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Referendum, la festa delle occasioni mancate

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Il 13 giugno l’istituto del Referendum ha concluso un’agonia che si prolungava ormai da un decennio. Questa è l’unica certezza che emerge dagli esiti delle consultazioni popolari.

di Matteo Mariani
Il referendum in Italia non esiste più. È morto, e la colpa è anche nostra. Nostra, ossia degli italiani, di chi non è andato a votare nei referendum passati, ma soprattutto di chi non ha votato il 12 e il 13 giugno.

Si può serenamente non condividere il punto, ma non si può non condividere (in quanto è un dato oggettivo) il fatto che vo dicendo: di tutti i referendum falliti per mancato raggiungimento del quorum, questo era il solo che avrebbe potuto segnare una tappa fondamentale della Storia comune italiana. Almeno per tre motivi, che non esito a definire tre occasioni mancate.

Primo: la mancata occasione di esprimere un’opinione importante. Era una questione sì scientifica, medica e sociale, ma anche morale, intima e personale, una questione che avrebbe dovuto interessare ogni persona in quanto tale, gli uomini e le donne, i genitori e i figli, i vecchi e i giovani, i ricchi e i poveri.

Secondo: la mancata occasione di riscatto come popolo intelligente (un popolo che sa e vuole pensare). Indipendentemente dalla vittoria dei “sì” o dei “no”, il raggiungimento di quel famoso 50% + 1 degli aventi diritto al voto avrebbe presentato ai vari politici e governanti un Paese migliore di quanto oggi non può apparire. Ne sarebbe uscita un’Italia attenta e osservatrice, vigile e cosciente, immagine di una società moderna ed esigente pronta a dare risposte precise.

Terzo: la mancata occasione di considerare finalmente la religione come una dimensione privata e personale. Era davvero questo il momento (propizio come non capitava da tempo) di separare concretamente, come già teoricamente prescrive la Costituzione, le questione pubblica da quella religiosa. Nessuno (o qualcuno) ha impedito agli italiani di dimostrare la loro storica fede cattolica marcando a fuoco i principi morali della nostra nazione con un sonoro “no”.

Perché il risultato attuale non equivale ad un “no”. Un “no” vincente sarebbe stato una decisione di un popolo che pensa e sancisce, mentre un’astensione al 75% è una voce forzata e smorzata. È una non-voce. Perché i vertici e la base della Chiesa cattolica insieme a molti partiti connessi hanno afferrato con forza le corde vocali del popolo, le hanno appiattite, le hanno vincolate, le hanno strette fino ad occluderle.

Ma la CEI non è stata sola in questa battaglia, ha trovato compagni e alleati dove non avrebbe mai dovuto, nelle istituzioni più emblematiche dello Stato. La seconda carica della Repubblica, il Presidente del Senato, e il Presidente della Camera dei Deputati hanno invitato all’astensione in nome di valori morali personali. Questo, oltre ad essere di dubbia legittimità, è sicuramente scorretto da un punto di vista sociale.

Ma il peggio sta, come sempre, in sede di conclusioni. Che cosa ha voluto esprimere il Popolo italiano con le sue azioni per porre una pietra sopra questo ostinato dibattito? Non si sa con esattezza. Quanti di quel 75% fanno parte dei cosiddetti “astensionisti militanti”, e quanti invece dei “disinteressati patologici”? Non si sa nemmeno questo.
Ma nemmeno quello che si sa conforta troppo. La Legge 40, a detta dei politici, sarà comunque ritoccata in breve tempo. Il come lo decideranno sempre gli stessi, ma di questo non ci possiamo proprio lamentare. Quindi, dopo mesi di lotte e discussioni, chi ha vinto? La Chiesa, il governo, il fronte degli astensionisti?
Secondo me nessuno. Nessuno ha vinto perché l’esito del voto non profuma affatto di vittoria né di conquista, oppure è una vittoria sfregiata. Forse (e dico forse) hanno vinto alcune posizioni morali forti e importanti insieme ad altre più bacchettone e bigotte, ma il prezzo pagato è altissimo e lo dovremo pagare tutti.
Anziché sostenere il “no” si è preferito nutrire il disinteresse, il distacco dagli istituti di democrazia diretta, l’apatia sociale, il disimpegno mentale. I cittadini non hanno saputo reagire, e io mi chiedo nuovamente, anche a costo di diventare noioso: questa si può chiamare vittoria?

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Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 14 giugno 2005 - 2449 letture