culture migranti: Imed: non c’è luogo che mi sia più estraneo della Tunisia

16' di lettura Senigallia 30/11/-0001 -
Imed, tunisino, è stato studente, immigrato, carcerato, fuggitivo, e infine scrittore. Ora vive il suo esilio lontano dall’Italia, traducendo le memorie del più famoso scrittore tunisino Shabbi, e mettendo mano al suo blog, ricco di spunti sul presente e sulla condizione di disagio degli immigrati.

di Giulia Angeletti


Quando hai iniziato a pensare di lasciare la Tunisia?
Nel 1982, prima di compiere 21 anni, ero studente di architettura e ignoravo che la vita non è mai il sentiero già tracciato che disegniamo. Detestavo continuare a piegarmi alla beatitudine del cattivo presente, come faceva mio padre.
Avevo messo dei soldi da parte anche lavorando al restauro di un cinema. Ho acquistato un biglietto aereo per Roma e partii salutando solo mia madre che credeva stessi andando a Gerba, una isola nel Sud della Tunisia. Rividi mia madre solo dopo 18 anni, ed è stato in una sala colloqui del carcere torinese Le vallette.
Non so se si tratta di una verità oppure è un semplice modo per non assumere certe responsabilità; tuttavia, mi piace ripetere che l’umanità non è libera, non lo è mai stata, poiché non lei ma il caso ha sempre avuto diritto alla prima mossa, quella che condiziona tutte le altre.

Quali erano i tuoi progetti?
Quando lasciai la Tunisia nel 1982, pensavo di rimanere all’estero giusto il tempo di laurearmi in architettura. Scelsi la Scandinavia come destinazione perché all’epoca arrivavano notizie positive sulla Svezia, dove c’erano aiuti per gli stranieri, la società non era repressiva e le belle donne bionde erano disinibite.
Certo, anni dopo, sicuramente perché ero diventato un po’ meno ingenuo e molto meno sciocco, scoppiai a ridere vedendo il film con Alberto Sordi che, come me, pensava di trovare una svedese ad aspettarlo appena sceso dal treno. Mi riferisco a “Il diavolo” regia di Gian Luigi Polidoro.

Cosa successe invece?
Giunsi a Roma il 27 luglio 1982. L’indomani presi il treno e andai in Svizzera. A Basilea, la polizia di frontiera francese mi rifiutò l’autorizzazione ad attraversare la Francia, anche se avevo un biglietto per Amsterdam e non occorreva alcun visto d’ingresso per i cittadini tunisini a quei tempi. Grazie all’aiuto di uno scambista delle ferrovie svizzere al quale avevo detto in lacrime che dovevo salire assolutamente sul treno dei miei sogni, attraversai la Francia e scesi nella stazione di Amsterdam. Per evitare problemi con la Germania che esigeva il visto d’ingresso già allora, presi un aereo per la Danimarca, pensavo che da lì avrei raggiunto la Svezia con un mezzo più economico.
Appena sbarcato a Copenaghen, la polizia di frontiera, mi fece pagare un biglietto con i miei pochi soldi e mi rimandò con lo stesso aereo in Olanda. Per quale motivo? Secondo loro non avevo abbastanza denaro. Credo che sia stato in questo bivio che la mia vita oscillò e cominciò a precipitare nel vuoto. Senza aver commesso alcun reato, la polizia di frontiera olandese mi rinchiuse in una cella di sicurezza per ben cinque giorni. Poi, sono stato rispedito a Roma pagando mio malgrado il biglietto con i pochi soldi che mi rimanevano.

Come reagisti a questa situazione?
Ho incrociato alla Stazione Termini un egiziano che mi propose di andare a lavorare in un circo vicino Napoli. Andai con lui.
La mattina, appena ho iniziato a lavorare, un lama mi sputò in faccia. Lì per lì non capii il messaggio! Per circa una settimana, feci di tutto, accudivo gli animali, pulivo, durante gli spettacoli entravo in pista per spostare gli attrezzi vestito da clown e partecipavo allo smontaggio e montaggio del tendone. Dormivo in una roulotte sudicia e il cibo era scarso, mentre io volevo di meglio. Decisi di andare via dopo sei giorni, ma il padrone non mi volle pagare: “Ti ho pagato il treno, ti ho dato da mangiare e da dormire, non ti devo niente”. Tornai a Roma senza soldi, nascosto sotto il sedile di una vagone ferroviario. Mi misi a rubare e a delinquere.
Il 31 agosto 1982 iniziò il battesimo del carcere. Due anni e due mesi per una rapina impropria.

