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Senigalliesi a Roma: ''Dovete darci il denaro... e poi ne riparliamo''

13' di lettura
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La “Grande Alleanza Precaria” (GAP e non GAD), il 6 novembre, ha riunito a Roma trentamila fedeli di San Precario, accorsi da tutta Italia per portare il Santo in processione e celebrare il sacro rito de “l’Immacolata Ri/appropriazione”.

dai Devoti senigalliesi presenti a Roma
K.O.A. 1/2 CANAJA
Al di là della mitopoiesi e fuor di metafora, sabato scorso a Roma, il mondo del lavoro atipico (ormai purtroppo tipicissimo) si è riversato nelle strade.
In piazza c’erano precari, lavoratori interinali, co.co.pro., studenti, immigrati e disoccupati.
C’erano i centri sociali, i mediaattivisti, i Cobas e tutto il sindacalismo di base.
Un gran momento di ricomposizione politica delle realtà autorganizzate del movimento e soprattutto un gran momento di ricomposizione sociale del nuovo mondo del lavoro, oggi così frastagliato, ed in generale dei soggetti più deboli e sfruttati.
Un momento che da forma e sostanza a ciò che si definisce moltitudine, in altre parole una nuova classe sociale, che è il perno del nuovo modello di lavoro, ma non ha diritti.
Nelle strade della capitale hanno manifestato tutte quelle figure intermedie che non hanno rappresentanza pubblica, alle quali servono almeno sei lavori part-time, (come sono sei le braccia di San Precario) per mettere insieme uno stipendio appena sufficiente a vivere.
Per questo “reclamano reddito”, che non significa sola elargizione economica (dalle 800 alle 1000 euro al mese per tutti/e, indipendenti dalla prestazione lavorativa), ma anche reddito indiretto, in pratica casa, medicine, libri e trasporti.
Per rendere esplicito e visibile il problema e per passare dalla teoria alla pratica (seppur ancora parziale e simbolica), tutte le realtà che hanno organizzato la manifestazione (e non, come dicono i media, i soliti 100 esaltati e violenti che assaltano non si sa bene cosa) hanno anche promosso, condiviso e partecipato al “surfing shop”, avvenuto la mattina nell’ipermercato “Panorama” ed il pomeriggio alla libreria “Feltrinelli”.
Ovvero un’azione diretta, che consiste nel provare a riprendersi ciò che c’è negato.
Essa si articola in due parti.
La prima è l’autoriduzione del prezzo della spesa, che avviene bloccando le casse e chiedendo uno sconto del 70% su ciò che è stato definito “paniere precario” e che comprende cibi, bevande, articoli per la cura della persona ed igienico-sanitari, attrezzature e materiale per l’informazione, supporti per registrazione di suoni ed immagini.
Insomma tutto ciò che serve per vivere e non per sopravvivere.
La seconda è invece un momento di “riappropriazione diretta” e consiste nel fare una spesa un po’ anomala.
Niente scontrini, niente soldi, e poi fuori a ridistribuire i prodotti a chi fatica a comprarseli.
Il “surfing shop” vuole dare un segnale, è una fase di conflitto, ma ha una sua progettualità.
L’obiettivo è arrivare a costituire gruppi di cittadini che possano avere un reale potere contrattuale con i distributori.
Ovvero, accorciare le distanze tra produttore e consumatore, rompere i meccanismi che hanno fatto salire i prezzi alle stelle, riuscire a determinare delle trattative.
E far sentire alle persone che non sono sole, che non sono le uniche a non arrivare a fine del mese.
Questo è quello che è successo a Roma.


Quello che non è successo è invece scritto e raccontato in questi giorni dalle TV e nei quotidiani.
Chi dirige lo spettacolo della disinformazione e della calunnia sfodera il solito canovaccio ed ecco che le immagini della manifestazioni dei precari si mischiano con i filmati degli anni eretici: il ’77, gli autonomi e gli espropri proletari.
Per chi ha lucidità d’analisi storico-politica sa che nulla accomuna il nostro presente con gli anni settanta, se non quei corpi, che per vendetta di Stato, ancora sono sepolti nelle prigioni o costretti all’esilio.

