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Il Panathlon ha consegnato il Premio Triccoli a Livio Berruti

6' di lettura Senigallia 07/10/2011 -

Intervista all'ex campione olimpico di Roma 1960, che ha ricevuto il premio dedicato a uno dei fondatori della sezione di Senigallia del Panathlon.



E' il 3 settembre 1960. Da quel giorno lo sport italiano non sarà più lo stesso, nemmeno nell'immaginario collettivo, grazie anche alla televisione che per la prima volta porta l'attività sportiva nelle case degli italiani.

L'Italia del boom economico che comincia a vedere ormai lontani gli anni bui della seconda guerra mondiale diventa grande anche nello sport. E non solo perché in quei giorni si disputano per la prima – ed unica fino ad ora - volta nella penisola le Olimpiadi estive, ricordate come tra le più affascinanti mai disputatesi: anche oggi, ad oltre cinquanta anni, e altre dodici edizioni, di distanza.

Ma anche e soprattutto perché quel giorno, un giovane italiano (di Torino) di 21 anni, Livio Berruti (foto, oggi) – diplomato al Liceo Classico e studente (poi laureatosi) in Chimica - vince la medaglia d'oro in una specialità regina dell'atletica, i 200 metri: lo fa stabilendo il record del mondo (al tempo rilevato ancora manualmente), correndo su terra battuta - come usava allora – e sconfiggendo, per la prima volta, gli atleti di colore e gli americani, oltre alle migliori scuole europee, come quella francese e inglese.

Nessun italiano era in precedenza entrato in una finale della velocità e sopratutto nessun europeo aveva mai raggiunto un risultato simile: un'impresa così grande da aver dato nel tempo origine a diverse leggende ma anche un simbolo del riscatto italiano ancora oggi non dimenticato se è vero che appena qualche anno fa il successo di Berruti figurava assieme alle epiche gesta di Fausto Coppi al vertice delle più gloriose imprese dello sport italiano. E di certo – in ogni caso – in nessuna classifica può scivolare fuori da una top 5.

Quelle immagini sono state riproposte venerdì sera al Finis Africae dove il Panathlon Club di Senigallia – presieduto dal Dott. Paolo Pizzi – ha premiato proprio Livio Berruti con il Premio Triccoli, un ricordo del maestro di scherma dei campioni olimpici jesini Valentina Vezzali, Giovanna Trillini e Stefano Cerioni, che è stato però anche fondatore della scuola di scherma senigalliese e dello stesso Panathlon Club locale.

Alla serata era presente anche il giornalista della Gazzetta dello Sport Carlo Annese, autore di un apprezzato libro dal titolo “I diavoli di Zonderwater”, località sudafricana dove lo stesso Triccoli - mentre era prigioniero di guerra durante la seconda guerra mondiale - iniziò a dedicarsi alla scherma.

Premiato per “l'impegno e la dedizione con cui ha sempre praticato lo sport e diffuso i suoi valori”, un assai cordiale Livio Berruti ha espresso alcune opinioni sull'attuale momento dello sport italiano e – soprattutto – ha sfogliato l'album dei (tanti) ricordi: “serate come questa sono importanti e vengo sempre con piacere quando si possono ricordare personaggi che hanno attivamente lavorato per diffondere i valori dello sport, che per me è anche cultura” - ha spiegato l'ex campione.

“Rispetto ai tempi in cui gareggiavo son cambiate tante cose. Noi atleti eravamo molto più degli spiriti liberi, mi verrebbe da usare l'espressione “ruspanti”. C'era senz'altro meno calcolo e più disincanto, si programmava molto meno anche nella propria attività di gare. Io stesso ho ottenuto risultati quasi senza rendermene conto. All'inizio mi facevano - con troppa rigidità – praticare soltanto il salto in alto e quello in lungo perché si pensava che con un fisico normale (1.80 per 66 kg) non potessi avere speranze nella velocità. Ma avrei potuto anche praticare la scherma, e questo è uno dei motivi per i quali mi fa piacere ricevere un premio dedicato a una persona come Triccoli che per la scherma ha fatto tantissimo. La amo molto, in quanto vi vedo ancora ben presenti quei valori di rispetto dell'avversario, altrove perduti. Quando ero bambino avrei voluto praticarla, ma quando mi decisi ad andare in palestra non trovai un compagno e da solo non me la sentii. Se l'avessi trovato, magari sarei diventato uno schermidore e non avrei mai vinto un titolo olimpico nei 200 metri. Per questo dico che la mia carriera è stata frutto di combinazione, ma il fascino è anche questo”.

Per me fare atletica è stata anche una grande opportunità per viaggiare. Non era come adesso dove ci si può spostare facilmente. Ricordo una mia gara a Mosca, la mia prima volta in Unione Sovietica. Divenne un modo per conoscere un'altra città e un'altra cultura, eravamo atleti, ma anche turisti. Certo, se devo dirla tutta, dopo due giorni in giro per la città, non è che la gara andò benissimo”, ammette divertito l'ex campione, che continua: “in generale era difficile arricchirsi (è noto che lo stesso Berruti per il suo successo a Roma ottenne una 500 dalla Fiat, 800.000 lire dal Coni e altre 400.000 lire per il record mondiale, cifre nemmeno sufficienti per acquistare l'amata Giulietta Sprint) anche per chi arrivava ai vertici. Ora è più facile ma questo non significa che lo sport non abbia bisogno di un rilancio. Come? Ad esempio tornando a dare valore alle gare. Ai miei tempi la stampa era quasi alleata degli atleti perché ne esaltava le gesta. Ora attorno allo sport c'è soprattutto tanto gossip – penso al più recente caso Pellegrini-Magnini – ma non è nemmeno colpa dei giornalisti. C'è stato un tale proliferarsi di notizie che scrivere di quanto accade a livello sportivo non è più sufficiente al lettore, e si cerca altro, con molta morbosità. Ma non mi piace sinceramente”.

Nelle grandi città forse è più difficile riscoprire certi aspetti sani legati alla pratica sportiva, ma in provincia, in zone come queste, è senz'altro possibile. L'attività di base - anche di una disciplina come l'atletica (decisamente in crisi, anche come numero di praticanti, ormai da troppi anni in Italia) - ha ampie potenzialità di rilanciarsi proprio dalla provincia italiana. E sarebbe importante, perché lo sport fa bene”.

E a vedere lui – classe 1939 – è difficile dargli torto.






Questo è un articolo pubblicato il 07-10-2011 alle 21:31 sul giornale del 08 ottobre 2011 - 647 letture

In questo articolo si parla di sport, andrea pongetti

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