culture migranti: Daniele, in Bosnia la guerra è finita ma non i problemi

4' di lettura Senigallia 30/11/-0001 -
Ormai è più di un anno che Daniele si trova a Sarajevo. Qui svolge una duplice attività: Lettore di Italiano presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Sarajevo e responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Ambasciata Italiana in Bosnia Erzegovina. “Sono molto contento del lavoro che svolgo: lo considero un incarico prestigioso e gratificante, anche se a volte un po’ pesante”.

di Giulia Angeletti


Sarajevo era solo una delle possibili destinazioni. Eppure Daniele ha scelto questa città perché era già entrata nel suo cuore. Già da 7/8 anni infatti Daniele si recava ogni anno in Bosnia Erzegovina per un gemellaggio che la diocesi di Senigallia porta avanti con una parrocchia locale. “Da li è nata un’amicizia, un affetto per questo paese. Avevo già iniziato a studiare la lingua, e comunque conoscevo già abbastanza bene la città.

Il suo lavoro all’università lo porta a contatto con ragazzi molto motivati e interessati. “L’università è vista da molti giovani come una possibilità di riscatto. C’è una cultura diffusa, ma anche una grave disoccupazione intellettuale. I laureati hanno in genere un’ottima preparazione, ma appena ne hanno la possibilità, cercano di andarsene, perché qui non trovano alternative”.

Se Daniele si era già cimentato con il lavoro di insegnante, lavorando per molti anni nel Liceo Scientifico “E. Medi” di Senigallia, il lavoro in ambasciata è risultato completamente nuovo: “è un lavoro molto affascinante, ho la possibilità di mettermi in contatto con operatori culturali di tutto il mondo”. E ancora: “L’Italia gode di un prestigio culturale enorme nel mondo. C’è un grandissimo interesse per il cinema e per l’arte italiana, e di questo forse gli italiani non ne sono del tutto consapevoli. L’Italia non è conosciuta solo per il cibo e la moda”.

Quest’anno abbiamo organizzato molti eventi, tra i quali la mostra degli artisti della collezione della Farnesina, con opere che uscivano per la prima volta dall’Italia, gli incontri internazionali di poesia con la partecipazioni di poeti da 12 paesi diversi e la prima rassegna del nuovo cinema italiano, in cui abbiamo proiettato film di artisti esordienti poco visti nella stessa Italia”.

Daniele dice poi di essersi stupito di aver trovato così tanti connazionali a Sarajevo. “Ci sono molti italiani che lavorano a Sarajevo. La presenza più consistente è ancora quella del contingente militare dell’Eufor. Poi ci sono gli italiani che lavorano in varie Ong e molti giovani che si trovano qui per motivi di studio o per svolgere degli stage, oltre naturalmente al personale dell’Ambasciata”.

Daniele racconta che vivere fuori dall’Italia gli ha permesso di mettere meglio a fuoco la situazione interna al nostro paese: “ora vedo con maggiore chiarezza i difetti e le cose belle dell’Italia”. Poi ci dice che il suo contatto principale con Senigallia arriva proprio da Vivere Senigallia: “La prima cosa che faccio quando mi reco nel mio ufficio in ambasciata è dare uno sguardo alla newsletter. Qualche volta partecipo anche ai dibattiti con un mio nickname. È un modo per vincere la nostalgia”.

Parliamo poi della situazione attuale, del paese che era una volta, e dei problemi del dopo guerra.
Non dimentichiamo che Sarajevo ha subito il più lungo assedio della storia moderna: più di tre anni e mezzo. “Anche se la ricostruzione degli edifici ha fatto passi da gigante, i segni della guerra sono ancora evidenti, soprattutto nello spirito degli abitanti. Quasi non c’è famiglia che non abbia alle spalle una storia dolorosa”.

Spesso si pensa che una volta finita la guerra siano anche finiti i problemi, ma non è affatto così. Oggi i media italiani danno pochissimo spazio alla situazione dei Balcani, mentre è in corso un processo molto preoccupante: la richiesta di indipendenza del Kosovo, per esempio, rischia di far scattare una serie di conseguenze difficilmente controllabili”.

La Bosnia Erzegovina ha molti problemi a livello politico, il primo dei quali è un sistema istituzionale paralizzato da una serie di meccanismi farraginosi imposti dalla comunità internazionale, che non consentono di parlare di democrazia come noi l’intendiamo. Per non parlare del problema dell’appartenenza al proprio gruppo etnico-religioso, che oggi è più sentita rispetto all’appartenenza ad una identità nazionale”.

Prima della guerra le differenze fra serbi, croati e musulmani non creavano problemi. Ogni “etnia”(termine del tutto improprio che uso solo per praticità) partecipava alle feste religiose delle altre, c’erano moltissimi matrimoni misti, e soprattutto c’era una grande tolleranza e rispetto reciproco. La guerra ha quasi del tutto cancellato tutto questo. Ognuno sta solo con i suoi, fin dalla scuola, in cui, ad esempio, i ragazzi sono spesso divisi e ciascuno ascolta un solo punto di vista”.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 03 gennaio 2008 - 13718 letture

In questo articolo si parla di daniele onori, giulia angeletti

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