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Il Festival Klezmer riflette sull’Israele di oggi

4' di lettura
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È alla IX° edizione il Festival d'ispirazione e cultura ebraiche. Il programma ha incluso anche la proiezione del film-documentario “Route 181”: un documento storico che le scuole per prime dovrebbero proporre agli studenti, per capire l’oggi grazie alla storia e alla filosofia.

di Giulia Torbidoni
giulia@viveresenigallia.it
Dal 21 al 26 Settembre si svolge in Ancona la IX° edizione del Festival di musica e cultura ebraiche. Da quest’anno però c’è una novità: il titolo è “Klezmer Musica Festival per la Pace tra i Popoli”.
Il riferimento alla pace, il Festival, ha cercato sempre di farlo emergere grazie alla musica ed alle sonorità degli strumenti, da quest’anno però non è più un semplice riferimento, la cui comprensione profonda rimane alla discrezione arbitraria dei singoli, ma diviene una lente della manifestazione per analizzare l’ebraismo ed i suoi rapporti con altre culture, un mezzo con cui poter arrivare alla conoscenza storica del popolo e di quegli eventi di cui oggi noi vediamo soltanto le tragiche conseguenze.
La Pace come punto di partenza per la riscoperta della propria cultura che, in nome di un progetto nazionalista e d’affermazione della propria identità, sta dimenticando i pilastri e le linee fondamentali che l’hanno partorita.
E’ proprio in nome di questa conoscenza che il Festival ha proposto la visione del film-documentario “Route 181” di due registi: Eyal Sivan israeliano e Michel Khleifi palestinese.
Amici da più di dieci anni i due hanno ben pensato di affrontare, nel miglior modo che conoscevano e cioè il cinema, il dramma che subiscono i loro popoli da entrambe le parti.
Nasce così il documentario “Route 181” che dura quattro ore e mezzo ed è diviso in tre parti relative al nord, centro e sud del paese.
Il film nasce dalla casualità degli eventi che si sono posti dinnanzi ai due registi-amici lungo appunto questa strada che taglia il paese, in base alle risoluzioni ONU del 1947, in due terre (in realtà la decisione non si è mai realizzata, questa strada di confine non ha mai assunto tale aspetto ed è sempre rimasta una linea immaginaria e fittizia).
Lungo questa strada perciò i due incontrano i loro paesi e le loro genti.
Il documentario è, innanzitutto, alla ricerca di una forma di verità, di analisi oggettiva dei fatti. E’ infatti attraverso la conoscenza della storia che si può arrivare, secondo i registi, ad un punto iniziale per aprire trattative e confronti.
La loro telecamera passa tra i palestinesi appena sfollati, tra le macerie dei loro paesi distrutti, viene abbassata prepotentemente dai giovanissimi soldati israeliani ai posti di blocco e inquadra i lavori del muro.
La loro voce, allora, pone domande a donne e uomini gonfi di ricordi e qualcuno, cartina alla mano, segna i confini e i disegni geo-politici che Israele, aiutato dall’Europa nazionalista e dalla Russia dei pogrom prima, dall’enorme senso di colpa del vecchio continente apparentemente guarito dal nazi-fascismo dopo nonché dagli USA oggi, ha portato avanti violentemente, trovando una legittimazione nei dolori più recenti della sua storia che, paradossalmente, continua a far rivivere divenendone responsabile.
Dai dialoghi con gli israeliani che rivendicano quella terra in nome dei loro Sacri Padri, si passa alla disperazione di chi non ha più niente, eccetto che un corpo da far esplodere. Si analizza, così, un società traboccante di sete di vendetta, che con il suicidio risponde al cosiddetto “sociocidio” che Israele porta avanti, ovvero la distruzione globale di una società, in tutti i suoi aspetti, specie nella dignità d’identità che per prima viene tolta. Un popolo perdente in partenza che nella morte trova una sorta di “quiete” foscoliana più che una lotta di resistenza. Resistere è il contrario di morire.
Il film, che ha trovato non poche manifestazioni di dissenzo tra la critica ed il mondo cinematografico più ampio, è un documento storico che illustra, a partire dai progetti del primo sionismo fino a quelli attuali, due popoli, con le loro differenze e sofferenze. E’ un mezzo che può aiutarci a comprendere un po’ di più la complessità di una situazione che ignoriamo e che spesso, con sufficienza e qualunquismo, ci limitiamo ad osservare e a giudicare dalla televisione. Un documentario che dovrebbe entrare nelle scuole e dovrebbe essere richiesto dagli stessi studenti.

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Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 25 settembre 2004 - 1992 letture