Caso Sclock: ancora molti elementi dubbi da chiarire

Senigallia 30/11/-0001 -
La vicenda della fabbrica di orologi alle Saline si è conclusa, poche ore prima della seduta del Consiglio Comunale di mercoledì scorso, con il ritiro, da parte dell’azienda, della richiesta di insediarsi nei pressi del quartiere. I capi gruppo consiliari ne hanno poi preso atto, escludendo quella pratica dall’ordine del giorno.

da Roberto Mancini
capogruppo Rifondazione Comunista


A questo punto, possiamo affermare che è stato salvaguardato l’uso per interessi generali dell’area tra via delle Saline e via Copernico, la quale resta ora disponibile per esercizi pubblici e privati a servizio dei residenti, così come prescritto dal Piano Regolatore. Tuttavia, piuttosto che cantare vittoria, come potremmo fare a pieno titolo, ci sentiamo amareggiati dopo aver vissuto uno dei capitoli più avvilenti di questo mandato amministrativo. C’è necessità, infatti, di chiarire alcuni passaggi di questa storia che non risultano immediatamente trasparenti.

Quando la pratica arrivò in Giunta, nel marzo scorso, noi non ci opponemmo perché era corredata da una serie di valutazioni favorevoli raccolte durante tutto l’iter burocratico e dal parere di conformità alle norme sia del dirigente all’urbanistica sia di quello alle attività economiche. Secondo costoro, che avevano istruito tutto il procedimento, la questione riguardava esclusivamente 34 mq dedicati alle attività produttive, le quali, per essere ammesse tra le destinazioni d’uso delle zone F7, necessitavano di una variazione del PRG. A loro avviso, tutto il resto andava bene ed erano regolari i restanti 1.166 mq “direzionali”. Anche la Commissione Edilizia, ci venne detto, non aveva accolto nel giugno 2006 l’istanza di edificazione solo a causa della presenza dei 34 mq produttivi.

Quindi, sulla base dei documenti resi disponibili, non avevamo motivo, allora, di dubitare della sintesi tecnica di questi dirigenti, che assolvono anche al compito di controllo sulla legittimità e congruità degli atti con i piani comunali - basi di qualsiasi scelta politica -, e non ci sembravano determinanti, nel complesso della scelta, quei 34 metri destinati, per altro, a lavorazioni leggere. I dubbi sono iniziati quando ai consiglieri comunali, né durante la Commissione dell’11 aprile 2007 né in Consiglio il 30 maggio, sono state presentate – perché giudicate irrilevanti – le osservazioni contro l’insediamento della fabbrica che un cittadino residente nel quartiere aveva regolarmente depositato; osservazioni che, poi, abbiamo attentamente letto.

Dubbi che si sono trasformati nella certezza di una porcheria imminente, quando le Commissioni Consiliari 2ª e 3ª hanno discusso la pratica (il 13 luglio), confrontandola molto attentamente con l’art. 20/g delle norme urbanistiche comunali. Grazie anche al contributo di interpretazione delle norme offerto dal Presidente della Commissione Urbanistica, abbiamo appurato che queste norme escludono, oltre al produttivo, anche il direzionale e contengono chiaramente la prescrizione di dedicare l’area al servizio del quartiere e dei cittadini. Quindi, si tratta non di una nostra contrapposizione all’azienda, di cui valutiamo la rilevanza, ma del riconoscimento della priorità dovuta ai residenti. Il resto è storia recente.

Oggi, occorre però chiarire come sia stato possibile interpretare le regole tanto arbitrariamente e con tanta supponenza verso coloro che ponevano dubbi e interrogativi. Perché non fu presentata ai consiglieri l’osservazione di quel cittadino? Perché c’è stato bisogno che recuperassimo da soli la documentazione, mentre era un atto dovuto fornircela tutta? Perché non vennero prese in considerazione dai due dirigenti (né presentate ai consiglieri) le motivazioni vere e gli atti della Commissione Edilizia, che il 27 giugno 2006 respinse l’istanza di costruzione della fabbrica sia per la parte produttiva che per quella direzionale, affermando ben 15 mesi fa che “le destinazioni ammesse … sono quelle di servizio alla città”? Perché e chi inventò la finzione che la difformità stava solo nei 34 mq, cercando di aggirare le norme tramite la procedura di autorizzazione affidata allo Sportello Unico per le Attività Produttive? Oggi, i pochi che sono rimasti a sostenere la bontà della richiesta, affermano in modo irriguardoso che il Consiglio Comunale o l’Assessore Rebecchini sarebbero responsabili del grave ritardo nella risposta. Ma non era già sufficientemente chiara e definitiva la risposta della Commissione Edilizia di 15 mesi fa?

Pensiamo, in conclusione, che il Consiglio ha dimostrato di essere in grado di far rispettare le regole di fronte a ripetute omissioni e a tanto accanimento; altrettanto ha fatto l’Assessore Rebecchini, che ha chiesto un parere definitivo al nuovo dirigente all’Urbanistica, di fronte ai pronunciamenti ormai palesemente contraddittori di Uffici diversi della medesima Amministrazione. E il Sindaco, che non si è nemmeno degnata di alzare il telefono per rispondere con un sì o con un no alla nostra richiesta di verifica, non è ormai convinta che qualcosa c’è da approfondire e mettere a punto nella qualità della politica cittadina?





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 22 settembre 2007 - 1912 letture

In questo articolo si parla di rifondazione comunista, roberto mancini


Anonimo

21 settembre, 15:08
Il ragionamento non fà una grinza. Risulta altresì dalla vicenda, quanto possano essere importanti gli approfondimenti delle Commissioni consigliari. E le competenze di tutti i consiglieri, se ci sono. Quì pare le abbiano dimostrate unicamente la Commissione Edilizia ed un cittadino che ha presentato osservazione. Poi, dopo troppo tempo, si è rimediato solo grazie alla rinuncia della Sclock.<br />
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--Bucaniere

Anonimo

22 settembre, 18:57
La grinza è Mancini!<br />
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--stanco...




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