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libri & cultura: Goolestan, giradini pieni di rose

10' di lettura
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A cura del "Custode del Goolestan" parte la nuova rubrica di Libri, riflessioni e cultura di Vivere Senigallia.

del Custode del Goolestan
Introduzione
"Spero di incontrare spesso case piene di libri con giardini pieni di rose" diceva un antico poeta persiano. Per i libri è chiaro, il Poeta sperava di avere a che fare con gente di cultura, di potersi confrontare ed arricchire parlando con persone sapienti. Ma perché giardini pieno di rose? Nell’antica Persia si riteneva, giustamente, che la cultura da sola non fosse affatto sufficiente per il completo sviluppo consapevole del se e per la maturazione a Uomo di un individuo. Ecco allora che il giardino delle rose, “goolestan” in persiano, assumeva un ruolo simbolico. Oltre alle implicazioni di carattere estetico, legate alla bellezza del giardino, aveva grande rilevanza la cura e la coltivazione dei fiori. Nel creare una perfetta armonia di forme, di colori e di profumi, il colto padrone di casa “coltivava” in realtà se stesso, esprimendo le proprie evoluzioni spirituali ed il conseguimento di nuove consapevolezze attraverso la cura delle proprie rose. Il goolestan era lo specchio e, usando un termine moderno, la presentazione di colui che lo coltivava.
La rubrica settimanale su “Vivere Senigallia” che da oggi prende vita, parlerà soprattutto di libri, di autori e di cultura, ma l’approccio ai temi e alle recensioni sarà diverso da quello che si può trovare nei quotidiani o sulla quarta di copertina dei libri stessi. La cultura non è nozionistica e un buon libro si legge soprattutto per il piacere di farlo, per ricavare emozioni: non parleremo qui di libri tecnici o di testi utili a qualche professione. Epperò anche la cultura richiede un certo tipo di spessore. Occorre poter “incasellare” al giusto posto, nel grande contenitore costituito dalla nostra mente e dalla nostra intelligenza emotiva quel che da ogni buona lettura si riesce ad apprendere.
Quale Custode del Goolestan vi proporrò ogni settimana una rosa virtuale: una riflessione su uno specifico argomento e poi un libro o un autore dove trovare strumenti per coltivare dentro di se la riflessione stessa. Nel riportare alcuni petali cercherò di indicare in quale modo si può usare questo o quell’altro libro per coltivare se stessi.
Visto che parliamo di roseti persiani e che mi son dato quale pseudonimo quello di Custode del Goolestan, mi pare coerente iniziare con una riflessione che prende a metafora la coltivazione delle rose. Naturalmente, il primo autore trattato non poteva che essere persiano.

Le rose
Le rose, selezionate e incrociate per dar vita a nuovi “cultivar”, sono sempre più delicate, specie le rifiorenti. Un tempo le rose erano a fioritura unica. I fiori erano semplici e raramente arrivavano a fine maggio. Oggi abbiamo fioriture continue da maggio a ottobre ed i fiori sono “doppi”, a volte molto grandi e profumati, dai colori bellissimi e vari. Per sostenere tale sforzo vegetativo occorrono buone radici e per questo ci sono i “porta innesti”. Si tratta di piante rozze e forti sulle quali vengono innestate le delicate specie che producono fiori. La specie che fa da porta innesto vive quasi interamente sotto terra, se si esclude un bitorzoluto e breve tronco dal quale partono i rami dell’altra specie.
Il porta innesti ogni primavera si ribella e tenta di lanciare verso il cielo lunghi rami spinosi, che partono dalla terra accanto alla pianta e che non danno mai fiori. Sono detti “succhioni” o “polloni” e vanno rimossi completamente appena si scoprono, perché assorbono gran parte della forza della pianta, che fiorirebbe di meno. A nessun giardiniere va che le proprie fatiche nello zappare, concimare, potare, disinfestare e pulire, venga ripagato con uno spinoso pollone selvatico. Il porta innesti però non ha colpa. Egli vuole solo vivere naturalmente, crescere, riprodursi.
E’ il cultivar soprastante ad essere “contro natura”.
La riflessione è la seguente: a me questa dei porta innesti è sembrata una metafora della vita dell’uomo occidentale moderno. Anche noi nasciamo veri e selvatici, forti e naturali, poi veniamo educati, inquadrati, disciplinati perché si vuole che produciamo opere, prodotti, attività, progetti, servizi, ecc...
E non basta più una produzione “a misura d’uomo”, bisogna dare e spremersi moltissimo e vivere ad un ritmo infernale. Come le rose, anche noi siamo diventati “rifiorenti”, producendo molto più del normale e viviamo “contro natura”. Certo quello che facciamo è mirabile: come le rose più belle, continuiamo a sviluppare grandi, importanti novità. Ma comunque, come le rose innestate, andiamo contro natura e quindi quasi sempre contro noi stessi. E se facessimo alla fine meno fiori? E se lasciassimo che qualche lungo pollone nasca dal nostro “selvatico”? Certo non è quello che si aspettano gli altri, la società: tutti vogliono le rose bellissime. Ma cosa vogliamo veramente noi?

