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Libri & Cultura: Macchie di Rorschach

macchie di Rorschach 4' di lettura Senigallia 27/10/2010 -

Quanti di noi avranno avuto a che fare con le macchie di Rorschach senza in realtà conoscerne il nome? Probabilmente molti. Cosa sono tali macchie? Sono disegni, astratti, utilizzati spesso in test psicologici e psico-attitudinali, per conoscere la personalità degli individui. L’interpretazione di schizzi apparentemente incomprensibili è utile infatti alla psicologia per mettere in evidenza le pulsioni più profonde dell’intimo di una persona e per comprenderne le capacità relazionali.



Quello che presentiamo in questa sede non è però un trattato di medicina o di psichiatria, ma una raccolta di poesie di Marco Ferrazzoli, intitolata appunto Macchie di Rorschach (Terre Sommerse, 2010, 70 pp.). Il titolo con cui l’autore raccoglie le sue composizioni è indicativo del significato che vuole trasmettere all’interno dei suoi testi: le poesie sono per lui come quei disegni un po’ incomprensibili in cui ciascuno vede ciò che vuole – afferma Ferrazzoli nel componimento che chiude la raccolta e le dà il titolo. Così sono le poesie, non dico le mie / o i romanzi, i saggi, i film e le canzoni / a cui chiediamo di dirci chi siamo / e poi, non si sa come, ci riconosciamo: ecco il ruolo della poesia, della letteratura, forse dell’arte in generale. Provare a dare un senso a qualcosa che in realtà sembra non averlo, tentare di riconoscersi in un’immagine, in una descrizione della realtà: affermazione non banale quella dell’autore, perché mentre da sempre l’arte è imitazione della realtà, ora nelle sue parole questa valenza sembra cadere. L’imitazione non si realizza più, ma si consuma in reiterati e incerti tentativi, spesso incomprensibili ai più, o comunque con un valore non più universale ma individuale. Tentativi che hanno come scopo e come obiettivo finale quello di dirci chi siamo, ormai quasi impossibilitati (da una società che maschera la verità più profonda e che priva di significato) ad arrivare da soli alla comprensione della nostra identità, del nostro ruolo, senza essere capaci di dircelo da soli.

Le poesie di Ferrazzoli cercano di indagare gli aspetti più svariati della condizione umana: non solo l’amore che compare in alcune liriche, ma anche la morte, la solidarietà, la politica, la multiculturalità. E soprattutto, in alcuni momenti, l’autore tenta di volgere lo sguardo a Dio, alla fede, forse con una rassegnazione disillusa ma con una necessità intima di fare riferimento a qualcosa di soprannaturale. Il tutto sempre inserito nel più ampio contesto di una perenne impossibilità a capire fino in fondo la realtà e il perché delle cose. È questa precarietà che permette all’autore di proporre soltanto tentativi di interpretazione dell’uomo e del mondo. È la percezione di una progressiva distanza da se stessi e da Dio che pone l’individuo in una condizione di immobilismo e di confusione: la scienza infatti si prodiga per spiegare i fenomeni della natura, ma a noi tocca alzare gli occhi al cielo / noi vediam poco, come ci fosse un velo / per noi le stelle stanno sempre a guardare – come leggiamo in Almagesto. Questa distanza profonda pone l’uomo nella condizione di un perpetuo peregrinare, come Ferrazzoli afferma chiudendo Esotico cortile (dedicata a Marco): Noi, qui, ancora si aspetta / il cammino prosegue / ma non c’è meta: / semplicemente, disorientati, si erra.

Non ci sono più punti di riferimento e l’uomo vaga senza una meta precisa, senza uno scopo, quasi aspettando il passaggio inesorabile del tempo. Un viaggio nel quale però ha la possibilità di provare molteplici esperienze, di gustare i sapori del mondo, di vedere le meraviglie della natura, unici barlumi di speranza nel suo cammino. In questo percorso che l’autore compie coi suoi versi sono gli strumenti tecnici gli unici punti di riferimento a cui egli si aggrappa: nella ricerca di una struttura metrica, di un ritmo personale, di rime spesso regolari egli trova un modo per mettere ordine, una chiave di lettura, un limite alle indefinite e innumerevoli possibilità della vita.

Nelle poesie di Ferrazzoli la gustiamo questa pluralità di voci e di esperienze, anche se percepiamo la difficoltà di inserirle in un quadro più ampio: rimangono delle macchie di Rorschach, meri schizzi di una verità rimasta inaccessibile.








Questo è un articolo pubblicato il 27-10-2010 alle 19:40 sul giornale del 28 ottobre 2010 - 13007 letture

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