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culture migranti: Dario, le mie persone e i miei luoghi

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Scappavano tutti da Senigallia, perché il lavoro c’era solo d’estate. Io ero il vitellone che guidava la cordata: appena diplomato, ho fatto una scommessa con i miei amici e ho comprato un biglietto solo andata per Milano”. È questo l’inizio del viaggio di Dario, ora arrivato a Padova. Liquidatore, operaio, ma sopra a tutto poeta.

di Giulia Angeletti

Prima tappa Milano. Qui Dario viene assunto con data retroattiva alle assicurazioni generali, e dopo pochi mesi, viene promosso a liquidatore: “anche se non avevo una laurea in legge, avevo una buona capacità di parlare, e ero abile nelle contese”.

Poi, tramite il suo lavoro, arriva a Roma. “Facevamo i pariolini, era una vita da bohemien, ma senza valore. Avevo tutto, ma sentivo spesso il vuoto attorno, mi chiedevo di concreto cosa facessi e cosa lasciassi dietro di me. Mi capitava spesso di andare con la macchina, di notte, a riflettere sulla tomba degli Scipioni e degli Ignoti. Non ho più scordato la sensazione che mi suscitava quel paesaggio illuminato dalla luna”.

Risale al periodo romano il suo matrimonio con una ragazza di Senigallia. “Non l’ho mai amata, e lei d'altronde è stata infelice con me. Penso che le sarebbe piaciuto girare il mondo”. A Roma conosce G. L., e diventa suo amante. “Il giorno facevo una cosa e la notte un’altra. La mia vita non è mai stata coerente”.

Poi è stata la volta di Pescara. Qui viveva tutta la settimana in albergo. La bella vita continuava e Dario faceva nuove conoscenza: Mario Spallone, suo vicino di ombrellone, medico personale di Togliatti, e Miriam Mafai. “Ci chiamavano la famigli Bonaventura, non eravamo mai fermi. Ma ad ogni spostamento il mio incarico diventava sempre più importante”.

Altra tappa Torino. Qui Dario precede la famiglia di alcun mesi, e incontra Rita, la segretaria dell’ispettorato: “Abbiamo vissuto in albergo alcuni mesi. Era una vita bellissima, vivevamo di amore e illusioni”. E poi infine Padova: “Me l’ero raffigurata come una città chic. Non c’era ancora stato il ‘68”.

Intanto anno per anno ho visitato i paesi socialisti, e da queste esperienze mi sono convinto che l’indispensabile c’è per tutti, ma costa caro. E con questa convinzione mi sono inimicato sia una parte che l’altra. La verità è che, da quando non c’è più il muro di Berlino, le ingiustizie si sono moltiplicate”.

Il ’68 è passato e io non mi sono accorto. Mia moglie mi ha poi raccontato che era in piazza Insurrezione e ha visto la carica della polizia. Io chissà dov’ero, in giro in qualche parte del Veneto per il mio lavoro”. Arriva quindi la decisione di lasciare il lavoro: “Mi stancai fisicamente e moralmente di quella compagnia, ottenni una buona liquidazione, e mi presentai in una fabbrica in periferia”.

Grazie ad alcuni amici nel sindacato, Dario entra ben presto nel direttivo della Fiom. “Facevamo degli incontri direttamente con il padrone. Ho sempre fatto gli interessi degli operai, loro venivano sempre prima di me, ma le tute blu, a volte sono cattive tra di loro. In uno degli ultimi incontri mi sono auto sospeso per mesi, perché non avevano trattato i risultati di categoria. Mi sono sentito tradito, e i rapporti di fiducia si sono iniziati a logorare”.

Arriva a questo punto la proposta di Sandro Cesari, direttore del Centro Studi Ettore Luccini, un centro di documentazione sulla storia del movimento operaio e popolare veneto, che lo invita a dargli una mano. “Non avevo mai usato un computer in vita mia. Sono entrato per ultimo, ma oramai sono diventato un’istituzione, sono sempre qui”.

Di Senigallia ricorda che da bambino assistette ad un comizio che lo storico sindaco del Pci Zavatti fece in piazza Padella. “Quando torno vado sempre al cimitero delle Grazie a visitare le tombe di quelli che avevo conosciuto. Passo sempre a visitare la tomba dell’insegnante Turchetti: lui era il mio preside, ma mi ricorderò sempre di quando veniva nella nostra classe e si metteva a recitare Dante. È lui che mi ha fatto amare la letteratura”.

Ora però non torno quasi più. Le ultime volte sono tornato e sentivo parlare in un modo strano, che non riconoscevo. Poi sono diventato tanto triste quando ho visto che hanno messo la statua di Pio IX li vicino alla stazione, e pensare che Senigallia ha sempre celebrato i martiri che hanno combattuto contro Pio IX”. E ancora: “Ho la paura che la gente mi riconosca, e mi dia cattive notizie”.

Ma sopra a tutto Dario è un poeta, una persona con una sensibilità particolarissima verso il mondo e le persone. “Ho sempre vissuto nell’immaginazione e nell’irrealizzato. Poi ho una memoria feroce, in particolare per le voci”. A breve ci sarà l’uscita del suo primo libro intitolato luoghi in cui protagonista è una piccola zona di Padova, i cui confini geografici sono segnati dall’Abbazia del Carmine, Via Beato Pellegrino, piazzale Mazzini, il Maldura (università di Lettere), e la Wiennese.

Per conoscere meglio Dario e le sue poesie, consiglio una visita al suo blog: www.dariopetrolati.it.



Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 25 gennaio 2008 - 17790 letture