culture migranti: Anche io straniera per un po'

Senigallia 30/11/-0001 -
Anziché la storia di uno straniero a Senigallia questa settimana Culture Migranti propone l'esperienza di migrante di una senigalliese.

di Giulia Angeletti


Solo quando l’autista accese il motore dell’autobus mi resi conto che stavo lasciando Londra; c’era ancora Gianni sul marciapiede che con una mano teneva le sue buste, e con l’altra mi salutava composto. La mia avventura era conclusa, tra qualche ora sarei tornata in Italia, alla mia solita vita, alla normalità, alla routine. Chiusi gli occhi e non riuscii a pensare più a niente. Melon magic, la mia radio preferita londinese riempì il vuoto dal centro fino all’aeroporto.

Due mesi prima un’altra partenza, quella che mi avrebbe portato lontano dalla mia casa, famiglia e amici. Tanti propositi nella mente: imparare una lingua che fino ad ora era stata sempre a livello scolastico, vivere un po’ da sola, conoscere nuova gente, e soprattutto scoprire Londra, i suoi segreti, la sua anima nascosta. Sarei stata finalmente anche io una straniera per qualche tempo, come tutte le persone con cui avevo parlato nell’ultimo anno.

Tutto il mio destino riposava nelle mani di un’agenzia, una delle tante che promettono a ragazzi e ragazze di tutta Europa di trovargli una sistemazione, e un aiuto per trovare lavoro a Londra. Appena arrivata ho avuto subito modo di rendermi conto come lavorano queste agenzie, della marea di giovani che come me volevano farsi un’esperienza nella capitale inglese, e degli effettivi problemi o difetti nell’organizzazione.

Fatto sta che la prima sera, essendo l’aereo arrivato tardi, sono finita diritta diritta in un ostello, in attesa di una alloggio definitivo. Immaginate la mia sorpresa quando ho scoperto che c’era un solo lavandino per tutto il piano ( più o meno una ventina di persone ).
Il giorno dopo mi hanno poi dirottato verso una casa, e devo dire che qui la fortuna mi ha strizzato l’occhio, perché sono capitata in un quartiere stupendo, Putney, a mezzora dal centro, in casa con altre ragazze, italiane e francesi.

Lavoro, un'altra storia. L’agenzia a cui mi ero affidata prometteva dei colloqui di lavoro, due o tre la settimana. Questo naturalmente non ti garantiva il lavoro. In Inghilterra è legale un training non pagato fino a tre giorni, quindi può succedere, (ed è successo ad una mia amica francese) che te lavori per tre giorni, e poi ti ritrovi con un palmo di mosche, senza un pound nel portafoglio! Io allora mi sono fatta intraprendente, e invece di aspettare la telefonata dell’agenzia, mi sono battuta tutti i ristoranti di Putney, sfoggiando il mio curriculum, il mio non perfetto inglese, e soprattutto il mio sorriso migliore.

Nel giro di due giorni ero già a fare caffè e cimentarmi con i primi cappuccini in un ristorante, ironia della sorte, chiamato “Il Mascalzone”. Ristorante italiano, cucina italiana, staff italiano, ma non solo…il mio inglese poteva anche andare a farsi benedire. Prima dell’inglese dovevo imparare a capire il napoletano, o meglio il calabrittano, dialetto di Calabritto, paesino da dove provenivano tutti i camerieri e il menager.

La prima settimana è stata veramente dura, tutti davano per scontato che io sapessi già fare tutto, che sapessi dove stavano le cose e che quando era busy avessi tenuto duro. E ci ho provato, e provato, e alla fine ci sono riuscita. Pian piano i caffè uscivano sempre più decenti, non avevo più paura a chiedere gli ordini ad un tavolo, e se vedevo che c’era da fare qualche cosa la facevo subito di mia iniziativa senza che qualcuno me lo rimproverasse poi dopo.

Ho poi conosciuto i miei compagni di lavoro: c’erano i ragazzi di Calabbritto, tutti imparentati tra di loro, in un gioco di fratelli e cugini difficilmente districabile, c’era Karina l’altra barista, c’erano poi i ragazzi della cucina, albanesi e rumeni. Ognuno aveva alle spalle una storia diversa, una scelta, un’ambizione per il futuro. Tutti venuti a Londra per lavorare e fare soldi, chi per sposarsi, chi per comprarsi una casa, chi perché non aveva altre alternative.

Si, certo, ci sono stati anche musei, piazze, parchi e cartoline, ma la Londra che ho conosciuto con questa esperienza non è la solita Londra turistica. Quella che ho visto e vissuto è la Londra centro nevralgico di una marea di persone che lavorano sodo per reggere il peso di un’ambizione. Si, ambizione, è questa la parole che ho trovato dopo molto pensare. Londra è una città per ambiziosi, offre tutte le buone opportunità per realizzare qualcosa di ambizioso appunto. È difficile da spiegare, ma sentivo che era così.

Forse anche io mi sono scoperta ambiziosa, Londra è ancora li che mi aspetta.






Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 06 settembre 2007 - 13443 letture

In questo articolo si parla di senigallia multietnica, giulia angeletti

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melgaco

05 settembre, 20:04
Pintus, chi è la tua tra le quattro nella foto?<br />
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La rossa?

melgaco

06 settembre, 13:53
Il grosso problema di questi viaggi studio per imparare la lingua è che il più delle volte non servono a nulla.<br />
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I ragazzi italiani, infatti, stanno sempre tra loro e parlano italiano.<br />
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Consiglierei di andare da soli e possibilmente non a Londra, ma in qualche paesino del Kent o della Merseyside.<br />
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Londra non è Inghilterra. <br />
E' una città cosmopolita che con l'Inghilterra non ha nulla a che fare. Non è certo a Londra che si parla inglese. Lì parlano italiano, arabo, sanscrito e i pochi inglesi che ci sono appena sentono il vostro accento mediterraneo fanno subito finta di non capirvi (anche se capiscono benissimo) e manco vi rispondono.<br />
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Meglio altre città, possibilmente di medio-piccole dimensioni. Senza altri italiani tra le palle.

italiana a londra

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