Fermo: Paolo Tartufoli, 7 mesi in ospedale per Covid: ecco la sua storia

6' di lettura Senigallia 27/10/2020 - Il racconto breve di un lungo dolore. " Grazie a tutti quanti mi hanno curato e sono stati vicini a me e alla mia famiglia".

La sua non è una storia semplice da raccontare, anche perché fa fatica a ricostruirla, essendo i suoi ricordi più indotti che propri, ricomposti sui racconti degli altri. E’ stato via da casa, su letti di ospedale per quasi 7 mesi, 2 dei quali incosciente, intubato in terapia intensiva. Ha rivisto casa sua e la sua famiglia giusto un paio di settimane fa e, forse, si è reso conto di quanto gli fosse successo e di come l’intera comunità l’avesse vissuto, solo quando ha trovato ad attenderlo davanti casa tante persone che gli urlavano bentornato, gli facevano festa, lo salutavano commossi, lo abbracciavano con lo sguardo e gli occhi lucidi, non potendolo fare fisicamente. Era il 10 ottobre scorso e in quel momento ha capito che in tanti gli vogliono bene, lo stimano , sono stati in ansia per lui, e vicini alla sua famiglia nei tanti interminabili giorni del suo ricovero.
Lo stesso Sindaco di Montegiorgio, Michele Ortenzi, quel giorno ha voluto sottolineare come rivederlo a casa avesse del miracolo”.

E’ la storia breve di un lungo dolore, quella che ci racconta Paolo Tartufoli, 75 anni di Montegiorgio, ex Sindaco (per 2 mandati), ex funzionario della Carifermo, attuale governatore della "Confraternita Misericordia" di Montegiorgio, il gruppo di volontari Ambulanza che presta il servizio di soccorso in 15 comuni dell’entroterra fermano. Forse Paolo, almeno per quanto ne sappiamo, è anche l’ammalato Covid con il percorso di guarigione più lungo: mancavano pochi giorni al compimento del 7° mese di ricovero, quando è stato finalmente dimesso.

Ora Paolo è ancora provato ma, tra le mura domestiche circondato dall’affetto dei suoi cari, si sta riprendendo più velocemente e vuole raccontare la sua storia, quella che ha tenuto con il fiato sospeso l’intera comunità , ma che ora può dare speranza e coraggio a tanti.

“Avevo una febbre leggera e disturbi generali da qualche giorno, speravo non fosse covid anche se lo temevo. Poi il tampone: positivo. Era il 21 marzo: l’ambulanza, il ricovero presso l’ospedale di Fermo. Ricordo solo il primo giorno. Non mi sono reso conto di stare tanto male. Qui i miei ricordi si interrompono. L’aggravarsi della mia situazione hanno indotto i medici a spostarmi in terapia intensiva ed intubarmi. Dicono che ci sono stato un paio di mesi di cui ho il buio totale. Non so collocare in calendario il giorno preciso del mio risveglio, è confuso anche quello. So che il 3 giugno mi ero negativizzato e da Fermo mi hanno trasportato nel Nosocomio "Mazzoni" di Ascoli Piceno, nel reparto di pneumologia dove sono rimasto per tutto il mese. Ero attaccato ad un respiratore, con il sondino, non bevevo, non mangiavo, non potevo parlare, perché avevo subito la tracheotomia. Ero lucido ma facevo fatica a respirare, come se il mio corpo avesse dimenticato come farlo in autonomia. Difficile farsi capire in quella situazione, non riuscivo neppure ad usare il cellulare. Spesso stavo solo anche nella stanza a 2 letti dell’ ospedale, dove capitava che a volte ricoverassero altri pazienti con i quali però non riuscivo a comunicare. Unico collegamento con l’esterno e momento di compagnia erano le videochiamate con la mia famiglia. Il mio ponte con la vita. Di questo, e non solo, devo ringraziare le infermiere che mi aiutavano a farle, con grande umanità . Che dire? Cosa pesavo in quei momenti? Pensavo tante cose, notte e giorno dato che neppure dormivo. Mi mancava tutto: la salute, l’autonomia, l’attività, le relazioni, la famiglia. È stato un lunghissimo attimo di nero totale, forse il momento più brutto di tutta la mia malattia. Spesso avevo crisi da superare e combatterle, cercando di reagire, era l’unica scelta possibile. Di mio ci ho messo tanto coraggio e forza per guarire, ma di certo mi sento di ringraziare tutte le strutture ospedaliere in cui sono stato e tutto il personale medico e paramedico per come hanno saputo curarmi nel corpo e nell’anima, con competenza e umanità. Tenendo anche conto che io mi sono ammalato all’inizio della pandemia, quando la malattia ancora si conosceva poco e la medicina di “Trump” ancora non c’era.

“ Poi pian piano ho cominciato a riacquistare qualche funzionalità- continua Paolo- Grazie ad una cannula che mi hanno inserito nella trachea ho ripreso a parlare. Con il tempo ho anche recuperato la capacità di usare il cellulare in autonomia. Cominciavo a rivedere un po’ di luce. Il 24 giugno sono stato trasferito dal Mazzoni alla clinica Villa San Giuseppe per la riabilitazione e qui sono rimasto fino alla dimissione del 10 ottobre. Un paio di giorni prima di essere dimesso mi avevano chiuso il buco alla trachea e sapendo che quella era la condizione essenziale per il mio ritorno a casa, ho capito che l’ora di andarmene dall’ospedale era finalmente arrivata. Non so descrivere il mio stato d’animo quando i Dottori mi hanno comunicato che potevo tornare a casa, né quando il venerdì mattino sono venuti a riprendermi mia moglie, mia figlia, mio genero con l’auto guidata dal mio Vice Cristiano Bei. Una strana euforia mescolata a paura e incredulità. Ma l’emozione più forte me l’ha procurata la grande accoglienza che mi hanno riservato i concittadini, i parenti, gli amici, I tanti Sindaci dei comuni che non sono voluti mancare, i volontari della Confraternita che non mi hanno mai lasciato solo inviandomi video e incoraggiamenti. Sicuramente non mi aspettavo un accoglienza a quei livelli. Da parte mia c’è riconoscenza verso tutti, uno per uno, anche per la solidarietà e la vicinanza che si sono scatenate intorno a me e alla mia famiglia nel durante della mia malattia. In quel momento mi sono detto che se sono stati in tanti ad aver pregato per me, allora vuol dire che qualcosa di buono nella mia vita l’ho fatto. E questo mi ha ripagato “.

Ora Paolo continua la sua terapia riabilitativa a casa. I medici gli hanno detto che ci vorrà un annetto per tornare in piena forma, ma lui è sicuro che impiegherà molto meno tempo, perché non vede l’ora di riprendere la sua attività che spera di continuare fin quando sarà possibile. Adesso la medicina più efficace per lui è l’amore della famiglia e la compagnia dei suoi 2 nipoti che trascorrono del tempo con lui ogni giorno. Un futuro migliore lo attende.






Questo è un articolo pubblicato il 27-10-2020 alle 19:30 sul giornale del 29 ottobre 2020 - 630 letture

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