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Arcevia: Piano cave, politica, affari, yes-men

arcevia 5' di lettura 27/11/2009 - La responsabilità della bocciatura del Piano cave da parte del TAR Marche è sicuramente della Provincia, dovuta ad estrema superficialità.

Ma si vuole sottolineare anche le responsabilità dell’ Ufficio tecnico provinciale nell’ avere “dimenticato” alcuni vincoli di grande importanza ambientale. Lo stesso Comitato nelle Osservazioni del 2004 li aveva messi in evidenza. Si tratta quindi di vere e proprie negazioni della realtà. Nel Piano è scritto che per il Bacino di Monte S. Angelo non esiste alcun fattore d’ esclusione o penalizzante. Ne sono venuti fuori ben cinque ! Mancano all’appello: Le pinete, realizzate con i rimboschimenti pubblici per l’ assetto idrogeologico del Monte. Non sono state prese in alcuna considerazione.


Eppure stanno lì, ad Arcevia tutti le conoscono e creano un contesto ambientale di notevole bellezza. I boschi di leccio anch’essi stanno lì da secoli, eppure nessuno è riuscito a vederli. L’ area archeologica è addirittura segnalata nel PPAR (Piano Paesistico Ambientale Regionale) al quale il Piano cave è sottosposto. E’ incredibile che un pianificatore pubblico non lo conosca ! Tanto più grave perché l’ intero Monte ha una valenza enorme, storica ed archeologica. Lo stesso dicasi per il corso d’acqua di 3° classe in fascia appeninica. E’ segnalato nel PPAR ! Non è stata data alcuna considerazione alla valenza idrogeologica del Bacino di Monte S. Angelo pur essendo presenti innumerevoli sorgenti e captazioni da tempo immemorabile. Inoltre la sua importanza è sancita dalla Multiservizi, dal PRG di Arcevia e dalla Autorità delle acque con sede a Jesi (AATO) che classifica il Bacino idrografico al n. 2 nella provincia con il nome di “Arcevia-San Lorenzino”.


E’ stata negata l’ esistenza anche di due sorgenti: La Baita e Le Fontanelle. La prima alimenta da sempre l’ omonimo Ristorante, la seconda alimenta da sempre l’ acquedotto di Montefortino. Anzi per far sì che venisse riconosciuta l’ esistenza stessa delle due sorgenti il Comitato ed altri interessati hanno dovuto ricorrere a perizie idrogeologiche e ad avvocati ! Una ricognizione esatta e precisa delle sorgenti avrebbe dovuta essere la prima cosa da affrontare nel Piano cave. La Regione ha successivamente riammesso due dei vincoli “dimenticati” (Area archeologica e Fascia di rispetto del corso d’ acqua) precisando con totale ovvietà che non si deve cavare in tali aree. Invero la Regione non doveva dare il parere di conformità positivo perché quei vincoli dovevano essere il presupposto per ammettere o meno il bacino estrattivo. Non ha senso prenderli in considerazione a posteriori ed infatti il TAR ha annullato anche il Decreto di compatibilità della Giunta regionale. C’era già stato un Esposto presso la Magistratura: dalla perizia, disposta dal giudice, era risultata l’ illegalità del Piano cave. Ma in Provincia nessuno ha voluto capire la gravità della situazione. Si sono rimandati tutti i problemi alle fasi successive. Questa procedura è errata, non risponde certo ad un corretto criterio di Pianificazione.


Chiunque allora sarebbe in grado di redigere un Piano cave delimitando un qualsiasi perimetro sopra una cartografia e rimandando la soluzione di ogni criticità a fasi successive: il VIA ed addirittura i progetti dei cavatori. Mandando a monte poi la vatutazione complessiva ambientale e politica. Si ha l’ impressione che il Bacino estrattivo sia stato già preordinato. E\' impensabile la negazione di importanti vincoli ambientali definiti nella Pianificazione regionale, nel PRG, nelle Leggi, nei Regolamenti. Strumenti basilari e sicuramente conosciuti dai pianificatori pubblici. Purtroppo capita spesso che ubbidienti funzionari “yes-men” pieghino anche le materie tecniche alle volontà politiche provocando notevoli distorsioni. Purtroppo è prassi frequente che si speculi comprando terreni di poco valore e poi si decida di valorizzarli. Sarà il nostro caso ? A nulla valgono le sterili difese della Provincia sostenendo che i vincoli “dimenticati” erano già stati presi in considerazione al suo interno. In primo luogo non è vero: i vincoli sull’area archeologica e sul corso d’acqua sono stati riammessi dalla Regione, i boschi di pinete sono stati imposti dalla Forestale in sede di progetto Mancini, le leccete ancora adesso devono essere ben individuate, la delimitazione delle zone di protezione delle sorgenti non è stata mai presa in considerazione. In secondo luogo la Provincia si è presa, così operando, anche la censura del Giudice per violazione della L. 241/90 sulla trasparenza.


Come faceva il Consiglio provinciale a decidere su una questione tanto complessa se non aveva un quandro ambientale completo e preciso ? Se l’ istruttoria era falsata ? I cittadini, gli stessi Comitati, la cui formazione è stata sollecitata dagli amministratori provinciali, dovevano essere informati. Questo è un piano politico che non risponde agli interessi degli arceviesi e della nostra comunità regionale. A questo punto è doverosa una spiegazione da parte della sig.ra Casagrande, magari sulla stampa. A meno che parole come democrazia, partecipazione, trasparenza non siano solamente un vuoto esercizio verbale. Quanto emerso dal TAR è solo una piccola parte delle cose che non vanno. Il Comitato sta preparando ulteriori azioni giudiziarie per far emergere altri illeciti riscontrati. Per scrivere tutto non basterebbero le pagine di questo giornale. Ci torneremo sopra ………..


da Comitato Difesa Monte Sant\'Angelo




Questo è un comunicato stampa pubblicato il 27-11-2009 alle 13:08 sul giornale del 28 novembre 2009 - 1886 letture

In questo articolo si parla di arcevia, attualità, Comitato Difesa Monte Sant\'Angelo





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