ComunicArte: ultimi giorni per visitare la mostra “Amor/Osare” allestita a Mondolfo

6' di lettura Senigallia 25/08/2020 - La musica di sottofondo, gradevole e appropriata, c'è, l'appagamento visivo anche, garantito da un allestimento semplice ma d'impatto, molto raffinato, grazie prima di tutto alla scelta della sede espositiva, come pure ai drappi rossi appesi alle pareti della prima sala, alle luci soffuse che inondano di magenta la seconda e ad opere profondamente diverse che dialogano tra loro.

Quello che sfugge è il filo conduttore che dovrebbe legare i dipinti al discorso della sinestesia, della contaminazione dei sensi, nonché al tema proposto dal titolo della mostra: “Amor/Osare. Antonio Amorosi in mostra traccia il contemporaneo”, a cura di Stefano Papetti e con la direzione artistica di Filippo Sorcinelli. È stato sicuramente un azzardo accostare tre dipinti di un artista marchigiano attivo a Roma, semisconosciuto ai più ma meritevole d'attenzione, come Antonio Amorosi di Comunanza (1660- 1738), ad opere pittoriche dei contemporanei De Dominicis, Ontani, Guttuso e Cucchi, solo per citarne alcuni, oltre ad un'interessante scultura a mezzo busto dell'inconfondibile Mimmo Paladino, ad un piatto in ceramica di Franco Gentilini e ad un quadro-scultura in legno dell'artista abruzzese Mario Ceroli.

Ma, al di là di ciò, la mostra ospitata nei locali del complesso monumentale di Sant'Agostino, a Mondolfo, ha la sua ragion d'essere e merita una visita. Sono due sole sale, decisamente dissimili, che permettono di seguire il cammino della produzione artistica da un'epoca, quella tardo secentesca-primo settecentesca, dominata da un'eccellente resa dei soggetti, un impeccabile trattamento luministico ma carenza di audacia, a un'era, che inizia negli anni Sessanta del Novecento e prosegue fino ai giorni nostri, la quale ha esasperato la sperimentazione, incoraggiando ogni artista ad intraprendere la propria strada in maniera assolutamente autonoma. Il visitatore dunque, non appena fa il suo ingresso nella prima sala (quella con i dipinti dell'Amorosi), ha modo di entrare nell'universo fatto di vaghezza e placida inquietudine di un artista considerato da Giulio Carlo Argan figlio dei “bamboccianti” - ideatori di scene di vita popolare, attivi a Roma a partire dalla prima metà del Seicento, sulla scia di un filone inaugurato dall'olandese Pietre van Laer, soprannominato il Bamboccio - e la cui arte viene definita realistica, caratteristica risultante non tanto da un'accurata riproduzione del dato naturale ma piuttosto da una «positiva serietà e concretezza del discorso: nell'assenza di gesto, di movimento, di spazialità illusorie, e nella fermezza della luce, nella densità degli impasti [...]» (G.C.Argan). Dell'Amorosi affascinano quel suo stile garbato e quella sorta di devozione alla «cultura dell'oggettività, per la via della serietà morale» (Argan), oltre ad un'atmosfera di sospesa indeterminatezza che pervade i suoi personaggi, quasi sempre giovanissimi e poveri.

In questi dipinti – tutti provenienti da collezioni private - gli sguardi, scurissimi, sono persi, laconicamente imbambolati (come nel “Ragazzo con prosciutto”, tecnica mista su carta intelata), o sornioni; i giovani personaggi abbozzano un sorriso e sembrano concentrati su qualcosa che non è l'azione che stanno compiendo, eccezion fatta per il “Ragazzo che suona il piffero”. Lui è indubbiamente il più diligente, sicuro di sé come un adulto. Interessante anche il particolare degli scorci paesaggistici che l'Amorosi inserisce nei suoi quadri per creare il contesto: essi sono in qualche modo in continuità con lo stato emotivo segreto degli effigiati.

Nella seconda sala si viene invece proiettati in un mondo caleidoscopico e plurimaterico: se la transavanguardia rimane ancora un po' ostica ai più digiuni di arte contemporanea, l'abbondanza dei due elementi sopracitati facilita indubbiamente la fruizione di opere di questo tipo. Stravaganze che decodificano la realtà attraverso un linguaggio simbolico, capace di evocare miti ancestrali come quello del ratto d'Europa (“Senza titolo” di Omar Galliani, 1982), o forme geometriche, elementari e primigenie, che scavano nel profondo, facendo riemergere verità criptate e abbaglianti cromatismi, memori della lezione di Klee, come nel caso dell'opera “Libro d'artista” di Giancarlo Pucci. Non passa inosservata neanche l'opera “A mano pronta” di Bruno Ceccobelli (un dipinto a tecnica mista su supporto cartaceo), nella quale riecheggiano il simbolismo onirico di Redon, gli incanti oscuri e gli scenari mitologici di Blake, oltre ad una ben definita e ancora plastica concezione dei corpi e delle forme, uniti ad un decorativismo delicato. E poi c'è chi vuole nascondere completamente il volto del personaggio rappresentato: quegli occhi scuri e sfuggenti che ci aveva mostrato Antonio Amorosi nelle opere della prima sala riverberano nel nero cupo e impenetrabile che fa da sfondo alla tempera su tavola (“Senza titolo”) dell'anconetano De Dominicis.

Il suo dipinto presente in mostra, pur nelle ridotte dimensioni, atterrisce per la manifesta insondabilità di cui è portatore. Non sappiamo se il soggetto dipinto sia un uomo incappucciato, un mostro, un animale antropomorfizzato o una pericolosa entità, ed è per questo che l'opera inchioda il fruitore davanti a sé. «Fare l'artista significa che tu in realtà non sai ma vorresti sapere, come diceva Socrate. Sono gli altri che sanno [...]», chi guarda l'opera e, continua Ceroli (uno degli artisti presenti in mostra),« se tu riesci a rendere felice l'altro che guarda questo lavoro, pensa che grande gioia riesci a catturare!» (da un'intervista a Mario Ceroli del 1998, dal titolo “Visioni piene e vuote”). L'arte abbellisce la vita e ci chiama sempre in causa: come a dire che l'ultima parola spetta al fruitore. Ecco quindi che la mostra rimane un'occasione di scoperta e di conoscenza, un breve viaggio tra l'amore e l'osare, dove l'osare dell'Amor è racchiuso nell'etimologia, errata ma intrigante, di quest'ultima parola: amore come “a-mors”, cioè senza morte.

Concetto in qualche modo ribadito in una delle opere di street art che popolano il centro storico di Mondolfo: «A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpano quello di troppa velocità. Non s'accorgono quello essere di bastevole transito». La mostra, a ingresso gratuito, non può essere infatti disgiunta dall'iniziativa “Mondolfo Galleria senza soffitto” che ha portato, quest'anno per la prima volta, installazioni e opere d'arte fuori dal contesto museale, per impreziosire il paese in vari punti, grazie ai promotori dell'iniziativa e al contributo fondamentale di artigiani e artisti versatili, per la maggior parte locali. E, cosa ancor più convincente, le opere di street art rimarranno a Mondolfo in maniera permanente. Naturalmente non potevano mancare gli scatti di Giacomelli, che diventano gigantografie incorniciate a cielo aperto e racconto visivo di paesaggi interiori ed esteriori, sempre sublimati, il tutto accompagnato da alcuni pensieri del rinomato fotografo senigalliese, il quale ci ricorda che siamo tutti viaggiatori della nostra persona.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 25-08-2020 alle 09:33 sul giornale del 26 agosto 2020 - 27 letture

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