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dalla parte del cons: Dalla parte del consumatore: Globalizzazione!

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Sino agli anni ’70 il boom di crescita dei paesi industrializzati occidentali si basava su una divisione internazionale del lavoro: ogni Stato era specializzato in specifiche lavorazioni (es. Svizzera- orologi; Germania-auto; Italia-calzature), produceva internamente e rivendeva all’estero...

di Corrado Canafoglia
Presidente Regionale Codacons Marche

A metà anni ’70 avanza un nuovo modello economico (mondializzazione), costituito da un network globale di produzioni manifatturiere allestito dalle imprese multinazionali, le quali ricercano il profitto in Paesi dove la manodopera costi meno rispetto a quello dei Paesi occidentali.
Inizialmente tale modello risente della divisione del mondo tra USA ed URSS e della autoesclusione della Cina dalla competizione globale: in tale fase ci si limita a procurarsi le simpatie del dittatore africano, mediorientale o asiatico per sfruttare le materie prime di quel Paese.
Superata la divisione USA-URSS, la mondializzazione diventa globalizzazione: il mercato delle imprese non ha più i confini nazionali ed ogni singola azienda non si limita a vendere nel proprio territorio di riferimento, ma tenta di commercializzare il proprio prodotto in tutto il mondo.
Le grandi imprese delocalizzano le loro produzioni, cercando il minor costo di produzione e politiche di detassazione nei Paesi in via di sviluppo, ma al contempo chiedono agevolazioni nei Paesi di origine: emblematico è il caso FIAT.
Il decentramento della produzione porta un‘opportunità di lavoro nei Paesi in via di sviluppo, dove le multinazionali spostano i loro stabilimenti, ma al contempo crea un crisi occupazionale nei Paesi Occidentali, dove il costo del lavoro e le tasse sui redditi sono più alti, soprattutto per mantenere un equo stato sociale e perseguire una politica di redistribuzione della ricchezza prodotta.
Nell’ultimo periodo i Paesi in via di sviluppo scelti prima dalle multinazionali sono oggi abbandonati per altri Stati che offrono condizioni migliori, con evidenti ripercussioni negative che ciò produce: è recente la notizia che alcune aziende cinesi stanno spostando la loro produzione in Vietnam.
In questo scenario in continua evoluzione abbiamo: la Cina che opera in silenzio da quasi 20 anni, per arrivare ad essere oggi quel soggetto economico che spaventa il mondo occidentale;
il mondo islamico, che vede in questo modello di sviluppo un’occidentalizzazione della società, basata su presupposti economici a discapito di altri valori, quello religioso su tutti;
l’Europa, che non riesce a perseguire una politica economica unitaria, ma è dilaniata dai interessi spesso divergenti, perorati dai singoli Stati;
l'Africa, che salvo rarissime situazioni, non riesce a trovare una soluzione autonoma ai propri problemi ormai endemici e continua ad essere oggetto di interventi spesso predatori da parte dei Paesi più ricchi: oggi la Cina sta soppiantando l'Europa anche in questa azione.
Nei Paesi occidentali tutto ciò produce una crisi di posti di lavoro e soprattutto una riduzione del trend di crescita che con il passar del tempo si prospetta drammatico, considerato che solo le grandi aziende riescono a delocalizzare le loro produzioni: in Italia questo fenomeno è accentuato, poiché non abbiamo un “sistema Paese” in linea con altri Stati occidentali.
Prima dell’euro le nostre esportazioni si basavano soprattutto sulla lira svalutata rispetto ad altre monete: giocavamo sul prezzo, dimenticandoci talora che eravamo il Paese del “made in Italy”.
Oggi venuta mena la possibilità di sfruttare la lira svalutata, molti problemi emergono.
Le piccole-medie imprese, costituenti la maggior parte della imprenditoria italiana, non riescono da sole a delocalizzare e per esse la globalizzazione si traduce in un'ecatombe: basti pensare ai laboratori del tessile presenti nel nostro territorio, che vedono la concorrenza straniera che produce a bassi costi.
In questo scenario va aggiunto che non tutta la nostra imprenditoria è oggi capace ad affrontare i nuovi scenari: ai padri, che hanno costituito negli anni 60-80 il tessuto imprenditoriale italiano, non sempre è succeduta la generazione dei figli idonea ad affrontare le nuove sfide del mercato globale.
