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A partire dai giochi dell’antichità, fino ad arrivare ai primi giochi olimpici dell’età moderna (Atene, 1896), la maratona è sempre stata considerata la disciplina sportiva più importante ed eroica. Alle Olimpiadi di Londra del 1908, l’Italia, grazie al suo rappresentante in quella disciplina, Dorando Pietri, assistette ad un “dramma” che ancora oggi è sulla ribalta delle cronache.
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di Paolo Battisti
bel-ami@vsmail.it
Pietri era nato a Mandrio, frazione di Correggio (Reggio Emilia), il 17 maggio 1885.
Nel 1897 era emigrato con la famiglia nella vicina Carpi, dove il padre aveva aperto un negozio di frutta e verdura. Dorando lavorava come garzone presso una pasticceria e il tempo libero lo dedicava alla preparazione atletica.
Nel 1903 il giovane si iscrisse alla Società “La Patria” è iniziò quell'attività sportiva che l’avrebbe condotto sulla ribalta internazionale.
Nel 1905, l’ancora sconosciuto Pietri partecipò alla maratona per dilettanti di Parigi, vincendo con quasi 6 minuti di vantaggio sul secondo arrivato.
Alla fine del 1905 il podista, dovendo compiere i due anni di servizio militare di leva, venne assegnato al 25° Reggimento fanteria di stanza a Torino.
Pur non essendo dispensato dai normali servizi di caserma, Dorando riuscì a continuare la sua preparazione atletica.
Gli anni trascorsero velocemente, e Pietri, ormai diventato un campione, venne scelto per rappresentare l’Italia nella maratona delle Olimpiadi di Londra.
Venerdì 24 luglio 1908, penultimo giorno dei giochi olimpici (e giorno della gara), il clima era caldo ed afoso, indubbiamente poco propizio per una corsa a piedi sulla lunga distanza.
Adunati nel piazzale antistante il castello di Windsor c’erano 55 atleti, che gareggiarono su un percorso di 26 miglia e 385 yards (42,195 Km), fino al traguardo posto allo stadio di Sheperd's Bush.
Dorando Pietri, maglietta bianca e calzoncini scarlatti, con il numero 19 sul petto, fu il grande e sfortunato protagonista di quella memorabile gara.
Appena dato il via, alle 14,33, gli inglesi Jack, Lord e Price presero la testa, alternandosi al comando dalla gara fino al 14° miglio, ma poi scomparvero dalla competizione.
Passò quindi in testa il sud-africano Hefferon, mentre uno dei favoriti, l'atleta Longboat, si ritirò.
Pietri, dopo essersi mantenuto fra il terzo ed il quarto posto, arrivato al 18° miglio iniziò la sua offensiva, e in poco tempo riuscì a passare al secondo posto; poi, superando Hefferon, diventò primo, e si diresse in solitudine verso l’arrivo.
L'italiano coprì le prime 26 miglia del percorso (41,841 Km) in 2 ore 45 minuti.
Alle ore 17,18 però, dal sottopassaggio che immetteva nella pista, apparve, irriconoscibile, il nostro atleta.
Mancavano poche centinaia di metri all'arrivo, ma Pietri si trovò a fare i conti con l'enorme dispendio di energie spese durante la rimonta e la disidratazione dovuta al gran caldo.
La stanchezza gli fece perdere lucidità.
Arrivato allo stadio, sbagliò strada.
I giudici lo fecero tornare indietro, e a quel punto Pietri cadde per la prima volta.
Si rialzò, proseguì per poi ricadere altre quattro volte.
Dorando avanzava in maniera scomposta, barcollava ed inconsciamente muoveva le gambe, che ormai stentavano a sostenerlo; il miraggio della vittoria era l’unica motivazione che riusciva a farlo avanzare.
A pochi metri dal traguardo cadde nuovamente, e un megafonista generoso lo sostenne e gli fece tagliare il traguardo.
Per percorrere gli ultimi 325 metri, che in seguito Dorando definì la sua "Via Crucis", impiegò 9 minuti e 46 secondi.
Passato il traguardo svenne, fu raccolto da una barella, mentre la folla temeva che il cuore dell’atleta non avesse retto l’immane fatica, ripetendo dopo 24 secoli il sacrificio di Filippide.
Tutti lo ritennero il vincitore morale: Dorando era “l'atleta che aveva vinto la gara senza ottenere la vittoria". Lo statunitense Hayes, giunto poi secondo al traguardo, presentò reclamo contro l'italiano, che venne squalificato per l'aiuto ricevuto.
L'episodio riempì le cronache dei giornali e fu oggetto di numerose critiche e discussioni.
La regina Alexandra d'Inghilterra, che aveva assistito all'epilogo della gara, saputo della squalifica di Pietri, comunicò che il giorno seguente avrebbe premiato lo sfortunato atleta con una coppa d'argento dorato, tuttora conservata presso la sede della Società "La Patria" di Carpi (sul piedistallo porta inciso: To Pietri Dorando. In Remembrance of the Marathon Pace From Windsor to the Stadium. July. 24. 1908 Queen Alexandra).
Di quella olimpiade londinese, di cui della maratona esistono alcuni documenti, Dorando Pietri fu l’eroe assoluto.
E riuscì a diventare così famoso “grazie” allo sfortunato epilogo della maratona, alle cadute negli ultimi metri della gara, allo scalpore suscitato dalla sua squalifica, all’intervento appassionato e informale della Regina (che attivò nella notte i gioiellieri di corte per fare la coppa), e all’articolo in sua difesa apparso sul Daily Mail e firmato da Arthur Conan Doyle, il celeberrimo inventore del personaggio di Sherlock Holmes.
Questa successione di avvenimenti contribuì ad esaltare la figura dell’atleta e a rendere immortale l’episodio.
Il fotogramma di Pietri che taglia il traguardo della corsa olimpica sorretto dai giudici di gara fece subito il giro del mondo.
E da allora è rimasto il più conosciuto, il più ammirato, il più pubblicato documento iconografico nella storia dello sport mondiale.
Paradossalmente, la mancata vittoria olimpica fu la chiave del suo successo.
Sull'onda della sua fama Pietri ricevette presto un lauto ingaggio per una serie di gare-esibizione negli Stati Uniti.
In tre anni di professionismo, e 46 gare, Dorando Pietri guadagnò solo con i premi oltre 200.000 lire, una cifra enorme per l'epoca.
Investì i suoi guadagni in un'attività alberghiera assieme al fratello, ma come imprenditore non mostrò lo stesso talento che aveva come sportivo.
Dopo il fallimento dell’Hotel, si trasferì a Sanremo, dove aprì un'autorimessa.
Nella città dei fiori rimase fino alla morte, che lo colse a 56 anni per un attacco cardiaco.