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la storia ritrovata: Sacco e Vanzetti, ''la fine del sogno americano''

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Il 23 agosto del 1927 vengono giustiziati a Charlestown Sacco e Vanzetti, due emigranti italiani accusati ingiustamente di rapina ed omicidio .
L'America allora era scossa dal fantasma del “pericolo rivoluzionario rosso” e i due anarchici furono i capri espiatori di un'ondata repressiva promossa dal Governo.
Per la loro storia Sacco e Vanzetti vengono considerati dei martiri della lotta di classe.

da Bel-Ami

Voi restate nella nostra memoria con la vostra agonia che diventa vittoria

Joan Baez

In una afosa estate di 77 anni fa, la notte del 23 agosto 1927, a Charlestown, una ridente cittadina americana, Nicola Sacco (alle ore 0,19) e Bartolomeo Vanzetti (alle ore 0,26) venivano giustiziati sulla sedia elettrica.
Ma la triste vicenda di Sacco e Vanzetti, i due emigrati italiani accusati negli Stati Uniti di aver preso parte ad una rapina uccidendo un cassiere e una guardia nonostante le prove evidenti della loro innocenza, non si chiudeva con la loro esecuzione.

Una storia di ordinaria ingiustizia, che divenne qualcosa di più grande e simbolico, e fece gridare allo scandalo buona parte dell’opinione pubblica mondiale.
Come lo stesso Bartolomeo Vanzetti comprese, quando, rivolgendosi alla giuria che lo condannò alla pena di morte, disse: “Mai vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini”. Il destino dei due anarchici italiani, capri espiatori di un'ondata repressiva lanciata dal presidente americano Woodrow Wilson contro il “pericolo rivoluzionario rosso”, non solo smosse le coscienze degli uomini dell'epoca, ma come un fantasma continuò ad agitare l'America per decenni.
Soltanto nel 1977, ben cinquant'anni dopo la loro morte, il governatore del Massachusetts allora in carica, Michael Dukakis, riconobbe in un documento ufficiale gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.
La storia dei nostri “malcapitati” risultò essere una vicenda analoga a tanti altri emigrati: due “disgraziati” partiti per un paese alla ricerca di una terra promessa che purtroppo si rivelò fatale.

Bartolomeo Vanzetti, «Tumlin» per gli amici, nasce nel 1888 a Villafalletto nel Cuneese, figlio di un agricoltore.
A vent'anni entra in contatto con le idee socialiste e, dopo la morte della madre decide di partire per l'America, miraggio di una vita migliore per gli italiani dei primi del Novecento.
Stabilitosi nel Massachusetts, milita in gruppi anarchici e nel 1917, per sfuggire all'arruolamento giustificato dalla Grande Guerra, si trasferisce in Messico. È qui che conosce e stringe amicizia con Nicola Sacco, pugliese, classe 1891.
Da allora, i due diventano inseparabili e cominciano a frequentare i circoli anarchici.

Il 5 maggio 1920 Nick e Bart, come li chiamavano i loro amici americani, vengono arrestati perché nei loro cappotti nascondevano volantini anarchici e alcune armi.
Tre giorni dopo, i due vengono accusati anche di una rapina avvenuta in un sobborgo di Boston, poche settimane prima del loro arresto, in cui erano stati uccisi due uomini a colpi di pistola, il cassiere della ditta - il calzaturificio “Slater and Morrill” - e una guardia giurata. Dopo tre processi, i due italiani nel 1921 vengono condannati a morte, nonostante non ci sia nessuna prova certa della loro colpevolezza e malgrado la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che ammette di aver preso parte alla rapina e di non aver mai visto Sacco e Vanzetti.
A nulla valgono neppure la mobilitazione della stampa, la creazione di comitati per la liberazione degli innocenti e gli appelli più volte lanciati dall'Italia.

I giudici impiegarono sei anni per farli giudicare colpevoli, ma alla fine riuscirono ad ammazzarli legandoli ad una sedia elettrica.
L’obiettivo della giustizia americana era di colpire due persone, anche innocenti, non per il reato imputatogli, ma per la loro attività politica.
Molti cittadini erano allarmati per le simpatie sovietiche di una fazione militante del partito socialista americano e per le iniziative del nascente partito comunista che in America riscuoteva adesioni e appoggi soprattutto tra gli immigrati.
Come esplicitamente dichiarò uno dei giudici popolari del processo, gli Stati Uniti negli anni ’20 “erano un paese teso e infestato dai sporchi rossi”.
Il timore (ingiustificato in America) che l’estremismo di sinistra potesse prendere il sopravvento (in Russia era da poco successo) giustificava comportamenti ai limiti della legalità (ed oltre), che troveranno il suo apice anni dopo nella ormai tristemente famosa “caccia alle streghe” (l’individuazione e l’epurazione di elementi comunisti presenti nel “sistema americano”).
Era necessario quindi creare il precedente, far capire a tutti che la giustizia operava in maniera implacabile contro ogni oppositore del sistema. I due in carcere consumavano il tempo leggendo e scrivendo lettere gonfie di incredulità, come soleva fare Vanzetti, e di orgoglio disperato, come Sacco: “E se mi uccidereste e io potrebbe rinascere, io tornasse davanti a voi giudici per farmi ammazzare ancora”.

Il caso ispirò opere teatrali, film, poesie e scritti polemici.
Comunque Sacco e Vanzetti (a volte per una strumentalizzazione al contrario) vengono tuttora considerati da una parte dell’opinione pubblica mondiale martiri della lotta di classe.


Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti


Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 02 ottobre 2004 - 4345 letture