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Con una superficie di due milioni e mezzo di chilometri quadrati, il Sudan è il più grande paese del continente africano, e al tempo stesso rappresenta il punto di sutura tra l’Africa nera e il mondo arabo.
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di Bel-ami
La popolazione del Sudan è composta per due terzi da arabi (o arabizzati) e musulmani, e il resto da negri del sud (nilotici, nubiani, sudanesi in senso stretto), cristiani o, per la maggior parte, animisti.
Come si vedrà, la contrapposizione tra negri del sud e arabi del nord sarà uno degli elementi chiave delle vicende politiche sudanesi dopo l’indipendenza.
Liberatosi prima dalla dominazione egiziana e poi da quella inglese, il Sudan acquisì la sua indipendenza il primo gennaio 1956, ma la nascente (e quindi fragile) democrazia fu subito scossa da una serie di colpi di stato.
Nel 1989, un nuovo golpe militare, sostenuto dal Fronte islamico nazionale, ha fatto del Sudan uno dei centri di riferimento del fondamentalismo islamico.
La giunta militare, a capo del paese, si è data come obiettivo prioritario la sottomissione alla legge islamica delle popolazioni del sud; il rifiuto di ogni soluzione negoziale ha portato ad una radicalizzazione dello scontro armato.
Grazie anche a questo quadro incerto e confuso si arriva alla drammatica situazione dei nostri giorni.
Il 9 gennaio 2005, il
Governo Centrale e il principale gruppo ribelle del Sudan del sud, il
Sudan People’s Liberation Army (SPLA), hanno firmato uno storico accordo di pace, che getta le basi per porre fine al conflitto tra il nord e il sud del paese che, se si esclude il periodo tra il 1972 e il 1983, durava dall’indipendenza.
Gli accordi di pace, però, non interessano la regione del Darfur, dove la situazione umanitaria rimane drammatica.
La provincia del Darfur si estende su una superficie paragonabile a quella della Francia ed è suddivisa nei tre stati del Darfur settentrionale, meridionale e occidentale, la cui popolazione (
6,7 milioni di abitanti) rappresenta il 20% della popolazione sudanese.
Dal febbraio 2003 tre gruppi a base etnica africana hanno costituito due diverse formazioni ribelli, il
Sudan Liberation Movement/Army (SLA) e il
Justice and Equality Movemente (JEM), per contrapporsi agli attacchi di milizie nomadi di origine araba– i Janjaweed, bande di cammellieri che più fonti indicano armate dallo stesso Governo centrale– contro i villaggi africani.
La guerra civile che ne è scaturita ha prodotto la più grave crisi umanitaria dal 1998, caratterizzata da una persistente violazione dei diritti umani delle popolazioni civili.
Sebbene l’8 aprile 2004 sia stato raggiunto un cessate il fuoco, lungo il confine tra Sudan e Ciad continuano gli attacchi dei Janjaweeda a danno sia dei villaggi abitati da popolazioni africane sia dei campi in cui sono accolti i civili rifugiati in Ciad, dove scontri con l’esercito regolare fanno addirittura temere un’internazionalizzazione del conflitto.
Ai primi di gennaio 2005 si sono registrati più di
un milione e settecentomila civili sfollati, e la loro situazione rimane estremamente precaria: stupri e violenze proseguono impunemente.
Il Governo di
Karthoum (la capitale del Sudan) insiste affinché gli sfollati ritornino alle rispettive terre di origine, senza che vi siano le condizioni minime per il loro reinsediamento; le milizie Janjaweed continuano indisturbate a commettere violenze ed abusi nelle aree intorno ai campi per sfollati.
In tutta la regione del Darfur oltre 2,5 milioni di persone, i 2/3 dei quali sono
donne e bambini, restano invischiati in questa crisi caratterizzata da scontri persistenti, diffuse violazioni dei diritti umani e dal massiccio sfollamento di popolazioni, ridotte in condizioni di vita disastrose ed esposte al costante pericolo di malattie, abusi e violenze.
Secondo le ultime stime, in Darfur sono oltre
70.000 i morti per fame e malattie.
La crisi di questa regione non è solo da addebitarsi al sopracitato conflitto etnico-religioso tra gli arabi e i negri del sud; la situazione è più complessa e riguarda altri aspetti meno noti, ma ugualmente importanti.
Tra le cause di questo disagio non dobbiamo dimenticare il decennale deterioramento della situazione economica di una popolazione sempre più numerosa.
Infatti, una serie di siccità che colpirono la regione negli anni ’80 costrinsero i nomadi del nord a trasferirsi più a sud in cerca di pascoli per il bestiame.
Così le tensioni tradizionali tra le popolazioni nomadi e quelle stanziali si acuirono in maniera pericolosa e sfociarono in violenti scontri.
Questa crisi, infine, è anche il risultato di una politica cinicamente seguita dalle potenze mondiali- in questo caso gli USA e l’Inghilterra- nei confronti della maggior parte dei paesi dell’Africa occidentale (che solo nominalmente, nella maggior parte dei casi, hanno acquisito un’effettiva indipendenza), allo scopo di coltivare propri interessi personali (il Sudan è ricco di petrolio ed è geograficamente collocato in una posizione strategica).
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