I padri da imprenditori si sono lentamente trasformati in investitori di immobili, non reinvestendo l'utile in azienda, mentre i figli ostentano la loro ricchezza tramite auto potenti o frequentazioni di locali alla moda, con il tacito consenso dei genitori, invece di impegnarsi a girare il mondo, aggiornarsi, o conoscere altre lingue o altre realtà, da utilizzare poi nelle imprese paterne.
Tale quadro ovviamente non vale per tutte le imprese italiane, ma di certo per molte di esse.
Con questa realtà diventa difficile trovare soluzioni ed essere competitivi con le imprese cinesi e non solo, in cui operano giovani molto preparati e soprattutto agguerriti, che dedicano buona parte della loro giornata al lavoro, animati da una volontà di emergere alle nostre generazioni ormai sconosciuta.
L’impressione è che viviamo una fase in cui la globalizzazione sia come un pugno allo stomaco che lascia senza fiato: il "sistema Italia" sembra paralizzato o impaurito da questa nuova sfida, dimenticandosi però che ha in sé la forza e la capacità per superarla.
Il problema però è che il tempo sta passando inesorabilmente e nessuna soluzione unitaria viene adottata e perseguita, aumentando invece questa una sensazione di precarietà.
Tale atteggiamento è pericoloso e soprattutto ha un triste precedente: per gli amanti della storia ricordiamo la scoperta dell'America, prima della quale l'Italia delle Repubbliche Marinare, della Firenze medicea e dei Comuni viveva un periodo economico felice.
Il Mediterraneo era il centro del mondo e l'economia era dominata dalle imbarcazioni veneziane e genovesi che avevano in ogni porto un loro fondaco, nonché da Firenze che aveva oltre 400 banche, molte di livello internazionale, che prestavano il loro denaro ai sovrani di tutta Europa.
La scoperta dell'America spostò inesorabilmente il baricentro economico verso tutti quei Paesi europei (Spagna, Olanda, Inghilterra) che sfruttarono le ricchezze del Nuovo Continente.
Anche allora gli Italiani (che tali ancora non si consideravano) persero tempo prezioso a litigare tra loro in sterili campanilismi mettendosi così fuori gioco dalle logiche di mercato.
Da quel momento per i popoli della nostra penisola iniziarono tempi bui, salvo casi sporadici, soprattutto perché non seppero cogliere il cambiamento che il mondo stava allora affrontando.
La sfida attuale è capire se intendiamo cercare soluzioni comuni e creare un vero “Sistema Paese” competitivo oppure continuare a dividerci in Guelfi e Ghibellini, perdendoci in sterili polemiche di cui oggi noi tutti siamo spettatori ed al contempo vittime: la litigiosità e la contrapposizione sterile si manifesta ad ogni livello della nostra società e su ogni argomento.
Ma soprattutto bisogna capire che la condizione economica di un Paese è estremamente fluttuante e un livello di ricchezza raggiunto da ogni singolo cittadino non è un bene immutabile nel tempo: l’esempio dell’Argentina è sotto gli occhi di tutti.
Spetta a noi decidere se essere travolti dagli eventi, magari aspettando invano che i nostri governanti ci illuminino, oppure, seppur nel nostro piccolo, trasformarci in attori protagonisti: rispolveriamo quella natura di formidabili individualisti insita in ognuno di noi e torniamo nel nostro vivere giornaliero a ragionare con la nostra testa ed a comportarci attivamente in ogni settore in cui operiamo, abbandonando una visione fideistica o peggio ancora feudale del nostro agire quotidiano.
La differenza tra noi ed i cinesi sta principalmente nella volontà di affermazione, che in noi appare scomparsa, forse sazi dal benessere raggiunto.
Ricordiamoci di essere stati sino a poche decine di anni fa un popolo di emigranti, che con il proprio lavoro e la propria fantasia ha creato la ricchezza e quel benessere diffuso dopo una guerra che aveva distrutto il Paese, ma che oggi appare in pericolo e quindi scrolliamoci di dosso quel senso di torpore ed appagamento misto a fatalismo e ipercriticismo distruttivo, che non produce nulla di positivo, pur mantenendo la consapevolezza delle difficoltà che ci circondano.

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Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 15 settembre 2005 - 2082 letture