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Un senigalliese tra i volontari di Obama

10' di lettura Senigallia 16/10/2008 - Si tratta di Luigi Valeri, senigalliese da qualche anno residente a Bologna dove lavora per l\'ufficio stampa dell\'Università.

Da dov\'è nata l\'idea di andare a fare il volontario per Obama? E quanto tempo sei stato negli Stati Uniti?
Ci sono stato un paio di settimane, dal 7 al 21 settembre. Sono rimasto sempre a Boston o, meglio, tra Boston e Cambridge, come ci tengono a puntualizzare là. L\'idea è nata quasi per caso, la scorsa primavera. Volevo fare una vacanza negli States. E in questo periodo Stati Uniti significa \"corsa per la Casa Bianca \". Le elezioni presidenziali americane mi hanno sempre appassionato. La prima sfida da cui mi lasciai prendere fu quella tra George Bush padre e Michael Dukakis, nel 1988. Facevo ancora il liceo scientifico Medi, a Senigallia. Perché Barack Obama? Be\' … ovviamente perché sono un suo sostenitore. È giovane, è nuovo, è mezzo nero e mezzo bianco. Se qualcosa oggi in America può cambiare, lui rappresenta sicuramente una chance più credibile che il vecchio McCain. Eppoi, l\'idea che il figlio di un ragazzo immigrato dal cuore dell\'Africa, dove si guadagnava da vivere facendo il pastore, e di una giovane donna bianca dell\'America profonda, oggi sia ad un passo dal diventare Presidente della super potenza americana, ha un valore di speranza mondiale, che trascende di certo la realtà statunitense.

- Hai trovato difficoltà nell\'organizzare il viaggio e la sistemazione?
No, dal momento in cui mi sono ricordato di un sito internet che permette di farsi ospitare gratis dormendo sui divani della gente. Una veloce ricerca su Google e l\'ho trovato: www.couchsurfing.com. È ben organizzato, molto serio, e pieno zeppo di iscritti che viaggiano e ospitano a loro volta. Nella sola Boston sono centinaia. Ho iniziato a scrivere e-mail, e nel giro di un paio di settimane ho trovato un numero sufficiente di ospiti per le mie due settimane. Il biglietto aereo l\'ho comprato da un internet point di Lisbona, quest\'estate, mentre ero in viaggio in Portogallo.

- Come hanno accolto la tua proposta i volontari americani?
Erano sorpresi ma anche incoraggiati dal fatto che qualcuno potesse attraversare l\'oceano per impegnarsi gratuitamente nella politica del loro Paese. E non ero il solo. Il primo giorno, nel quartier generale della campagna per lo stato del Massachusetts, ho incontrato un altro volontario giunto come me dall\'Europa, proprio il giorno prima. Veniva da Stoccolma, era giovanissimo, e sarebbe rimasto fino al giorno delle elezioni. Siamo diventati subito amici e siamo ancora in contatto. Per i manager della campagna, oltre ad essere due volontari, eravamo anche delle mascotte. Parlavano di noi ad ogni incontro e ci presentavano a chiunque, persino ad un gruppo di parlamentari britannici in visita nella città per la campagna.

- Che cosa hai trovato al tuo arrivo negli USA?
La prima mattina mi sentivo un po\' stordito. Ero in una città nuova, dove non conoscevo niente e nessuno. Ho perso ore anche solo per trovare un cellulare americano a pochi dollari, caricane la batteria approfittando delle prese di un caffè, attivarlo via telefono (ma dovevo usarne un altro), seguendo un interminabile percorso di istruzioni automatiche, districandomi tra codici di carte di credito e ignoti cap locali. L\'impatto col couch-surfing la sera prima è stato subito emozionante. Il mio primo ospite era un ingegnere civile mio coetaneo, che viveva in un vivace sobborgo abitato per lo più da neri e ispanici, dove i girasoli crescevano spontanei lungo i marciapiedi, e dal nome esotico di Jamaica Plain. Mi ha accolto insieme alla fidanzata e una birra in mano, sugli scalini della verandina di casa, tutta in legno, lunghe tavole verniciate di bianco, più o meno come tutte le altre attorno.