Come hai vissuto quel primo periodo di carcere?
A Rebibbia, iniziai da solo ad apprendere la lingua italiana su un manuale francese in 90 lezioni. Poi imparai lo spagnolo, con lo stesso metodo, pensando di dare un esame all’ambasciata spagnola a Tunisi che mi avrebbe consentito l’ingresso all’università, dove avrei ripreso gli studi di architettura.

Cosa fecesti uscito di carcere?
Appena uscito, in ritardo rispetto alla data dell’esame, rinunciai a rientrare a Tunisi anche se per due anni i miei familiari mi avevano rinnovato l’iscrizione universitaria.
Riprovai a lavorare in un cantiere a Roma; ma dopo una settimana, passata a dormire in una stalla insieme ai cavalli e fare il manovale edile di giorno, il padrone mi diede solo 50 mila lire. Pensai subito di vendicarmi dando fuoco alla stalla e buttando bombolette di gas da campeggio nei silos del mangime per provocare esplosioni. Poi mi calmai e decisi di chiedere denaro ai miei. Così, in giornata, mi spedirono mezzo milione delle vecchie lire, tramite un conoscente a Milano, direttore tunisino dell’ente nazionale per il turismo.
Acquistai “L’ape e il comunista. Collettivo prigionieri politici delle Brigate Rosse” e una pistola. Pensavo seriamente o scioccamente di rientrare in Tunisia per fondare una organizzazione politico-militare sullo stampo delle Brigate Rosse.
Presto i carabinieri sequestrarono l’arma nella mia camera d’albergo a Napoli insieme a manoscritti in arabo di contenuto politico e il libro. Me la cavai con diciotto mesi di detenzione, perché tutto il materiale cartaceo sequestrato riguardava solo la Tunisia.
Scarcerato nel 1986, avevo ormai abbracciato la causa della delinquenza, non potendo fare niente in Italia, dove ormai potevo vivere solo come “clandestino”. Lo stesso anno, a Rimini, per un litigio, ferii un “connazionale” a una gamba con un colpo d’arma da fuoco. Trasportato in ospedale da alcuni compagni, il ferito diede un falso nome perché era ricercato e una altra versione dei fatti per vendetta. Subii una condanna a quattro anni e mezzo per una rapina mai commessa ed altri due anni e due mesi per detenzione illegale d’arma da fuoco.

Com’è stata la vita in carcere?
Gli anni successivi furono una giostra di evasioni e di catture, di cambi continui di identità, di delinquenza attiva, anche se per poche settimane, nel giro della droga.
Dal 18 settembre 1989, data del mio ultimo arresto a Rimini, non ero più riuscito a evadere, malgrado i vari tentativi, a volte disperati, da suicida.
Non ho mai accettato in carcere quello che si definisce “trattamento rieducativo”. Mi è capitato di leggere Asylum del sociologo Erving Goffman e credevo di aver individuato i meccanismi di spersonalizzazione che si innescano nelle istituzioni totali. Imparai a resistere, oppure credetti di resistere. Per esempio, quando sono stato tenuto in completo isolamento per sei mesi e mi è stata ridotta la mia permanenza all’aria aperta per solo un’ora al giorno, rifiutai anche quell’ora, dicendo alla direttrice del carcere che ero io a determinare le mie necessità e non un decreto del direttore generale dell’amministrazione penitenziaria. Mi tolsero tutti gli oggetti personali e dovevo farmi la barba davanti a loro. Mi rifiutai di tagliarmi i capelli e di farmi la barba per tutto il periodo del mio isolamento.
La contraddizione più palese la vedevo nella mia condanna all’espulsione a fine pena, mentre si pretendeva da me di collaborare al cosiddetto “trattamento rieducativo al fine di reinserirmi nella società”. Ho vissuto il carcere soprattutto come luogo di somministrazione legale di sofferenza. Ho visto tanti uomini umiliati, picchiati. Ho visto morire.

Ricodi in particolare qualche tuo compagno di carcere?
Si, ricorderò per sempre di un giovanissimo “pataccaro” che doveva scontare quattro mesi di galera e che si impiccò nella cella d’isolamento che era a fianco della mia...E non dimenticherò mai Gennaro, l’amico Gennaro, che dopo venti anni di galera si è tolto la vita impiccandosi.

Hai sentito il “peso della colpa”, come hai scritto più tardi, che ti gravava addosso?
Ho passato lunghi anni della mia detenzione in solitudine, trascinando il mio dolore taciturno su e giù lungo lo stretto spazio coatto assegnato a me. A volte, nel buio e nel silenzio della notte, come un bambino avrei voluto che per magia gli errori fossero cancellati e le separazioni mai patite. Invece, tutto il passato rimaneva pietra angolare della mia esistenza e tutte le separazioni accumulate erano travi portanti del mio cervello. Continuavo a scorrazzare su e giù e la mente vagava senza posa, in lutto perpetuo, senza fine.

