Gabriele Lavia alla Fenice con Dostovskji

2' di lettura Senigallia 30/11/-0001 -
Sono un uomo cattivo, sono un uomo malato” è questa la frase più volte ripetuta dal giovane impiegato inconcludente protagonista delle “Memorie dal sottosuolo” di Dostovskji portato in scena venerdì e sabato sera al teatro la Fenice. Ma si tratta di un uomo veramente cattivo?

di Giulia Angeletti


Gabriele Lavia , famoso attore e regista, ripropone per teatro l’ultimo episodio del romanzo “Memorie dal sottosuolo” di Dostovskji, episodio che mette in scena la tormentata storia d’amore tra il protagonista e una prostituta, Lisa. Scritto nel 1865, il romanzo segue passo a passo gli sbalzi d’umore e la psiche del così detto ”uomo del sottosuolo”.

Ma chi è l’uomo del sottosuolo? È un ignobile impiegatuccio, come lui si definisce, a disagio con se stesso e in opposizione alla società. Vive isolato in un luogo sotterraneo, pieno di libri impolverati, e un maggiordomo, Apollon che si astiene dal parlare, e declama salmi a gran voce. Il sottosuolo diventa qui simbolo dell’inconscio, delle impensabili scorciatoie di una psiche tormentata.

Il protagonista dice più volte di se stesso di essere un uomo cattivo e malato, ma poi più tardi si tradisce, e dice di non essere stato capace di diventare assolutamente nulla nella vita, né buono, né cattivo, né un delinquente, né tanto meno un eroe. Diventa quindi un inetto, un disadatto, come molti personaggi di Svevo, Pirandello, Musil o Kafka.

Il riferimento a Kafka è chiaro anche nel desiderio del protagonista di diventare uno scarafaggio, e più volte tenta la sua metamorfosi senza successo. Le metafore zoomorfe sono infatti molto presenti: l’uomo non è più tale, o forse, non vuole più essere tale, dopo aver scoperto la sua intrinseca natura di mostro.

Le cose cambiano quando il nostro personaggio incontra una prostituta Lisa, e di lei nonostante tutto s’innamora, l’unica che si rivela capace di capire veramente la sua infelicità. Questa apparizione scuoterà le già fragili capacità dell’intelletto del protagonista, fino a dargli l’illusione della felicità, quando a sua volta aveva già dato tale illusione a Lisa, per poi prendersene gioco.

Il commento finale della vicenda non viene però da Dostovskij, ma dallo stesso Lavia, che nel suo monologo conclusivo tira le somme della storia e non solo, aprendo una riflessione che coinvolge teatro, cinema e vita. Lavia lancia infatti al pubblico tre quesiti fondamentali, destinati per ora a non avere risposta: “Che cos’è oggi la vita? Dove si trova oggi la vita? Come si chiama oggi la vita?”. Il pubblico rifletterà su questo.








Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 09 dicembre 2006 - 2721 letture

In questo articolo si parla di teatro, teatro la fenice, giulia angeletti


Mbuto

10 dicembre, 15:25

Off-topic

Ohi Dignani, dacci un taglio. Smettila di fare il galletto primo della classe, non sei mica il solo ad essere innamorato della nostra soave giornalista e poetessa Giulia.<br />
Se non cambi atteggiamento mi vedrò costretto a sfdarti a singolar tenzone.

Anonimo

09 dicembre, 14:44
buon Natale alla brava bravissima (che immagino bella e fresca siccome il mattino)<br />
Giulia Angeletti.<br />
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--enrico dignani

Anonimo

09 dicembre, 09:13
Scenografia e costumi ottimi, bravissimi attori, buona la prima parte dello spettacolo, ma poi i dialoghi e la storia si avvitano su se stesse e il tutto diventa abbastanza monotono e ripetitivo. Trasportare in teatro un romanzo non è semplice, si tratta di riscrivere una trama partendo da un capolavoro, è una operazione rischiosa, che è riuscita solo nella prima parte, con dialoghi serrati, coinvolgenti, che riflettono lo spirito del grande scrittore russo, poi purtroppo prevale una tonalità autoreferenziale, un parlarsi addosso del protagonista che addirittura alla fine spiega al pubblico, con un monologo, il sognificato della rappresentazione. Quest'ultimo pezzo a mio parere era proprio da evitare, non ha senso spiegare cosa voleva comunicare un'opera, è nell'opera stessa che occorreva dire tutto quello che c'era da dire. Peccato perché gli attori sono bravissimi, la protagonista femminile merita i complimenti e la scenografia all'inizio lascia il pubblico a bocca aperta.<br />
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--Massimo Bellucci