosse successo. No, se vogliamo fare in modo che queste morti oltre ad essere atroci ed insopportabili non diventino anche inutili, dobbiamo analizzare quanto è successo e provare a cambiare tutti, fino a che siamo in tempo.

Perché tutti noi dobbiamo rimetterci in discussione alla luce di quello che è successo. Dobbiamo mettere in discussione le regole imperanti che mettono la legge del profitto al di sopra di ogni altra cosa e che in nome di un facile guadagno autorizzano ad infischiarsi dei lacci e lacciuoli delle norme di sicurezza. Dobbiamo mettere in discussione la morale dominante del quieto vivere, il peso di un’omertà che non vale soltanto per i siciliani alle prese con la mafia, ma che riguarda anche tutti noi che da tanto sentivamo dire che in certi locali entrano tante, troppe persone e che così non si poteva più andare avanti, ma che abbiamo preferito fare come gli struzzi mettendo la testa sotto la sabbia perché così va il mondo e non dovevamo fare gli ingenui; dobbiamo interrogarci sui danni che rischia di produrre quel nostro eterno confidare sulla buona sorte piuttosto che sulla programmazione di una seria opera di prevenzione...

Il discorso continua nel pdf in allegato.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 31-12-2018 alle 12:35 sul giornale del 02 gennaio 2019 - 4192 letture