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dot la storia ritrovata: Un anonimo premio Nobel per la pace

Anwar el Sadat, terzo presidente della repubblica egiziana, nacque il 25 dicembre 1918 da una umile famiglia di contadini.

di Paolo Battisti
Nel 1938, nominato sottotenente, venne assegnato alla guarnigione di Mankabat, dove conobbe Nasser (il secondo presidente della repubblica egiziana), e dove cominciò, insieme con il futuro dirigente dei Liberi ufficiali e di altri amici, ad occuparsi attivamente di politica.
Un anno dopo, mentre si stava avvicinando il secondo conflitto mondiale, Sadat partecipò (malvolentieri, perché anti-inglese e filotedesco) alla costruzione delle fortificazioni destinate a proteggere il canale di Suez e l’Egitto contro un eventuale attacco italiano.
Nel 1940, quando Churchill (l’Inghilterra era più di cento anni che era “presente” in Egitto) ottenne l’allontanamento dalla carica di capo dello Stato Maggiore del generale Aziz Al Masri (vecchio eroe della guerriglia arabo-turca contro l’invasione italiana della Libia, poi passato su posizioni risolutamente anti-britanniche), Sadat tentò tre volte (ma invano) di far fuggire il vecchio generale nazionalista dall’Egitto.
Tradito da due agenti segreti scioperati e ubriaconi, Sadat fu arrestato, espulso dall’esercito e internato nel campo di concentramento di Minieh (nel 1942).
Ne evase due anni dopo, ma non riassunse più (ammesso che l’avesse mai davvero avuta) la direzione del movimento rivoluzionario militare.
Questa ora era nelle mani di Nasser.
Da questo momento la figura di Sadat passò (e rimase per ben 26 anni) in secondo piano. Nel 1945 propose di far saltare in aria l’ambasciata inglese, ma Nasser rifiutò di dargli il via.
Nel 1946, accusato di complicità negli assassini del generale Atallah e dell’ex ministro delle finanze Pascià, entrambi partigiani dell’alleanza con gli inglesi, Sadat fu nuovamente arrestato e rimase in prigione per 31 mesi.
Nel dicembre del 1951, tentò di piazzare nel Canale di Suez una mina gigantesca, per far saltare in aria una nave inglese, ma l’attentato fallì.
All’appuntamento con la rivoluzione, la sera del 22 luglio 1952 (quando Nasser e i Liberi ufficiali iniziarono gli scontri che avrebbero portato gli egiziani a sottrarsi al dominio inglese per poi un anno dopo dichiarare l’indipendenza), Sadat arrivò in ritardo.
Era andato al cinema con la moglie e i figli.
Salito nel cielo della politica mondiale l’astro di Nasser, la pallida stella di Sadat quindi si oscurò del tutto.
Non gli mancarono gli incarichi, compresi i più lusinghieri, ma si trattava di incarichi subalterni, spesso solo formali.

L’ultimo incarico assegnatogli però, doveva rivelarsi decisivo per il futuro dell’uomo, del suo paese e di tutto il Medio Oriente.
Alla morte prematura di Nasser (a soli 52 anni, il 28 settembre 1970), Sadat era infatti da quasi un anno l’unico vicepresidente dell’Egitto.
Ciò non significa che egli fosse il delfino del defunto rais.
“Erede inatteso”, come lo definì con disprezzo un giornalista francese, Sadat fu scelti dagli altri dirigenti egiziani per il suo apparente grigiore, per una certa sua estraneità alle lotte di fazione.
Il “Times” lo coprì di pesanti sarcasmi, e gli inflisse una perfida stilettata: “Sa Nasser non fosse morto relativamente giovane, Sadat avrebbe potuto trascorrere il resto dei suo giorni nella più assoluta oscurità”.
Tutti giudizi negativi quindi, ma destinati a rivelarsi sbagliati.
Fin dal dicembre del 1970, una volta diventato Presidente della Repubblica, Sadat si adoperò per imprimere alla politica estera e interna dell’Egitto una svolta radicale, in senso pro-americano e capitalistico.
Il 18 luglio 1972, Sadat accentuò la svolta a destra; con un gesto volutamente clamoroso, chiese il ritiro dei consiglieri militari sovietici voluti tempo prima dal “socialista” Nasser.
Un anno dopo, (ottobre 1973), con armi sovietiche, petrodollari sauditi e sostegno politico americano, lanciò contro Israele un’offensiva limitata, il cui scopo era quello di riconquistare e riaprire il Canale di Suez, di ricondurre il governo israeliano alla ragione e alla trattativa, di richiamare l’attenzione degli Stati Uniti nei confronti del Medio Oriente e di preparare, da posizioni più favorevoli, una pace separata.

Il processo di pace in effetti venne avviato, tanto che il 19 novembre 1977 Sadat divenne il primo leader arabo ad andare in visita ufficiale in Israele, occasione in cui incontrò il primo ministro israeliano Menachem Begin e tenne un discorso alla Knesset (il Parlamento israeliano), a Gerusalemme.
Fece questa visita dopo aver ricevuto un invito da Begin e cercò un accordo di pace permanente (gran parte del mondo arabo fu scandalizzata dalla visita).
Nel 1978, ciò produsse gli Accordi di pace di Camp David, per i quali Sadat e Begin ricevettero il Premio Nobel per la Pace.



Comunque, l'azione fu estremamente impopolare nel mondo arabo e specialmente tra i fondamentalisti musulmani. Molti ritennero che solo la minaccia della forza avrebbe spinto Israele a negoziare sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza (territori palestinesi occupati dall’esercito israeliano), e gli accordi di Camp David rimossero la possibilità che l'Egitto, la maggior potenza militare araba, fornisse questa minaccia.
Come parte degli accordi di pace, Israele si ritirò dalla Penisola del Sinai in fasi successive, restituendo l'intera area all'Egitto.
Nel frattempo però il supporto internazionale a Sadat scomparve a causa del suo modo arrogante di governare, della crisi economica e della repressione dei dissidenti.
Ancor peggio, le politiche economiche di Sadat accentuarono il divario tra ricchi e poveri in Egitto.

Il 6 ottobre del 1981, Sadat venne assassinato durante una parata a Il Cairo, da membri dell'esercito che facevano parte della Jihad islamica egiziana, che si era opposta ai suoi negoziati con Israele e al suo brutale uso della forza nella repressione dei dissidenti islamici del settembre dello stesso anno.
EV


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