Come hai scoperto la scrittura?
Nel 1998, mentre leggevo il quotidiano “Il manifesto”, al quale ero abbonato, scoprii che c’era un concorso per scrittori migranti, bandito dall’associazione Eks&Tra di Rimini. Acquistai e lessi un raccolta dei racconti premiati nella precedente edizione del concorso.

L’eperienza del carcere ha influito sulla tua esperienza letteraria?
No so se è stato necessario per me avere consumato una ampia parte della mia vita in carcere, attraversando fino in fondo i segmenti dell’esperienza, per essere in grado di dare forma narrativa a quel momento incidentale dell’esistenza di milioni di persone, chiamato migrazione, nel quale la realtà lascia cadere l’illusione che l’avvolge mostrando un volto inaspettato e vero. Fatto sta che scrissi un racconto, intitolato “Meteco”, che non era una mera restituzione di una realtà soggettiva, ma il risultato di una riflessione sul senso dell’esistenza umana, dove l’esperienza del dolore era onnipresente ed accanto ad esso c’era sempre la morte, opposizione dialettica al tempo assoluto e conclusione razionale della vita. Per me ciò significa che siamo tutti di passaggio, che nasciamo “stranieri” a questo mondo e nulla può offrire sollievo a questa condizione.

Questo racconto e gli altri che scrissi in segiuto ebbero anche importanti riconoscimenti, vero?
Meteco, dedicato a due anarchici (Edo Massari e Maria Soledad) morti suicida nella gran galera del mondo, vinse una Medaglia d’oro, che il Presidente Ciampi doveva consegnare a me al Quirinale. Non mi ci portarono. L’anno successivo è stato premiato il mio racconto “I Sommersi”, finito anche esso col suicidio dell’unica sopravvissuta al naufragio di un gommone che la trasportava dall’Albania in Italia. Di nuovo, non potei ritirare la medaglia del Presidente Ciampi al Quirinale. Scrissi altri racconti e sono stato sempre premiato.

La scrittura è venuta come un bisogno, o è stato più un modo per ingannare il tempo?
Non saprei dire se la scrittura è stata un bisogno o un hobbie, forse è stata una mera attività di rimozione. Oppure una reazione alla frattura con la collettività, per estraniarmi, per appagare un bisogno di radicamento nell’assenza di luogo, alla ricerca di una terra d’esilio da ogni patria. Una certa ricerca di libertà priva di subordinazione a una appartenenza.

Quando sei tornato in Tunisia?
Il 12 aprile 2003, data della mia espulsione dall'Italia dopo ben 14 anni trascorsi in galera, appena il mio aereo è atterrato a Tunisi, sono stato consegnato alla polizia che mi aspettava. Era un sabato, ero magrissimo, dopo mesi di lotta per ottenere l'espulsione con la legge Bossi-Fini. Infatti, appena la legge 30 luglio 2002, n. 189 entrò in vigore, ho chiesto la sua applicazione nei miei confronti (e credo di essere stato il primo in Italia a farlo), tanto ero condannato lo stesso all'espulsione a fine pena e volevo risparmiarmi altri due anni di somministrazione legale di sofferenza. Mi è stata negata, perché la mia cittadinanza non era certa, cosi come mi erano state negate tutte le richieste di permesso! Eppure facevo colloqui d'estate con i miei familiari che venivano dalla Tunisia ed ero iscritto, in carcere, all'università di Torino dove frequentavo Scienze Politiche. In breve, dopo mesi di lotta, sono riuscito a farmi espellere, pagando il mio biglietto aereo per accelerare le cose.
Domenica 13 aprile 2003, trascinato come un deficiente da mia sorella e due nipotine, ho acquistato vestiti nuovi poi ho dato fuoco a tutto quello che avevo addosso, portato dall'Italia, orologio incluso: puzzava di galera!

Come hai vissuto la tua nuova vita da uomo libero?
Dopo il 14 aprile 2003, la mia vita ha preso una accelerazione insolita confrontata al vecchio ritmo monotono di una esistenza rinchiusa. In appena un mese ho ottenuto la patente di guida, ho preso in affitto un appartamento che ho arredato con vecchi mobili trovati a casa dei miei, rimasta chiusa per 10 anni, dopo la morte di mio padre. Dopo appena quattro mesi dal mio rientro, firmai un contratto di matrimonio perché la donna con la quale volevo soltanto "stare" e la sua famiglia non accettavano una cosa chiamata convivenza. Dopo un anno e mezzo, arrivammo al divorzio consensuale.