- Come si svolgevano le tue giornate? Di cosa ti occupavi insieme agli altri volontari? Puoi descriverci la giornata tipica del volontario?
In ufficio non mi presentavo mai prima delle 11. Cercavo di svegliarmi presto per dedicare almeno un paio d\'ore a girare la città, e poi andavo direttamente al quartier generale della campagna usando la metro. Il posto era un po\' fuori, in un palazzone di anonimi uffici collegati da un dedalo indistinguibile di corridoi. Lì lavoravo insieme a tutti gli altri volontari. Le attività svolte in ufficio erano abbastanza noiose e ripetitive ma c\'era un bel clima, tutti erano estremamente amichevoli e ogni cinque minuti arrivava qualche nuovo volontario del posto, mai visto prima, a dare una mano: \"ho il pomeriggio libero, mi piacerebbe essere d\'aiuto, cosa posso fare?\". Dal primo all\'ultimo giorno è stato un susseguirsi di presentazioni: \"Come ti chiami, da dove vieni. Io vivo in Italia e sono qui per due settimane\" ecc. Quello che si faceva era sostanzialmente: telefonare ad altri volontari o elettori, per pubblicizzare un\'iniziativa imminente, chiedere aiuto o promuovere il voto per Obama; gestire, aggiornare ed arricchire sistematicamente gli enormi data-base dei volontari e degli elettori (sono tutti on-line, accessibili tramite password, e ogni tanto continuo a lavorarci anche da qui in Italia). Le cose più divertenti erano quelle che si facevano fuori, come partecipare ad iniziative pubbliche o all\'attività di gruppi di volontariato sul territorio. Una volta ad esempio sono stato ad un bel concerto nella Symphony Hall del New England Conservatory of Music, nel cuore della città, con decine di musicisti e artisti che si esibivano gratuitamente allo scopo di raccogliere fondi per la campagna. Ho parlato con decine di persone del pubblico - 50 dollari a testa l\'ingresso - disponibili a registrarsi come nuovi volontari per la campagna.

- Puoi spiegarci, in base alla tua esperienza, che differenza c\'è tra l\'organizzazione di una campagna politica in Italia e una negli Stati Uniti?
So che può apparire un luogo comune, ma l\'impressione che ho ricevuto molto netta da subito è che loro siano molto più bravi di noi a fare le cose basilari. Le cose standard. Allora … dobbiamo fare campagna porta a porta, telefonare per coinvolgere altri volontari e convincere gli elettori indecisi, aggiornare e gestire gli indirizzari, organizzare iniziative pubbliche. Su queste cose sono molto più bravi di noi. Si organizzano in modo serissimo, sistematico, militare. Ho assistito a riunioni in cui decine di persone parlavano per ore sul modo migliore di organizzare le telefonate, come trascrivere gli esiti, gestirli e trasmetterli ad altre squadre per successivi contatti. È una cosa che In Italia non ho mai visto fare. Noi, anche se ci riuniamo con quattro amici, tendiamo ad essere molto più dispersivi, ci lasciamo andare a discussioni sui massimi sistemi, e cerchiamo ogni volta di inventarci qualcosa di non scontato. Il risultato però è che, tra le tante stupidaggini che ci vengono in mente, qualche buona idea magari c\'è. E allora può anche riuscirci di essere più originali e innovativi. Non bisogna inoltre dimenticare che quello cui ho personalmente assistito riguarda solo la parte di volontariato popolare, dal basso, della campagna. Non si tratta che di una piccola frazione del grande volume di attività che, a tutti i livelli, una campagna politica richiede. Sopra c\'è chi elabora strategie, conduce studi e indagini, confeziona gli spot televisivi che incessanti scorrono sugli schermi delle emittenti tv, organizza la raccolta di donazioni dei grandi finanziatori, ecc.

