la storia ritrovata: Ante Pavelic: il Dottore, il Cattolico, il Nazi-fascista

6' di lettura Senigallia 30/11/-0001 -
Ante Pavelic nacque a Bradina, nella Bosnia-Erzegovina, il 14 luglio 1889, e morì a Madrid, in esilio in Spagna, nel 1959. Fu il fondatore del movimento nazionalista degli Ustascia (Ustaše) e capo (poglavinik , o "duce") dello "Stato indipendente di Croazia", dal 1941 al 1945.

di Paolo Battisti
Bel-ami@vsmail.it


Duce,
In quest'ora decisiva…..mi rivolgo a Voi e Vi porgo il saluto di tutti i nazionalisti croati, di tutte le organizzazioni combattenti e dell'intero popolo croato. Tutta la Croazia attende con giubilo i Vostri gloriosi soldati e tutte le nostre forze nazionalistiche combattenti organizzate e inquadrate combatteranno insieme con loro per la libertà del nostro popolo e per l'indipendente Stato di Croazia.
Salutiamo in Voi il grande Amico dei piccoli popoli, ed il promotore di un nuovo governo di giustizia e Vi testimoniamo la nostra eterna gratitudine. Vi assicuro che, come ora, così anche nell'avvenire saremo sempre con Voi. Viva l'indipendente Stato di Croazia! Viva l'Italia!

(Dott. Ante Pavelic, messaggio al Duce, 8 aprile 1941)

Laureatosi in legge a Zagabria, si impegnò in politica nel "Partito Croato dei Diritti", un movimento nazionalista che si opponeva alla monarchia yugoslava.
Venne eletto consigliere municipale a Zagabria e nel 1927 deputato al parlamento nazionale di Belgrado.
Nel 1929 fu costretto all'esilio dalla dittatura pro-serba presieduta dal re Alessandro I.
Rifugiatosi prima a Vienna, dove prese contatto con ufficiali austriaci anti-yugoslavi, e quindi in Italia, fondò insieme ai membri esiliati della fazione più estremista del "Partito dei Diritti", un nuovo movimento nazionalista, gli Ustascia (da ustaš, "insorto", o "ribelle"). Il gruppo si dedicò ad attività terroristiche e nel 1934 riuscì ad assassinare il re Alessandro I a Marsiglia.
Con l'appoggio del regime fascista italiano il movimento si ampliò, installando campi di addestramento nella stessa Italia e in Ungheria.
Nel 1936 Pavelic, politicamente vicino ai regimi nazi-fascisti, celebrò con un libello le glorie di Hitler, descrivendolo come: "Il più grande ed il migliore dei figli della Germania".

Il 6 aprile 1941 il Regno di Jugoslavia venne smembrato forzatamente dalle forze dell'Asse, che provvidero subito a costituire uno stato fantoccio, la Croazia appunto, riconosciuto solamente da Italia, Germania e Giappone.
Pavelic venne messo a capo di questo "Stato indipendente croato", esteso dalla Slovenia a buona parte della Bosnia, di fatto dipendente dalla Germania e dall'Italia fascista, da cui riprese le istituzioni.
La corona di Croazia venne offerta ad Aimone di Savoia-Aosta, che la cinse con il nome "Tomislav II". Gli Italiani inoltre occupavano gran parte della costa. Ante Pavelic, fanatico cattolico, anticomunista, antiortodosso e antisemita, in qualità di dittatore assoluto, si pose alla testa della “Croazia Indipendente”, una piccola nazione a capo di tre milioni di Croati cattolici, due milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci nonché numerosi gruppi etnici minori.
Il programma ideologico del governo clerico-fascista di Pavelic era sintetizzabile in pochi punti: lo Stato croato doveva essere etnicamente puro, composto solo da devoti cattolici, proprio come era il Vaticano.
Uno dei suoi primissimi viaggi ufficiali fu in Italia (alla quale cedette una parte dei suoi possedimenti), dove venne accolto da Pio XII (e benedetto) in udienza privata (benché già fosse stato condannato a morte in contumacia per il doppio omicidio di Marsiglia sia dalla Francia che dalla Jugoslavia).

