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È iniziata la guerra? No... è iniziata la caccia!

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Domenica mattina, ore… (mi stropiccio gli occhi)… ore 6.21.
Spari, urla, latrati di cani … ma cosa sta succedendo là fuori? Nel dormiveglia si accavallano, anche ad occhi (quasi) aperti pensieri e immagini strane e confuse, forse evocate in qualche modo dai rumori che provengono da quella che, fino a qualche minto prima, poteva essere definita una “tranquilla” campagna.

da David Fiacchini

Forse sto sognando, anzi è proprio così. Gli occhi adesso sono di nuovo chiusi, è proprio un sogno. Si.

Eh no! Un altro sparo, forse più vicino, mi fa sobbalzare nel letto, mentre scorrono velocemente pensieri ed immagini di guerra, immagini purtroppo così vicine e reali – anche se relativamente distanti – in questi ultimi anni di “peace-keeping”.

Apro gli occhi, sono le 6 e 22, fuori è ancora relativamente buio, oramai sono sveglio e scendo dal letto.

Mi avvicino alla finestra e non faccio in tempo a spalancare le persiane che uno, due colpi ravvicinati di fucile riecheggiano nell’aria “frizzante” della mattina: oggi il sole non riuscirà a comparire da dietro il profilo del Monte Conero, verso est, il cielo è poco nuvoloso e c’è già grande umidità, l’orizzonte si vede e non si vede ma … in compenso si vede un gruppetto di cacciatori, due o tre abbastanza vicini tra loro e almeno quattro o cinque isolati, che lanciano urla e fischi, mentre i cani abbaiano.

Buongiorno David. Non è scoppiata la guerra, ma è iniziata la caccia. Già. Se vogliamo, una “guerra” diversa, anche chiamata “sport”, dove è ammesso “giocare” con gli animali: uomini armati da una parte, lepri, fagiani, beccacce, quaglie, starne, volpi, marzaiole, merli, fringuelli e tanti altri animali selvatici dalle livree più o meno mimetiche o più o meno brillanti (e il cui peso, spesso e volentieri, è inferiore a quello di una cartuccia…) stanati dal fine olfatto dei cani, richiamati con ingannevoli fischietti artigianali o con il verso di animali catturati o comprati in qualche mercatino e tenuti in piccole gabbie ben nascoste da vegetazione posticcia posta sopra al capanno di caccia, ingannati con sagome galleggianti (del tutto simili all’animale che sarà impallinato dal beffardo cacciatore) su piccoli specchi d’acqua che compaiono misteriosamente verso metà agosto e che … altrettanto enigmaticamente scompaiono già verso la fine febbraio.

Non so se avete mai provato “dal vivo” cosa significa osservare un uccello in volo, anche il più goffo: per alcuni rappresentano un simbolo di libertà e di leggerezza, sono compagni del vento e delle nuvole, del sole e della pioggia, in grado di percorrere senza mai fermarsi qualche decina di chilometri o migliaia di ore, seguendo l’istinto innato.

Lo straordinario fenomeno della migrazione, per quanto è stato studiato da esperti di tutto il mondo, è ancora pieno zeppo di misteri e bellezza (l’avete visto il film-documentario “Il popolo migratore” ?).

E non so se avete mai provato “dal vivo” cosa significa osservare un uccello in volo cadere improvvisamente a terra senza fare rumore, come un ramo secco che di colpo cede sul suo stesso peso e cade al suolo.

Forse ho una visione troppo romantica della natura, magari bucolica o edulcorata da una grande passione per ciò che di vivente circonda noi esseri umani e di cui ancora conosciamo così maledettamente poco.

E che … uccidiamo senza pensarci troppo, perché siamo uomini e abbiamo il diritto-dovere “gestire” la fauna, di “ristabilire” gli equilibri (…ma, scusate, rotti da chi?), di eliminare o ridurre i “nocivi”. Vorrei credere veramente di essere un “ambientalista” esagerato…

E invece sono solamente una persona che, per lavoro e per diletto, trascorre parte delle sue giornate (e, in qualche caso, anche delle nottate) in campagna, lungo i fiumi, su qualche crinale montano.

E che, prima ancora di maturare questi ed altri pensieri – che per qualcuno possono essere esagerati o di parte – ha avuto la fortuna di crescere a contatto con l’ambiente naturale (con gli agricoltori e con i cacciatori), di studiare sui libri e sul campo le “leggi” degli ecosistemi e le forme di “gestione” antropica del territorio, di approfondire gli aspetti legati alla “gestione faunistica”.