- Che attenzione hai trovato da parte dei cittadini americani verso queste elezioni? Solitamente negli Stati Uniti non c\'è un altissima percentuale di votanti .
Questo mi è difficile dirlo. Più che altro avevo contatti con gente della campagna, volontari o partecipanti ad iniziative pro-Obama. Anche le persone che mi davano da dormire, sapevano cosa fossi andato a fare, e alcuni di loro erano apertamente sostenitori di Obama. Del resto va considerato che Boston e il Massachusetts sono roccaforti liberal. Boston è la città dei Kennedy, e del senatore John Kerry, che quattro anni fa sfidò, per i democratici, il Presidente repubblicano in carica George W. Il Massachusetts è il primo Stato americano ad aver autorizzato i matrimoni gay ed ospita alcune delle più prestigiose istituzioni universitarie del paese, come l\'Università di Harvard, dove studiò lo stesso Obama, e il celebre M.I.T il più famoso politecnico del mondo.

Di certo la sfida appassionante tra Hillary e Barack ha acceso la base democratica, e l\'entusiasmo con cui i repubblicani hanno inizialmente accolto la candidatura a vice-presidente di Sarah Palin può aver accresciuto la partecipazione pure sul loro versante. E non c\'è ombra di dubbio che gli americani siano terrorizzati dall\'attuale crisi dei mercati finanziari, che Bush in questo momento sia uno dei più impopolari Presidenti della storia del Paese, e che tutti invochino un chiaro cambiamento nella guida del governo. Ma queste sono cose che possiamo leggere tutti quanti sui giornali.

- La paura del terrorismo condiziona ancora fortemente la vita degli americani? E le misure anti-terroristiche di controllo e di restrizione delle libertà come incidono sulle loro scelte ed abitudini?
La mia impressione è che questi siano temi più sentiti in Europa, ad esempio in Gran Bretagna, che in Usa, ma non mi è capitato di parlarne con la gente là.

- C\'erano giovani tra i volontari?
C\'erano anche alcuni giovani dai 16 ai 18 anni tra i volontari con cui lavoravo, anche se la maggior parte era costituita adulti. I giovani per lo più erano organizzati in associazioni giovanili e studentesche e, per quel che ho visto, erano parecchio partecipate. Alla prima riunione post-estiva degli Harvard Democrats, l\'associazione dei democratici dell\'ateneo, presieduta da uno studente, c\'erano ad esempio circa 250 persone.

- In base alla tua, seppure breve, esperienza e alle sensazioni che hai colto, pensi che Barack Obama possa riuscire a farsi eleggere Presidente degli Stati Uniti? E soprattutto, pensi davvero che possa portare ad un reale cambiamento?
Ovviamente non so dire se il giovane senatore dell\'Illinois ce la farà oppure no. So però che molti là ci credono davvero. Ho ancora nelle orecchie le parole di una papà che mettendosi il bimbetto sulle spalle, ad un pugno di metri da Obama che si concedeva alla folla dopo un discorso in piazza a Manchester, nel New Hampshire, se n\'è uscito con un americanissimo \"Guarda figliolo, l\'uomo che hai di fronte sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti d\'America\". È stata un bella esperienza che mi ha concesso di toccare con mano l\'entusiasmo popolare per il carisma di Barack. Quando partii dall\'Italia, non mi attendevo certo di trovarmelo davanti in carne e ossa. Sarei rimasto a Boston giusto due settimane, ed ero sicuro che non avrebbe messo piede in Massachusetts, Stato considerato democratico di default. Ma proprio per questo, ogni weekend, centinaia di volontari partono in macchina organizzati in piccoli gruppi per andare a fare campagna porta a porta nel New Hampshire, lo stato confinante a Nord, che è invece uno di quelli in bilico tra repubblicani e democratici. Sabato 13 settembre mi sono unito a loro e il caso ha voluto che proprio quel giorno, Obama dovesse tenere un discorso pubblico da quelle parti. È così che mi sono ritrovato con migliaia di americani, famiglie, giovani e anziani, ad ascoltarlo, applaudirlo e salutarlo al termine dell\'incontro.







Questo è un articolo pubblicato il 16-10-2008 alle 01:01 sul giornale del 15 ottobre 2008 - 5565 letture

In questo articolo si parla di politica, valeria bellagamba, barack obama, luigi valeri





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