Omar Kayyam
Il libro più adatto a supportare una riflessione di questo genere, secondo me è quello che contiene le 740 “Robbayat” (quartine) di Omar Kayyam. Dal quel che scrivono i biografi, anche quelli che non lo amavano, lui è uno di quelli che ce l’hanno fatta. Uno di quelli che ha cambiato vita. Ve lo presento brevemente:
è morto all'incirca nel 1125 e secondo gli agiografi è campato 120 anni. Secondo gli altri storici è vissuto un po’ meno, ma almeno fino a 92 anni ci è arrivato veramente.
Pare fosse un grande scienziato, una mente illuminata e le sue 740 rabbayat sono ancora un punto di riferimento in molte parti del mondo... Ci sarebbe tanto da dire, ma il motivo per cui a me piace è che è stato certamente uno che si è posto delle domande "gratis", di quelle inerenti il senso della vita. Apprezzo chi almeno ogni tanto si pone dei perchè e cerca informazioni che non riguardano solo il suo lavoro o la sua esistenza pratica. Che si rende conto che deve morire. Che ne trae riflessioni consapevoli e che poi fa scelte. Omar Kayyam fino a 40 anni è stato un grande matematico, teologo, beniamino a corte e consigliere del sultano. Uno che aveva studiato tanti testi sacri e si era già molto interrogato sul divino e sul mistero. Poi di colpo ha lasciato tutti gli onori ed i lussi e si è dedicato al vino, agli amici, alla poesia e alle donne (e, si dice, anche ai giovani efebi) e ha vissuto alla giornata per il resto, lunghissimo, della sua vita. Direi, riprendendo la riflessione di prima, che nel suo caso il porta innesti si è ribellato e ha vissuto la sua vita.

Le Quartine
Le sue quartine sembrano a volte malinconiche, ma poi leggendole bene si vede che sono un inno alla vita, un’esortazione a cogliere l’attimo. Quelle che seguono rendono bene l’idea. La prima parla anche del roseto:

Guarda la veste della rosa, lacerata dallo zefiro,
l'usignolo esultante commosso alla bellezza della rosa.
Siedi all’ombra del roseto, ché molte rose dal vento
sono state sparse in terra, e ridotte terra.

Bevi Vino, ché vita eterna è questa vita mortale,
e questo è tutto quel ch'hai della tua giovinezza;
ed ora che c'è vino, e fiori ci sono, e amici lieti d'ebbrezza,
sii lieto un istante ora, ché questa, questa è la Vita.

Guai a quel cuore in cui non è ardor di passione,
che non è pazzo per l’amore di una bella persona.
Un giorno che tu abbia trascorso senza amore,
non v’è per te altro giorno più perduto di quello.