Hai continuato anche in patria il tuo lavoro letterario?
Si, nel frattempo avevo tradotto 45 poesie del maggior poeta tunisino, Abul Qasim Al Shabbi, coinvolgendo nel progetto il poeta albanese d’espressione italiana Gezim hajdari e lo scrittore trapanese Salvatore Mugno. A distanza di quattro anni, siamo in attesa di trovare un editore disposto a pubblicare il nostro lavoro.

Come è stato ritornare a “casa”, nel tuo paese?
Dopo il divorzio, ebbe inizio un nuovo ciclo della mia vita forse con una semplice domanda: “Quale delle due solitudini che conosco richiede più forza per essere sopportata? Quella silenziosa di chi sceglie di isolarsi dal mondo o quella ambigua di chi è estraneo al mondo in cui vive?”. Probabilmente sono ancora in cerca di una risposta, ma sono quasi convinto che ormai non c’è luogo che mi fosse più estraneo della Tunisia e la cosa a volte mi fa sentire invadere dalla voglia di fuggire da questo paese e dalla vita che esso sta tessendo per me.

Hai passato quindi un periodo di “crisi letteraria”?
Per quattro anni, piombai nel silenzio smettendo di scrivere. Ho tentato varie volte di leggere, ma chiudevo i libri trovando il tutto privo d'interesse.
È stata Anika Persiani, un’amica, che mi ha aiutato involontariamente a riavvicinarmi al mondo della letteratura., ho creato un mio blog e ho inserito tutti i miei racconti. È stato l’8 agosto 2007 e la Home Page è http://.www.metoikos.splinder.com.

È stato un po’ come un nuovo inizio? Ti sei affezionato al tuo blog?
Ho preso gusto e ho cominciato a tradurre le memorie di Shabbi. Quando mi capita di inserire nel mio blog una giornata del suo diario, do prima la “notizia del giorno”; che commento, per protesta contro la mancata libertà d’espressione in molti paesi del mondo e in quello in cui risiedo in particolare, con il testo di una canzone. Per esempio alla notizia della condanna dell’ex ministro della polizia sudafricana ai tempi dell’appartheid per tentato omicidio di un’attivista dei diritti, commento con il testo della canzone “Biko” di Peter Gabriel; alla notizia dell’ordinanza di Domenici contro i lavavetri, inserisco “Il fannullone” di Fabrizio De André e alla dichiarazione di Bush che vede segnali di progresso in Iraq sia sul piano militare che politico commento con il testo di una canzone che ha partecipatro a Sanremo nel 1951, “Al Mercato Di Pizzighettone”, dove arriva un truffatore, Dulcamara, con un liquore magico:

E' arrivato sul mercato
Dulcamara, state a sentir:
un liquore egli ha portato
che i dolori fa scomparir…
"Non per mille, non per cento,
ma per poco io ve lo do;
è per tutti
per sani e malati,
borghesi e soldati,
vi posso giurar.
La mia nonna
Lo volle assaggiare,
si mise a gridare:
"Mi voglio sposar"

Sentirete
che magico effetto,
che dolce diletto
provar vi farà.
Cittadini
di Pizzighettone,
comprate un flacone v e tirate a campà…


Hai scoperto quindi anche il lato divertente della scrittura?
Si, soprattutto mi diverto, anche se sto per iniziare un lavoro di traduzione molto impegnativo di oltre 1400 pagine. Lo faccio senza alcuna garanzia che un giorno verrà pubblicato, l’autore è un uomo morto 600 anni fa, per giunta era arabo!

Cosa pensi della letteratura? Pensi che possa essere utile per un immigrato?
Sono convinto che la letteratura può essere uno strumento utile per trasmettere idee ed aprire canali di comunicazione. Dal 1999 sogno la fondazione di una casa editrice, specializzata nella pubblicazione della letteratura di migrazione. La mia idea è semplice: organizzare concorsi letterari in tutti i paesi a forte migrazione. Gli autori devono scrivere nella lingua del paese dove vivono. Questa selezione consente di avere scrittori capaci di resistere all’etnicizzazione e che si rifiutano di costruire una forte identità etnica che porta all’isolamento. Le opere vincitrici saranno tradotte in tutte le altre lingue e pubblicate in tutti i paesi del mondo.

Cosa ti aspetti dal futuro?
Non mi aspetto niente dal futuro. Ormai l’abitudine a soffrire è diventata per me una abitudine come un’altra.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 20 settembre 2007 - 11488 letture

In questo articolo si parla di immigrati, giulia angeletti

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