La destra urla alla violenza politica, al terrorismo, invoca la tolleranza zero e chiede pene esemplari, carcere. Insomma la destra fa la destra e non ci stupisce. La sinistra istituzionale (GAD) invece ancora una volta, più di sorprenderci, c’intristisce.
A parte qualche singola e flebile voce di dissenso, il coro dei gattopardi è unanime.
Affermano che i movimenti sono utili solo se legali e non-violenti, che, tradotto, vuol dire: sono utili finché servono a fini elettorali e finché sono controllabili dalle burocrazie dei partiti e dei sindacati.
Il centro-sinistra difende la legalità … tranne quando gli Stati Uniti gli chiedono di scaricare democrazia all’uranio impoverito sull’ex-Jugoslavia, oppure quando la confindustria ed il Vaticano gli chiedono di finanziare le scuole private, o quando il G8 esige zone rosse per permettere ai capi di Stato di banchettare serenamente.
Ma si sa, l’illegalità fa scandalo solo quando è agita dai più deboli, quando invece è il potere ad imporla diventa un atto umanitario, modernizzante e coraggioso.
La loro miopia politica fa si, che, come la destra, vedano tutto come un problema di ordine pubblico e non come un atto dimostrativo che pone un problema politico e sociale, ovvero l’argentinizzazione del nostro paese.
Oppure i più progressisti sostengono che il problema posto esiste, ma non è questo il metodo, ma come sempre non ne suggeriscono altri, che non siano le quattro ore di sciopero dei sindacati confederali (scioperi che non creano nessun problema perché abbondantemente previsti dal sistema) o la messianica attesa di Prodi.
Affermano che la condanna è unanime.
Certo unanime tra i politicanti, ma quante migliaia di persone, ogni giorno, vorrebbero fare quello che è stato fatto a Roma per potersi prendere quello che le vetrate luccicanti dei negozi mostrano, ma che i prezzi proibiscono? Tantissime ed in silenzio danno la loro complice solidarietà.
Insomma basta leggere gli articoli di Michele Serra o di Elio Veltri per capire come la sinistra storica abbia rinunciato a qualsiasi possibilità di trasformazione reale e radicale del presente, proprio perché accetta supinamente e difende le regole del gioco che il potere impone.

In realtà quello che è avvenuto a Roma è stato un sano atto di rivolta contro i furti che ci vengono perpetrati quotidianamente quando ci vendono un cd a 24 euro, un libro a 30 euro, un ingresso a teatro a 23euro o al cinema con 7euro.
Il furto che subiamo ogni volta quando vediamo che oltre al portafoglio, anche la busta della spesa è sempre più vuota.
Il furto di tempo che la precarietà compie sul diritto a decidere della propria vita.
Il furto sull’eccedenza di ricchezza che ogni giorno vivendo e comunicando tutti insieme produciamo, ma che banchieri ed affaristi, tramite brevetti e diritti d’autore, espropriano alla moltitudine.
Quello che è accaduto è stato un atto di giustizia sociale, di democrazia assoluta, di redistribuzione della ricchezza.
+-+Infatti, molta merce è stata fatta passare con la complicità delle commesse e data ai clienti del supermercato, soprattutto ad anziani e giovani, che sono coloro che più hanno difficoltà ad affrontare il caro prezzi ed, infatti, hanno più volte espresso la loro condivisione ed il loro ringraziamento. Ma questo le TV ed il centro-destra-sinistra non lo dicono, perché evidentemente hanno paura che l’esempio possa essere ripetuto.

