Fotografia e dintorni: un fotografo tanti anni dopo

6' di lettura Senigallia 19/06/2009 - Presentare Gianni Berengo Gardin, è per me motivo di orgoglio e di soddisfazione per tutta una serie di motivi che tenterò sinteticamente di ricomporre, elencandoli: in primis  per la stima e l’amicizia che nutro nei suoi confronti, complice lo stesso Mario Giacomelli che ci ha presentati circa 27 anni fa.

Amicizia che è andata oltre la mia sincera ammirazione nei confronti del suo lavoro e che mi ha permesso di scoprire l’uomo nella suo percorso di vita e di studio, verificato nel tempo da tutta una serie di collaborazioni comuni, non ultima quella dell’anno passato che mi ha visto coordinare per conto del Comune di Senigallia un ambizioso progetto giovani”, che prevedeva tre botteghe fotografiche che avevano come tema centrale, il mestiere del reporter in cui ovviamente Gianni Berengo Gardin ha avuto un ruolo fondamentale, suffragato dall’attenzione e dall’affetto dei numerosi giovani che hanno partecipato da tutte le parti d’Italia e anche dall’Europa. Sono altresì orgoglioso di avere fatto parte con Gianni Berengo Gardin, Giacomelli, Ferroni ed altri, tra i firmatari nel 1995 del Manifesto:”Passaggio di Frontiera” un impegnativo percorso teorico nella stessa natura della fotografia e nella contemporaneità del suo linguaggio, suffragato nel tempo da tutta una serie di verifiche operative, scritti, cataloghi ed esposizioni fotografiche volte a dimostrare l’impianto teoretico del Manifesto; in questa direzione lo stile, l’apparato semiologico delle sue immagini e la professionalità di Gianni hanno garantito, in un pluralismo di linguaggi, (quanti ne sono stati sperimentati ) un sicuro punto di riferimento, fondamentale per le elaborazioni concettuali espresse nelle verifiche post-Manifesto. Infine la sua esposizione in questa prestigiosa Galleria veneziana, diretta e fondata da Ziva Kraus, a cui tanto deve la cultura fotografica italiana per la diffusione e promozione delle operare dei massimi esponenti della fotografia mondiale, subito dopo la mia mostra fotografica “Archeologia dei sentimenti” è motivo di malcelata fierezza.

La mia formazione in sociologia della conoscenza non poteva che trarne beneficio dall’analisi dall’alta qualità del lavoro di reportage di Gianni Berengo Gardin; dal suo impegno sul campo volto a sostenere a tutto tondo con le immagini, i temi e le ragioni principali che hanno caratterizzato il costume, la vita e la società italiana dagli anni 60 ai giorni nostri, dentro le case, dentro il lavoro, dentro i paesi, le città e le regioni d’Italia; la protesta sociale in cui Gianni ha condotto e partecipato ( e non solo idealmente con le sue immagini), tra cui è importante ricordare l’attenzione per l’emarginazione, ( ricordo l’indagine sugli istituti psichiatrici italiani oggetto poi di un fotolibro con Carla Cerati:”Morire di Classe” che anticipò la legge 180 del 13 maggio 1978 , su gli accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, meglio nota come legge Basaglia o la sua personalissima indagine nel mondo degli Zingari del 1998) oggi estremamente attuale nel dibattito che attraversa una società sempre più multietnica, dai grandi temi del lavoro, alla sua straordinaria capacità di restituirci con immagini trasversali, il lavoro manuale o quello manageriale, con immagini di alta dignità e di forte impatto emozionale, per non parlare della sua ricognizione visiva sullo stato dell’ambiente, che grazie all’opportunità di lavoro propostagli dal Touring Club Italiano e dall’Istituto Geografico de Agostini, ha permesso una documentazione incredibile sullo stato (e sullo sviluppo) dell’ambiente, sempre resa con quella attenzione, sensibilità e partecipazione che ci ha restituito immagini di ampio respiro compositivo per cui la fotografia diviene come non mai, filtro della propria coscienza e strumento eccellente per una trascendere ed estetizzare la realtà quotidiana, dunque oltre che documento, poesia dell’esistenza. Nonostante questa sia una breve presentazione di un grande Autore sul quale si sono cimentati molti e qualificati critici e storici di fotografia, non posso dimenticare alcune suoi reportages di estremo interesse sulla sociologia urbana in cui la messa a fuoco sull’architettura e soprattutto sulla micro antropologia, e quindi sulle funzioni sociali, usi, costumi, coesione e ritrattistica popolare, -e non solo italiana- ci ha permesso l’utilizzo di documenti visivi di vita e di conoscenza.

