Le cause della nascita del fenomeno del brigantaggio, esploso subito dopo l’Unità d’Italia, furono molteplici e complesse. In particolar modo, a far sviluppare questa violenta forma di protesta, contribuirono la triste realtà economico-sociale dell'Italia meridionale e la ormai secolare miseria della classe contadina.
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di Bel-Ami
Nonostante le riforme varate da Giuseppe Bonaparte e da Gioacchino Murat all'inizio del secolo e dai Borboni poi, la struttura economico-sociale dell'Italia meridionale era rimasta quella feudale, e successivamente (in seguito alla venuta dei Savoia), con il sorgere di un nuovo ceto borghese accanto al vecchio ordine feudale, la condizione degli agricoltori era andata sempre più regredendo.
Le condizioni generali in cui versava il Regno non erano eccessivamente disastrose (in quegli anni erano stati apportati alcuni miglioramenti), ma la naturale aridità del terreno, la mancanza di strade, di acque e di capitali ne ostacolavano la modernizzazione. Per cercare di risolvere il problema sarebbero occorse una serie di riforme agrarie, opere di bonifica, infrastrutture, ma nulla invece venne fatto per debellare l'estrema disperata miseria dei contadini, ormai esasperati e pronti a tutto pur di dar voce alle loro esigenze.
Quindi, in un arco temporale relativamente ristretto (dal 1860 al 1865), i briganti imperversarono nel Sud dell'Italia, dando vita a quel fenomeno dalle implicazioni sociali e politiche classificato dagli storici sotto l'etichetta di "Brigantaggio meridionale".
Nel 1860, alla caduta del regime borbonico, sconfitto dall'esercito dei volontari garibaldini, il Meridione veniva annesso di fatto agli altri Stati già sotto il dominio di Casa Savoia, presentandosi però all'appuntamento unitario in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale.
Nel sud della Penisola, popolata da oltre 7 milioni di abitanti, l’unica fonte di ricchezza era determinata dai proventi della produzione agricola, ma i guadagni che ne conseguivano erano spartiti fra un esiguo numero di latifondisti, mentre la stragrande maggioranza dei contadini era ridotta alla fame.
Gli ingredienti per una rivolta popolare erano quindi già presenti, e a questi si aggiunse la propaganda borbonica che incitava le masse dei diseredati a considerare i conquistatori piemontesi come il nuovo nemico da combattere.
Nell'autunno del 1860 una violenta guerriglia sfociò in tutta la parte continentale dell'ex Regno delle due Sicilie, con una diffusione massiccia nell'area compresa tra l'Irpinia, la Basilicata, il Casertano e la Puglia. Capitanati da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini, decine di migliaia di ribelli si diedero alla macchia rifugiandosi nelle zone montuose più impervie e inaccessibili, e diedero inizio a una guerriglia impostata sia sulle incursioni allo scopo di razziare e depredare i ricchi proprietari terrieri e sia sullo scontro propriamente militare ai danni dell'esercito piemontese.
Il vecchio regime borbonico era crollato anche a causa della “rivoluzione” garibaldina, che aveva alimentato nelle masse concrete speranze di un radicale rinnovamento della società meridionale, ma il nuovo governo post-unitario (la “Destra storica”), che nel 1861 aveva preso le redini del potere, era l'espressione della borghesia, e affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza fra i ricchi possidenti del Nord e i proprietari terrieri del Sud, eludendo la promessa della tanto agognata riforma agraria che avrebbe dovuto destinare la terra ai contadini.
Inoltre, mentre le strutture economiche e sociali rimanevano immutate, faceva capolino un nuovo nemico agli occhi delle masse di diseredati: lo Stato forte dell’Italia unita. Esso infatti imponeva una rigida centralità amministrativa, introducendo pesanti balzelli che andavano a gravare sul capo dei più deboli, insopportabili ingerenza dei prefetti di polizia, e soprattutto la ferma militare obbligatoria, particolarmente invisa alle popolazioni povere del Sud.
Si calcola che le bande di briganti nel periodo sopracitato siano state oltre 350, di cui almeno 33 con oltre 100 uomini e le più corpose con un organico che sfiorava le 400 unità. Esse, nel corso della loro storia, schierarono in campo decine di migliaia di ribelli cooptati dall'immenso serbatoio fornito dalle disgraziate masse contadine.
Le "formazioni" erano comandate da capi dal nome leggendario come Crocco, La Gala, Pasquale Romano, Caruso, Luigi Alonzi, Gaetano Manzo, Tranchella. Sostenuti dalla corrente reazionaria borbonica e a volte addirittura da quegli stessi proprietari terrieri che essi depredavano, ma che avevano accolto con sospetto l'arrivo della dominazione sabauda, i fuorilegge potevano contare anche sull'aiuto della Chiesa, che non aveva digerito la decisione di dichiarare Roma futura capitale del Regno, mentre la città era ancora saldamente nelle mani di Papa Pio IX, fermamente intenzionato a non rinunciare al potere temporale sui territori dello Stato Pontificio. In virtù di quella ufficiosa connivenza i briganti poterono spesso trovare riparo nei conventi e sfuggire quindi alla cattura.
Fin dai primi mesi del 1860, il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni dilaganti e costrinse i piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 50.000 nel dicembre del 1861, aumentato a 105.000 unità l'anno successivo fino a raggiungere il numero limite di 120.000 nel 1863. La lotta armata fra briganti meridionali e truppe dell'esercito regolare in cinque anni fece un'ecatombe di vittime assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che tra il 1861 e il 1865 rimasero uccisi in combattimento o passati per le armi 5212 briganti e che ne siano stati tratti in arresto 5044.
Occorsero severissime misure in merito alla pubblica sicurezza per stroncare definitivamente il brigantaggio; per raggiungere tale scopo fu di fondamentale importanza la “Legge Pica” del 15 agosto 1863, che sottopose alla giurisdizione militare le zone dove si concentravano maggiormente i banditi. Venne proclamato lo stato d'assedio, vennero effettuati rastrellamenti per i renitenti alla leva, per i sospetti, gli evasi e i pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti e spesso la popolazione fu coinvolta suo malgrado negli scontri, pagando un dazio molto pesante, come la distruzione di interi villaggi e fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti. Il brigantaggio, quindi, venne eliminato grazie alle leggi speciali e all’uso della forza e si estinse nel 1865 scomparendo definitivamente dal Meridione dell'Italia continentale.
Nel 1876 la questione meridionale venne ripresa dalla Sinistra, che andò al potere avvicendando la Destra storica. Ma il modello di quest'ultima, fondato sul protezionismo frutto del blocco agrario-industriale, contribuì di fatto ad allontanare ancora di più il Sud dal Nord.
E il problema del Mezzogiorno, come si può constatare dalla situazione odierna, si è trascinato praticamente insoluto fino ai giorni nostri.
Come uomo del mezzogiorno ti ringrazio.<br />
Il problema del mezzogiorno ora come allora è la politica.<br />
I briganti sono scomparsi ora resistono 2 categorie che li hanno sostituiti: i delinquenti comuni e i delinquenti con il colletto bianco.<br />
Presto continuerò il periodo della sua stroria dal 1876 fino ai giorni nostri.<br />
Severino Salcone, emigrante, meridionale D.O.C. e valore aggiunto per Senigallia