Pavelic, partendo da questi presupposti, diede il via ad una campagna di sterminio determinata e feroce, attivata contro qualsiasi “avversario” politico e religioso.
Tre settimane dopo la creazione dello Stato, il governo croato emanò leggi antiebraiche, e immediatamente dopo cominciò ad occuparsi del popolo serbo; duecentocinquantamila serbi furono costretti, dietro minacce, a convertirsi al cattolicesimo (l’unico modo che avevano di sfuggire alla morte), e più di settecentomila vennero assassinati con metodi barbari (fucilazioni singole e di gruppo, corpi gettati nei fiumi, nelle foibe, nel mare), spesso nelle cosiddette “Case del Signore” (le chiese ortodosse).
Le torture perpetrate ai danni dei serbi consistevano nel strappare loro gli occhi, nel tagliargli le orecchie e il naso, nel seppellirli o crocifiggerli da vivi; le donne venivano stuprate e venivano amputate loro le mammelle.
Uno dei motti preferiti da Pavelic era: “Un terzo dei Serbi deve diventare cattolico, un terzo deve abbandonare il paese, un terzo deve morire!”.
I Serbi dovevano circolare con una P sul braccio (Pravoslavac = Ortodosso), gli Ebrei con la stella di David, e solo nei quartieri-ghetto approntati per loro.
Nei locali pubblici pendeva il cartello: «Ingresso vietato a Serbi, Ebrei, Zingari e cani».
Nello stesso periodo, la maggior parte delle chiese serbo-ortodosse presenti in Croazia vennero depredate, adibite a magazzini, gabinetti pubblici e stalle.
Anche molti religiosi ortodossi vennero assassinati e trucidati, come il pope Branko Dobrosavljevic, al quale furono strappati la barba ed i capelli, sollevata la pelle, estratti gli occhi, mentre il suo figlioletto veniva fatto letteralmente a pezzi dinanzi a lui.

La dittatura croata, creatasi e sviluppatasi all’insegna della “Bibbia e della Bomba”, fu un regime istituzionalmente cattolico.
Ante Pavelic, che frequentava indistintamente il quartier generale del Führer e l’ufficio di Mussolini (e a volte anche il Vaticano), fu definito dal primate croato Stepinac "un croato devoto", e dal papa Pio XII (nel 1943) "un cattolico praticante".

Un numero infinito di fotografie lo vedono ritratto in posa tra religiosi cattolici di varia statura. Egli teneva così tanto alla religione al punto di essersi fatto costruire una cappella privata nel suo palazzo e da avere un confessore che lo seguiva in ogni spostamento.
Innumerevoli religiosi appartenevano al partito da lui fondato, quello degli Ustascia, e molti vescovi e preti sedevano sugli scranni del Parlamento croato.
Altri invece figuravano come ufficiali nella guardia del corpo personale di Pavelic. I cappellani militari giuravano obbedienza davanti a due candele, un crocifisso, un pugnale ed una pistola.

Probabilmente non fu un caso che il primate dei cattolici, il sopracitato arcivescovo Stepinac (che era anche vicario militare degli ustascia e membro del parlamento degli ustascia), ringraziò il clero croato "ed in primo luogo i Francescani" quando nel maggio 1943, in Vaticano, sottolineò le conquiste degli Ustascia.
Secondo alcuni storici e protagonisti dell’epoca Stepinac non poteva non essere bene informato di quello che accadeva in Croazia in quel periodo, ma la Chiesa è stata di diverso avviso, visto che il Cardinale Alojzij Stepinac è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1998 (ma di lui parleremo più esaustivamente in un altro articolo).
Il regime dittatoriale croato conobbe il suo epilogo nel 1945, quattro anni dopo la presa del potere, in seguito alla sconfitta delle dittature nazi-fasciste nella seconda Guerra Mondiale. Pavelic fu costretto a fuggire, dapprima in Austria, quindi a Roma, e poi in Argentina.
La Chiesa Cattolica di Roma e il Papa Pio XII, che era stato sempre accusato di benevolenza nei suoi confronti, furono sospettati di averne favorito la fuga.
Nel 1957 fu oggetto di un attentato e, scoperto il suo rifugio, fu costretto nuovamente a scappare per evitare un'estradizione nella Yugoslavia comunista.
Si rifugiò nella Spagna guidata dal dittatore Francisco Franco dove infine morì due anni dopo.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 28 gennaio 2006 - 19314 letture

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