C’è infine (segno della sua incredibile integrità intellettuale) in Berengo una naturale ritrosia ad identificarsi ed identificare le sue opere in prodotti artistici, semmai come oneste immagini di un serio professionista; nel tempo però le stesse immagini tramano rimandi al nostro invisibile e al nostro modo di vedere e leggere immagini, frastornato da tutta una serie di messaggi e di stereotipi visivi; una buona fotografia, la ricerca della sua verità, non può che ripristinare il nostro sensorio atrofizzato ed educarci alla visione, nella migliore tradizione umanistica. In questa direzione i miei sensi, (il mio sentire-vedere) sono attratti da quello che per la mia formazione, è un esempio di entusiasmante poesia visiva, il foto- libro:”Venise des saisons”(1965) immagini liriche, rarefatte di una decadente e amorosa Venezia e dal foto libro:“Un paese vent’anni dopo” una dichiarazione dell’impegno civile di Berengo con la collaborazione di Cesare Zavattini nel testimoniare con immagini, il cambiamento e soprattutto le immagini due mondi che si integrano, quello rurale e quello pre-industriale e urbano dopo vent’anni dal lavoro di Paul Stand su Luzzara,:”Un paese” del 1955 che inoltre riscatta e promuove ontologicamente la nuova fotografia italiana.

Grazie Gianni per la tua grande umanità; per tutto questo lavoro e per tutte quelle emozioni che ancora vorrai trasmetterci.



Gianni Berengo Gardin è per il suo costante impegno e applicazione, certamente tra i più importanti reporter del mondo; inizia la sua lunga e incredibile carriera intorno agli anni ’50; resta profondamente colpito dall’esperienza della Farm Security Administration (FSA ) e i grandi fotografi americani impegnati in quella che forse è stata la piùà importante indagine di fotografia sociologica, tra i quali Ben Shahn, Arthur Rothstein Walker Evans, Dorothea Lange e dalle immagini del fotogiornalismo americano della rivista Life.

Nell’immediato dopoguerra entra a far parte dell’”Ecole de Venise” , così veniva chiamato il foto club La Gondola\" il cui punto di riferimento era il grande Paolo Monti e successivamente del \"Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia\" guidato da Italo Zannier. (Gianni Berengo Gardin a sua volta fondò nel 1958 il gruppo \"Il ponte con Giuseppe Bruno, Carlo Mantovani, Paolo Magnifici e Carlo Trois ).

Nel 1954 si trasferisce a Parigi dove conosce e frequenta i grandi fotografi francesi della tradizione umanista, tra gli altri Masclet, Willy Ronis, Doisneau, Boubat; consolida la sua stima e fascinazione per il lavoro di un grande della fotografia quale Henri Cartier Bresson. Dopo l’esperienza significativa a Parigi, ritornato in Italia, dopo avere lavorato con il Borghese di Longanesi e soprattutto con il Mondo di Pannunzio, diventa professionista nel 1962, dedicandosi alla fotografia di architettura ( collaborando con architetti del valore di Carlo Scarpa e Renzo Piano) e fotografia sociale ed ambientale per conto del Touring Club Italiano e con l\'Istituto Geografico de Agostini e continuando la sua feconda produzione di reporter free lance che lo porterà a realizzare, a tutt’oggi, oltre 200 libri e tutta una serie di riconoscimenti prestigiosi, tra cui l\'Oscar Barnack Award e il Lucie Award alla carriera.






Questo è un articolo pubblicato il 19-06-2009 alle 16:08 sul giornale del 19 giugno 2009 - 8297 letture

In questo articolo si parla di arte, cultura, fotografia, enzo carli

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