In quello che rimane dei nostri habitat “naturali” ci sono alcuni piccoli animali, già provati quotidianamente – com’è giusto che sia – dalle leggi della natura, che vengono colpiti a tradimento dall’uomo-cacciatore nel rispetto di una “tradizione” oramai vetusta e, forse, superata e certamente pallida e lontana parente di quella forma di caccia primigenia definita anche “di sostentamento”, quella fatta “ad armi pari”, dove abilità e fortuna potevano significare vita o morte, per l’uno o per l’altro.

Oggi, con sventagliate di pallini che si aprono e colpiscono con raggi d’azione sempre maggiori, con squadre di cacciatori che battono – fucile in mano, metro dopo metro – gli ultimi rifugi rimasti nei pressi di fossati decorati da rifiuti di ogni genere, fiumi semi-avvelenati dalla chimica, stagni al piombo (sparato dai fucili) e boschetti residuali simili a microscopiche oasi verdi nell’immenso deserto delle monoculture, oggi che si organizzano, grazie a tour-operator compiacenti che hanno fiutato il business, settimane “full-immersion” e battute di “caccia grossa”, safari esotici ed orientaleggianti con trofei vivi pronti da abbattere e da esibire nei salotti-bene, giornate venatorie vestiti da “Rambo” per muoversi in foreste, steppe, praterie e acquitrini di Paesi dove regna la povertà umana e l’unica ricchezza è la natura ancora selvaggia, oggi … che la caccia tradizionale, quella della simbolica passeggiata con il cane all’aria aperta, quella dell’aria frizzante mattutina e delle attese vane nel freddo novembrino, si trova solo nei racconti sdolcinati di qualche sessantenne innamorato di una tradizione che si va spegnendo ad ogni sparo partito da un fucile munito di puntatore laser, si lascia il campo ai “professionisti” dell’ars venandi, a quelli vestiti da militari dalla testa ai piedi spendendo cifre a 4 zeri, a quelli che pensano più al ritorno economico che alla passeggiata, a quelli che mirano alla “caccia grossa” perché sparare ad un robusto cinghiale o ad un bel capriolo significa incassare in un colpo solo più di quanto si paga in tasse per la licenza di caccia ….

E non ricominciamo con la solita storia del “cacciatore ambientalista”: primo, la fauna che lui protegge e ripopola (a volte illegalmente, si veda il caso dei cinghiali) è quella che gli interessa solo ed esclusivamente per andare a caccia, come fagiani, lepri, quaglie e poco altro (a proposito: avete mai visto una gallina travestita da fagiano? Fermatevi per qualche minuto in una qualsiasi zona di ripopolamento e cattura, e poi ditemi se le volpi diventano “nocive” perché si approfittano di questi “pasti” ambulanti!).
Provate, poi, a parlare ad un cacciatore di azioni di tutela o di ripopolamento – che so – dello scoiattolo comune, per il ruolo di bio-indicatore dello stato di salute delle nostre foreste, o dei coleotteri carabidi di cui si nutre il riccio.
Se vi va bene, sentirete una grossa risata (sperimentato più di una volta, anche con persone … “colte”) e allora a cosa serve parlare di ecosistema, di rapporto preda/predatore, di specie autoctone/alloctone?

Secondo, fate un giro lungo il fiume Misa o in un qualsiasi sentiero – fuori da zone protette (e a volte anche dentro!) – ad esempio nei dintorni di Arcevia, tanto per rimanere dalle nostre zone, e contate quanti bossoli & cartucce sono rimasti sul terreno. Alla faccia della tutela della natura e di tanti bla … bla ….bla! Non basta andare con una foto sui giornali per aver raccolto qualche rifiuto o per aver liberato centinaia di quaglie… non è questo il “rispetto” per la natura, perché sembra più una forma egoistica ed opportunistica di gestione della fauna cacciabile.
O no?

I cacciatori pagano per andare a caccia, qualcuno dirà. La legge lo permette ed è, quindi, un giusto diritto. La caccia, come il bird-watching, è una “passione” e come tale va rispettata, anche se si è di opinioni diverse. Solo che io non vado a “sparare” sotto le finestre di una casa di campagna qualsiasi, né ho il permesso di passare sui fondi altrui, a volte con una strafottenza ed una tracotanza degna di “veri uomini” (ma non si può generalizzare per colpa di pochi individui maleducati).

Il discorso, però, è molto più ampio del semplice “caccia si – caccia no”, e, se avete retto fino a qui, non voglio tediarvi ancora di più con queste mie elucubrazioni mattutine.

Sono da poco passate le 7. Ma che domenica … “bestiale”!

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Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 05 settembre 2005 - 2403 letture