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la storia ritrovata: L'olocausto Armeno

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Questa è la storia di un genocidio che provocò la morte di più di due milioni di persone, a causa della persecuzione scatenata dai turchi (soprattutto tra il 1915 e il 1918), nei confronti del popolo armeno residente nell’Impero Ottomano.

di Bel Amì

Questa campagna di eliminazione non scaturì soltanto dall’ideologia (razzista), del Partito “modernista e progressista” dei Giovani Turchi, ma trasse le sue origini dall’insofferenza che i mussulmani ottomani e curdi di Anatolia hanno sempre manifestato nei confronti delle minoranze cristiane.
Tra il 1894 e il 1896 il governo turco iniziò ad applicare nei confronti degli armeni - già discriminati in molti settori della vita civile - una serie di leggi volte a decretarne e a renderne possibile lo sterminio legale.
Dopo avere dovuto rinunciare (in seguito alla guerra con l’Italia del 1911-1912 e alla Prima Guerra Balcanica del 1913) a gran parte dei suoi possedimenti, il governo di Costantinopoli iniziò ad assumere un atteggiamento sempre più sospettoso nei confronti delle minoranze (il timore che gli Armeni si alleassero all’Impero Russo - cristiano e ortodosso - era palese).
Nel 1876 il dispotico Sultano Abdul Hamid soppresse la fragile Costituzione da poco concessa, abolì le libertà più elementari e istituì nuove leggi contro le minoranze religiose del Paese, costituendo nel contempo un’efficiente polizia segreta. Il Sultano spinse le tribù curde mussulmane ad emigrare verso le regioni della Turchia orientale abitate dagli armeni, e organizzò bande armate di predoni curdi autorizzate dal governo a perseguitare e a massacrare gli armeni dell’Anatolia Orientale.
Il 26 gennaio 1913 con un nuovo colpo di stato Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal presero con la forza il potere dando vita ad un triumvirato.
Abbandonati ben presto gli ideali liberali e parlamentari, l’intolleranza dei Giovani Turchi nei confronti degli armeni iniziò ad riemergere con estremo vigore. Alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914), la Giunta dei Giovani Turchi iniziò a pianificare scientificamente quello che si sarebbe ben presto rivelato il primo “genocidio” dell’era moderna. Dopo l’entrata in guerra dell’Impero Ottomano (29 ottobre 1914) a fianco degli Imperi Centrali, la comunità armena, non essendo a conoscenza delle intenzioni dei Giovani Turchi, volle dimostrare la sua fedeltà alla nazione ottomana. Nell’esercito turco si arruolarono 250.000 armeni, dimostrando una assoluta lealtà nei confronti del governo che, nel contempo, stava ultimando i preparativi per scatenare contro di essi un vero e proprio massacro.
All'inizio del 1915 le autorità decisero che “lo sterminio degli armeni” sarebbe stato affidato ad una speciale Commissione a tre, e in primavera l’esercito e le bande curde presero d’assalto gli indifesi villaggi armeni, che vennero depredati.
In seguito, miliziani curdi e reparti dell'esercito e della polizia incominciarono ad arrestare - accusandoli di connivenza con il nemico russo - tutti gli esponenti dei vari partiti armeni. In poche settimane decine di migliaia di cristiani vennero imprigionati e sottoposti a spaventose e documentate torture. Ai sacerdoti vennero strappati gli occhi, le unghie e i denti con punteruoli roventi e tenaglie. Il Governatore della città di Van diede ordine ai suoi uomini di inchiodare ferri di cavallo ai piedi delle vittime, costringendole poi ad effettuare improbabili danze mortali. Il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, 500 esponenti del Movimento Armeno vennero incarcerati e poi strangolati con filo di ferro nel profondo di sordide segrete.
Il Console statunitense ad Ankara testimoniò che nel luglio del 1915 duemila soldati di etnia armena vennero improvvisamente disarmati dai turchi e spediti in catene nella regione della città di Kharput, con un banale pretesto, e una volta giunti in una vallata vennero massacrati a colpi di moschetto da un battaglione della polizia turca. Stessa sorte toccò ad altri 2.500 militari armeni, condotti nei pressi di una cava di pietra e lì trucidati da un reparto formato da soldati e miliziani curdi.
I diplomatici statunitensi testimoniarono inoltre che i corpi delle vittime vennero seviziati, spogliati e lasciati marcire nella cava. Nel giugno 1916, dopo avere eliminato circa 150.000 militari di origine armena, i turchi decisero di uccidere anche un terzo degli operai armeni impiegati nella costruzione della ferrovia Berlino-Costantinopoli-Baghdad. Solo a questo punto gli alleati tedeschi e austriaci, denunciarono finalmente, e in maniera ufficiale, le atrocità turche, (senza ottenere risultati apprezzabili).
Nell'autunno del 1915, dopo aver eliminato la parte più giovane e forte della nazione armena, il Ministero degli Interni ottomano iniziò a pianificare lo sterminio di tutti gli adulti di età superiore ai 45 anni, che fino ad allora erano stati risparmiati perché ritenuti abili al lavoro, e degli ultimi prelati. La Giunta dei Giovani Turchi, per “risparmiare denaro”, cercò di razionalizzare il genocidio avviando una deportazione di massa, in modo da concentrare in un numero esiguo di posti tutti gli armeni ancora in vita, per poi massacrarli definitivamente, previo esproprio dei beni immobili. Le ragazze armene, soprattutto le più giovani e graziose, vennero vendute per poche piastre ad alcuni possidenti arabi che dopo averle fatte convertire forzatamente all'Islam le rinchiusero nei bordelli, facendole prostituire. I bambini armeni prigionieri nei campi siriani vennero sottratti alle madri e inviati anch'essi in bordelli per omosessuali o in speciali orfanotrofi per essere rieducati come turchi mussulmani.
Ma il governo ottomano non si reputava ancora soddisfatto della risoluzione del “problema armeno”. Nel 1916, Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Gemal (i “tre” della commissione) intimarono ai loro governatori e capi di polizia di: “eliminare con le armi, ma se possibile, con mezzi più economici, tutti i sopravvissuti dei campi siriani e anatolici”. Le forze ottomane, ormai libere di agire anche nelle zone lasciate libere dall’esercito russo in ritirata (causa la rivoluzione bolscevica), arrivarono a sopprimere nelle zone lasciate dai russi circa 19.000 persone in poche settimane. Nel settembre del ’18, nella sola area di Baku furono eliminati 30.000 armeni.
Ma la guerra stava volgendo ormai al termine, e nell’imminenza del crollo dell’Impero Ottomano i responsabili turchi delle stragi iniziarono a sparire nell’ombra, onde evitare il peggio. Quando, nell’ottobre 1918, la Turchia si arrese alle forze dell’Intesa, i principali dirigenti e responsabili del partito dei Giovani Turchi e del Comitato di Unione e Progresso vennero arrestati dagli inglesi.
Successivamente, un tribunale militare turco condannò a morte, in contumacia, Enver Pascià, Ahmed Gemal e Nazim, accusati di avere architettato e portato a compimento, tra il 1914 e il 1918, l’olocausto armeno.
Ormai espatriati, nessuno dei condannati finì però nelle mani della giustizia regolare (anche se poi i tre morirono, direttamente o indirettamente, per mano di cittadini armeni).


Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 23 ottobre 2004 - 7133 letture