Riflessioni di Albani sulla mostra dedicata ad Abel Zeltman

1' di lettura Senigallia 30/11/-0001 -
Per Abel Zeltman è scontato pensare agli impressionisti tedeschi (Grosz in particolare), ma sarebbe un errore, una superficialità. Se proprio dovessimo trovare un filo che ci aiuti a dipanare la matassa del suo mondo, Francis Bacon credo che risulti di gran lunga più capace a farci scoprire il linguaggio che corre sui suoi quadri.

da Alfio Albani
Assessore alla cultura


Abel Zeltman conosce e possiede un linguaggio: e questo è, forse, uno dei suoi primi obiettivi.
Le sagome corrose dei volti, quasi crani, le forme e i volumi esagerati ed esasperati dei corpi sono i più ricorrenti grafemi di una figurazione del nostro tempo (defigurazione?)
Ma se Bacon può aiutarci sin qui, lo dobbiamo abbandonare quando trova, secondo questo segno e processo, la nuova metrica che sostituisce al “sublime”: l’atroce, l’infame, la devalorizzazione, formando un umanesimo rovesciato.
Zeltman, invece, nella sua tellurica energia argentina evita questa precipitazione che è in buona parte concettuale e rimane appesa ai fili dei suoi mondi: del circo, della città, della vita sfidando con la passione di una tradizione che corre dentro di lui (Velazquez, Greco), la sublimazione del gesto, dell’atto che paradossalmente riesce ad essere reale circostanza pulsante, scevra da ogni cortina intellettualistica.







Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 02 aprile 2005 - 1638 letture

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