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Tennistavolo: Massimo Costantini ricorda il primo scudetto di Senigallia (1977)

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Turno di riposo per i campionati nazionali che vedono impegnate le squadre senigalliesi.
Massimo Costantini fa il punto della situazione attuale, e ricorda il primo scudetto a squadre per la Senigallia sportiva, che all'incirca in questo periodo, 30 anni fa, conquistava nel ping pong uno storico tricolore.

di Andrea Pongetti
Era il 1977. Trenta anni fa. L'anno delle lotte studentesche, degli scontri in piazza, del terrorismo.
Ma per lo sport senigalliese, anche l'anno del primo storico scudetto. Accadeva nel tennistavolo, o meglio il ping pong, come lo chiamano tutti, e chi scrive non era ancora nato, ma da appassionato, ha letto e sentito narrare di quel giorno, di tanti anni fa, in cui una disciplina, da sempre poco visibile in campo nazionale, ebbe il suo momento di gloria sulla Spiaggia di Velluto, e con esso tutta la città.
Non si era mai vista tanta gente al palazzetto vecchio - scrive il tecnico di allora Enzo Pettinelli, in un suo libro uscito qualche anno fa, “La città del ping pong”, che ricorda quegli eventi, e con essi il - carosello di auto che percorse la città a clakson spiegati per festeggiare la vittoria”.
Lui c'era, e c'è da credergli.

Massimo Costantini invece era in campo, e a distanza di tanto tempo, sfoglia l'album dei ricordi: “Quando penso alla finale del 1977, i cui trent'anni ricorrono quest'anno, la cosa più bella che mi viene in mente è l'incredibile massa di gente al palasport quel giorno. All'epoca magari non ci si faceva più di tanto caso, ma a distanza di tanto tempo mi accorgo come il rapporto con il pubblico sia stato determinante. Per questo mi sento di dire che fu davvero uno scudetto di tutta la città, che ci ha sostenuto, e con essa l'abbiamo condiviso”.

Ricordo la difficoltà che ebbi - continua Costantini - io che ero abituato ad allenarmi coi mancini, ad affrontare i giocatori destrorsi, un aneddoto che proprio poco tempo fa ricordavo con Enzo Pettinelli. All'epoca, rispetto ad ora, c'era senz'altro meno tattica e tecnica, anche se noi di Senigallia eravamo all'avanguardia”, afferma senza presunzione.
Altri tempi, verrebbe da dire, tempi in cui anche “la rivalità e il campanilismo, come quello contro il Sant'Elpidio erano forti, ma allo stesso tempo sani”, come evidenzia ancora il campione senigalliese.

Il quale, ricorda anche la sua partecipazione alle Olimpiadi di Seoul (1988), primo pongista italiano in assoluto a farcela: “mi fu data una wild card che non mi aspettavo, e il mio ricordo più bello è proprio riferito a quella comunicazione. Ma ricordo anche il villaggio olimpico e l'amicizia che dura ancora nel tempo con i tennisti italiani conosciuti sul posto, il più famoso dei quali (Paolo Canè) venne a tifare per me al mio incontro”.
Tanti i rivali incontrati in molti anni di attività ad alto livello dal campione, figlio e più grande interprete della ormai lunghissima tradizione senigalliese. “Mi sono sempre fatto rispettare in campo - dice orgogliosamente - anche dagli avversari più forti che mi battevano, ma certo, contro un paio di cinesi, la pallina la vedevo davvero poco”, ammette sorridendo.

Ora, dopo aver vinto tanto in campo, e stabilito diversi record, non soltanto del suo sport (è l'atleta italiano col maggiore numero di presenza in nazionale, di tutti gli sport) ed essere stato per diversi anni Commissario tecnico della nazionale maschile, da cui è uscito non senza qualche polemica, ricopre incarichi all'interno del Coni, allena a Catania in serie A1, ma anche per la Federazione Mondiale, per la quale contribuisce alla divulgazione dello sport tra i giovani di tutti i continenti.

Il ping pong è uno sport sano, dove fenomeni come il doping, la violenza e il rischio di farsi male sono davvero minimi, eppure non riesce ad emergere. Certo, in Italia il calcio la fa da padrone, ma anche chi sta ai vertici del tennistavolo raramente è in grado di diffonderlo e “valorizzare il prodotto” come meriterebbe. Dal punto di vista della visibilità, purtroppo, ci sono stati regressi negli ultimi anni”. Anche per questo da qualche tempo ha aperto un blog, in cui tanti esperti ed appassionati si dibattono su questo sport.

Ma la racchetta Massimo Costantini ce l'ha nel sangue e a distanza di tanto tempo, continua ancora a giocare, sempre a Senigallia, adesso in B1.
Le cose stanno andando bene, stiamo facendo un buon campionato, vicini alle squadre che si stanno giocando la A2. Ma non è quello l'obiettivo primario. E' importante piuttosto come si sia tornati a valorizzare i giocatori locali, anche se alcuni di essi non sono più giovanissimi. Certo, riproporre il modello quasi pioneristico degli anni 70', con una squadra senza stranieri, e tutta fatta in casa eppure vincente ai massimi livelli, al giorno d'oggi è molto più difficile. Anche in questo sport accade sempre meno. Ma c'è senz'altro una ripresa della scuola di Senigallia, che resta un punto di riferimento per questo sport e un caso raro per come riesca a disputare tuttora campionati di livello comunque interregionale senza stranieri e giocatori di fuori città. E' un'idea che condivido anche se i risultati potranno essere visti meglio soltanto a lungo termine. Per il momento il campionato di B1 (ma ci sono pure diverse squadre iscritte alle categorie minori) può comunque rappresentare un incentivo e un punto di arrivo importante anche per i più giovani che si affacciano a questo sport. Per quanto mi riguarda invece, in base ai regolamenti in vigore dal prossimo anno, non potrò più conciliare l'attività di allenatore con quella di giocatore e quindi dovrò fare per forza di cose una scelta”.

A distanza di trent'anni da quel primo storico scudetto a squadre dunque, (ne arrivò un altro, nel 1979, a cui vanno aggiunti i tantissimi conquistati da singoli atleti) non è azzardato affermare, come fa Costantini, che nell'immaginario collettivo pongistico Senigallia abbia ancora un ruolo rilevante.

Una scuola che rimane unica per i valori che sa trasmettere soprattutto ai più giovani che si affacciano all'attività, e si allenano con il maestro Enzo Pettinelli, “senza forzature”, come precisa lui stesso, “senza assilli di risultato, nel rispetto di sé stessi, degli avversari e dei compagni”.
E allora forse poco importa che non ci sia più lo scudetto sul petto, se ogni giorno il Centro Olimpico, costruito proprio sulla scia di quei trionfi, si popola di campioni che lo scelgono per allenarsi provenienti anche da fuori città, di pongisti locali, e semplici appassionati. E così, come recita il titolo del bel libro di Pettinelli, Senigallia, resta, ancora oggi, “La città del ping pong”.


Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 19 maggio 2007 - 2601 letture