Quello che è stato fatto rappresenta anche una forzatura culturale che rifiuta tutta la cultura catto-comunista che vede nel culto della produzione, della disciplina, dell’etica lavorativa, del sacrificio e dell’austerità il compimento della propria esistenza, perché tutto ciò, oggi, rappresenta sempre di più la tomba dell’individuo e non la sua emancipazione. Afferma invece con forza il rifiuto del lavoro (inteso come lavoro salariato) e la volontà di voler autoderminare la propria esistenza, gestendone gli spazi ed il tempo e soprattutto la possibilità di far sì che sia il singolo e non il lavoro a determinare che cos’è di valore e cosa non lo è.

San Precario ha indicato la luna, per questo invitiamo a tutti a non fermarsi a guardare il dito.
Ogni giorno ci chiedono di scegliere tra la borsa e la vita.
Il 6 novembre, ancora una volta, si è scelta la vita.

Comunicato K.O.A. 1/2 CANAJA



Sul 6 novembre a Roma - Non è tutto loro quello che luccica

Son secoli, che la vita dev’esser solo lavoro, produzione, sacrificio.
Adesso noi diciamo, lavorare tutti, ma pochissimo, lentissimi, senza fare alcuno sforzo.
Questa è la fine del vostro ordine? Questo è quello che noi vogliamo!


(dal film “Lavorare con lentezza” di Guido Chiesa)

Il precariato non guarda in faccia a nessuno. Il precariato riguarda chi non ha un lavoro, giovani, donne, immigrati. Ma anche chi ormai dovrebbe già essere in età da pensione. Una varietà d’anime che chiedono tutte e due cose semplici: reddito e diritti contro le politiche di precarizzazione del lavoro e d’attacco sociale; contro politiche che aumentano le spese militari e tagliano quella sociale.

Il 6 novembre, a Roma, c’erano gli operatori sociali, i Comitati di Base dei trasportatori dell’Alitalia, i disoccupati del sud, i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, gli autoferrotranvieri, gl’immigrati, i centri sociali, i sindacati di base e più in generale tutte quelle lavoratrici e quei lavoratori che subiscono le legislazioni liberiste e autoritarie sull’occupazione e sui diritti sindacali, parti significative del pubblico impiego ulteriormente attaccate dalla nuova finanziaria, inoccupati e disoccupati lasciati senza risorse per una vita dignitosa da politiche di sviluppo asservite agli interessi dei pochi contro i molti, precari metropolitani, studenti e ricercatori che reclamano il pagamento di quello che quotidianamente danno alla ricchezza sociale, senza tetto che occupano case sfitte affermando un diritto di dignità vergognosamente negato dalla speculazione e dalle sue protezioni politiche, migranti sempre più sfruttati nella ristrutturazione del mercato del lavoro e cui ogni diritto resta negato. Tutte e tutti costoro hanno animato la “parade” di sabato pomeriggio, portando in primo piano rivendicazioni e lotte ignorate dalla rappresentanza politica e dalla comunicazione ufficiale.

Il “6 precario” ha fatto intrecciare diversi percorsi di lotta e di proposta che hanno portando per la prima volta in primo piano un molteplice protagonismo sociale capace di aprire una battaglia generale sulle condizioni di vita, sull’affermazione di nuovi diritti e contro le politiche del carovita. Le azione d’autoriduzione e di “appropriazione diretta” avvenute al supermercato Panorama ed alla Feltrinelli, sono state agite e rivendicate da tutti coloro che hanno organizzato la manifestazione, ed oltre a soddisfare i bisogni delle persone presenti, sono servite soprattutto ad esprimere un disagio. E’ in questa chiave se ne chiede una difesa, che non significa condivisione, e che allo stesso tempo riapra un canale di discussione sulle pratiche politiche, ormai inaridito.

