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Tribellini: gradirei che il libro che ho scritto non venga strumentalizzato

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Ecco in sintesi il messaggio che vorrei rivolgere al Comitato sorto contro il bacino estrattivo individuato dalla Provincia di Ancona a Montefortino d'Arcevia. Queste poche righe si sono rese necessarie per sgombrare il campo dai fraintendimenti che inevitabilmente sono sorti in seguito al comunicato stampa inviato dal Comitato (a proposito, questo comitato non ha un presidente, un rappresentante, un portavoce?) e pubblicato su Vivere Senigallia il 2 settembre.

da Lucio Tribellini
Il libro Montefortino d'Arcevia. Ricostruzione di una straordinaria scoperta archeologica tratta esclusivamente della storia dei rinvenimenti effettuati nei pressi del centro abitato tra il 1892 e il 1901, e non vi è il minimo riferimento diretto o indiretto, alle questioni sollevate dal Comitato.

Non mi sembra corretto affermare che con la pubblicazione di quest'opera "…si riapre bruscamente la spinosa questione sul grande bacino estrattivo".
Col mio libro l'unica cosa alla quale si vuole dare rilievo è la scoperta della necropoli celtica e del luogo di culto ad essa collegato; ogni altra lettura o interpretazione rischia di sminuire o modificare il senso dell'opera. Al sottoscritto non piace, per così dire, "essere tirato per la giacchetta", e il modo in cui è stato congegnato quel comunicato stampa finiva per strumentalizzare il mio nome e il mio libro per una causa alla quale non aderisco.

Intendiamoci, la questione non è se la causa è giusta o sbagliata, voglio solo sottolineare che non si può pescare nei lavori altrui a proprio uso e consumo. Ma per rendere più completo il presente intervento ritengo utile precisare anche altre affermazioni. Le aree degli scavi archeologici a me risultano lontane da quelle individuate dai nuovi progetti di escavazione. Personalmente inoltre non ritengo corretto affermare che "…l'amministrazione comunale di Arcevia permise lo scempio dell'area, utilizzata addirittura come discarica", perché si offre di Montefortino un'immagine distorta. Più corretto sarebbe stato ricordare che nei pressi di una della aree archeologiche negli ultimi anni si è verificato lo scarico di materiali vari da parte probabilmente di cittadini di Montefortino stessa, e che in generale tutta l'area è stata lasciata a se stessa, senza la sorveglianza necessaria da parte di nessuno, Comune compreso.

Per quanto riguarda le affermazioni relative alla necessità di quella che potremmo chiamare una scelta di campo, e cioè puntare esclusivamente sullo sviluppo turistico in alternativa allo sviluppo industriale, personalmente mi sento ancora di dissentire. Qui non esistono due mondi tra loro antitetici e contrapposti, per il semplice fatto che nessuno dei due può essere autosufficiente e alternativo all'altro.
Puntare esclusivamente sullo sviluppo turistico dell'area non è il volano per il rilancio del territorio, perché Montefortino e la sua area non possiedono la capacità di creare un'economia turistica.
Lodevole e qualificato è stato l’investimento in tempi recenti di imprenditori “forestieri” nell’area, cioè quelli che hanno riavviato l’attività dell’agriturismo “Il Rustico” e della coppia di signori olandesi che stanno ultimando i lavori presso la propria country house chiamata “Tenuta Belfiore”, ma creare un’economia turistica è ben altra cosa.

D'altra parte il semplice sviluppo portato dal lavoro presso la cava e dall’indotto non può essere sufficiente per soddisfare le esigenze materiali e spirituali di alcuna comunità. Secondo me, che ci piaccia o no, i due modelli non sono alternativi ma vanno integrati in maniera intelligente e sostenibile.

Ci sarebbe anche altro da dire su ciò che il Comitato scrive, o evita di scrivere, ma il mio obiettivo non è quello di creare un comitato a favore dell'escavazione. Se teniamo veramente a Montefortino (come ha fatto l’Associazione Sortiva che ha sostenuto la pubblicazione del libro), credo che la cosa migliore da fare sia lavorare assieme tutti (Comitato, Comune, Sportiva, il sottoscritto, ecc.), superando atteggiamenti polemici, cercando un terreno comune d’intesa.

Come battuta conclusiva vorrei tornare al dato archeologico: il sepolcreto gallico di Montefortino è il più ricco per i materiali di corredo tra quelli rinvenuti in Italia: nel libro non l'ho scritto, ma la mia ipotesi per spiegare questa ricchezza, dopo un secolo di interrogativi, è che quella di Montefortino fosse una comunità di cavatori di pietra: la prima impresa su suolo italiano che col commercio del calcare massiccio fece la propria fortuna economica, motivo per il quale i Galli suscitarono la gelosia dei Romani.


A pochi chilometri da Arcevia (An), su uno dei primi contrafforti dell’Appennino dal quale si scorge la riviera senigalliese, si trova Montefortino, immerso nel tipico e colorato paesaggio rurale marchigiano. Qui, alla fine dell’Ottocento, venne effettuata una delle più importanti scoperte archeologiche di questa regione: una necropoli e un santuario che gli studiosi dell’epoca attribuirono al fiero popolo transalpino dei Galli Senoni.
Con quest’opera, fortemente voluta dalla comunità locale e da cultori di storia arceviese, si ricostruiranno gli avvenimenti di quegli anni per chiarire l’articolazione topografica delle aree archeologiche, nel tentativo di comprendere ciò che i reperti possono ancora raccontarci della storia antica tutt’altro che marginale di questo territorio.


Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 18 settembre 2006 - 12186 letture