Il tuo oggi non ha potere sul domani,
e il pensiero del domani non ti frutta che malinconia.
Non buttar via questo istante, se il tuo cuore non è pazzo,
ché questo resto di vita non si sa quanto possa valere.

Di quel Vino che per la vita nostra è Altra Vita
riempimi un calice, anche se il capo ti duole,
e mettimi il calice in mano, ché il mondo è tutto una fiaba;
e porgilo in fretta, poiché la vita passa a ogni istante.

Come l’acqua nel fiume, come il vento nella pianura,
è passato un altro giorno nella vicenda della mia vita.
Di due giorni non ho mai pensato a darmi cura:
del giorno non ancora venuto, e di quello già andato.


Interessante anche il suo rapporto col divino, sempre diretto e pieno di mistero:

Benché io non abbia mai infilato la gemma dell’obbedienza a Te,
benché mai io abbia deterso dal volto la polvere del peccato,
con tutto ciò non dispero della generosità Tua,
perché mai, l’Uno, io l’ho chiamato “Due”.

Se io parlo nel segreto con Te entro la taverna
val meglio che il pregar senza di Te nel mihràb,
o Tu, principio e fine di tutte le creature,
tormentami se ti piace, carezzami se ti piace!


Altrettanto chiara ed evidente la sua sfiducia nel clero, nei filosofi portatori del verbo e nei falsi sapienti:

Io nulla so, non so se Chi m'ha creato
m'ha fatto per Cielo o m'ha destinato all'Inferno.
Ma una coppa e una bella fanciulla e un liuto sul lembo del prato
per me son monete sonanti: a te la cambiale del Cielo!

Coloro che furono oceani di perfezione e di scienza
e per virtù rilucenti divennero Lampade al mondo,
non fecero un passo fuori di questa notte oscura:
narrarono fiabe, e poi ricadder nel sonno.

Mai l'intelletto mio si distaccò dalla scienza,
pochi segreti ci sono sono che ancor non mi son disvelati,
e notte e giorno ho pensato per lunghi settantadue anni,
e l'unica cosa che seppi è che mai nulla ho saputo.

Questa gran volta del cielo sotto la quale stupiti viviamo
è come una lanterna, magica d'illusione:
il Lume dentro n'è il Sole, la lanterna è il Mondo;
e noi come forme fuggenti, sbigottiti, passiamo.

Questi che ora son vecchi, e questi giovani ancora,
ognuno ansioso s'affanna correndo alla Mèta;
ma a questo antichissimo mondo, alfine, nessuno rimane.
Andarono. Andremo. Altri verranno. Ed andranno.


…E possiamo chiudere con qualcun altro dei suoi “consigli”:

Intendi bene, ché sarai separato (un giorno) dallo spirito vitale,
e te ne andrai sotto il velo dei misteri di Dio.
Sta’ allegro, ché non sai donde sei venuto.
Bevi il vino, ché non sai dove ne andrai.

Non abbandonarti al dolore per l’iniquo destino.
Non stare a ricordare il dolore dei trapassati.
Non dare il cuore se non a una figlia di fata dal petto di gelsomino.
Non stare senza vino, e non dar la vita al vento.

In che modo strano passa questa Carovana della Vita:
cògli quell'attimo almeno che passa in letizia.
Coppiere! A che t'addolori del dolor del domani degli altri?
Porta, presto, la coppa, ché sta per cadere la Notte.

O cuore, fa' conto di avere tutte le cose del mondo,
fa' conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
e tu su quell'erba verde fa conto di esser rugiada
gocciata colà nella notte, e al sorger dell'alba svanita.

Noi siamo burattini e il Cielo n'è il burattinaio,
per vero questo lo dico e non per allegoria.
Sulla scena dell'Essere giochiamo un piccolo gioco,
e ad uno ad uno ricadiam poi nella cassa della Nulla.


Mi auguro che la riflessione e l’autore che vi ho presentato vi siano piaciuti.

Alla prossima settimana.


Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 06 giugno 2005 - 10370 letture