Ora, un attacco politico e mediatico senza precedenti tenta di oscurare la vera natura della giornata di sabato scorso. Il salotto della politica si scandalizza, da destra a sinistra (tranne rare eccezioni) si criminalizza chi ha compiuto le azioni. Chi ha detto e continua a dire tutto ciò è gente che non ha da far quadrare i conti della propria famiglia. Chi spende in un giorno per i propri onorevoli capricci quello che per le nostre famiglie è il reddito di un anno. Chi non deve cercare il prezzo più basso o il supermercato con le promozioni, perché la spesa gliela fa la scorta e gliela cucina la cuoca, se non sono in parlamento a mangiare gratis. Sono critiche di chi per fare la guerra, da dieci anni contro il nemico numero uno di turno, taglia le spese sociali, strangola gli stipendi ed indebita le famiglie. Sono gli stessi che parlano di legalità e fanno parte di quelli che hanno sulle spalle processi per corruzione, concussione, evasione, circonvenzione, associazione mafiosa. Il totale dei soldi in ballo nei processi di questi signori è di svariate centinaia di migliaia d’euro di soldi rubati. Perché, i giornali ed i politici, la stessa indignazione che hanno speso per le azioni di sabato non l’hanno spesa per la notizia sul condono dei furti d'arte, che prevede che chi ha commesso furti d’opere d'arte, e di beni archeologici, può tenersi il bottino pagando allo Stato il 5% del valore?! Perché l’indignazione, sui giornali, non è scattata il primo giorno (solo "Repubblica" si è indignata subito) ma 24 ore dopo, la domenica sera?! Sembra quasi che sia scattato un ordine...

Ma dopo le iniziative di Roma poco c’interessano le loro dichiarazioni. Negli occhi e nella memoria portiamo invece la gioia di tutti quelli che hanno potuto cercare sugli scaffali il taglio migliore di carne e non il prezzo più basso. Di tutti quelli che non si dovevano più privare di quei beni altrimenti inaccessibili, essendo arrivati al limite dei prestiti a 18 o 36 rate. Di quelle che portavano via interi carrelli di pannolini, e non di sottomarca. Di quelli che dicevano che era ora! Quello che è successo è stato un momento naturale di contrattazione sociale e ridistribuzione collettiva fra centinaia di persone di tutto quello che ogni giorno c’è tolto. Una festa contro la precarietà e il carovita, un momento di lotta e di denuncia, uno scandalo solo per chi pensa che queste condizioni di vita siano giuste, o si sente responsabile per le politiche che ha deciso negli ultimi anni. Dopo le nostre iniziative, la condizione dei 7.000.000 precari presenti nel nostro paese, certo non è cambiata, ma è posta all’attenzione di tutti, così come la disponibilità alla ribellione per praticare i diritti che sono negati. Sappiamo che quando gli efficienti contabili avranno precisamente terminato i loro calcoli ci sarà chi partirà con la nuova crociata per la difesa dei sacri e legali diritti della catena commerciale che ha ospitato quest’iniziativa. Ci sarà chi cercherà una soluzione militare e penserà di controllare con magistrati e tribunali questa dinamica sociale, ritardando invece quella soluzione politica che sta nelle cose, sta nella condizione generale del continente di cui facciamo parte, sta nell’attenzione anche di quei deputati e di tutte quelle persone che vorranno rendersene conto.

Sulla bilancia noi mettiamo i diritti di tutti, quei diritti che tutti i giorni sono compressi, ignorati, violati, e che a volte si difendono anche contro le leggi e i regolamenti. Perché le trasformazioni sociali passano sempre per momenti di protesta forte, legittima anche se scandalosa. E quello che oggi è scandalo domani sarà diritto, checché ne dicano gli autorevoli responsabili dello sfascio della generale condizione di vita nel nostro paese.

Infondo tra rubare un prosciutto e scaricare bombe su un paese (come ha fatto il centro-destra/sinistra), pur nella violazione del diritto, resta un briciolo di differenza!

La nostra più sentita solidarietà umana e politica a Sebastian Briat, il ragazzo francese, che, insieme con altri, s’era sdraiato sui binari per impedire il passaggio dei treni che trasportano veleni.

Il comunicato è liberamente ispirato e tratto da tantissimi altri comunicati ed articoli usciti sui fatti di Roma in questi giorni.

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Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 12 novembre 2004 - 3368 letture