Fermo: Negli anni '60 gli anglo-tedeschi imposero il Made in Italy per distinguere i loro prodotti, ritenuti migliori e poi . . .

3' di lettura Senigallia 27/02/2020 - Il genio italiano ha sovvertito quei concetti. Ne ha fatto un riferimento di genialità. Difendere il Made in Italy, allora, è vitale.

Segno quasi d'infamia all'inizio: marchiava i prodotti del nostro paese vinto. Lo dissero apertamente i vincitori a De Gasperi andato con il cappello in mano perché non si infierisse sul popolo italiano.
Negli anni Sessanta, gli anglo-tedeschi imposero il Made in Italy per distinguere i loro prodotti, ritenuti migliori, dai nostri, considerati di un manufatturiero povero.
Il genio italiano ha sovvertito quei concetti. Ne ha fatto un riferimento di genialità.
Difendere il Made in Italy, allora, è vitale.
Se le nostre classi dirigenti sembrano sorde, allora fa bene al paese l'iniziativa nata nel fermano, riguardante la raccolta di firme sulla piattaforma change.org che stringe al muro i politici italiani ad impegnarsi sul serio, in patria e in Europa, per la tutela del marchio.
Centinaia le firme raccolte in pochi giorni. Ma cosa porta dentro il Made in Italy?
Nicola Alessandrini è un restauratore: «La qualità, lo stile, i materiali pregiati, l'arte dei maestri del “fatto a mano”, da sempre hanno reso i nostri prodotti i più amati nel mondo. In molti hanno cercato di replicare lo stile italiano senza mai riuscirci». Convintissimo è Federico Vitali, presidente della FIB Srl-FAAM del Gruppo Seri, tecnologia avanzata in campo energetico. «È importantissimo il Made in Italy. Nato come punizione dopo la Seconda Guerra mondiale, ne abbiamo capovolto il concetto».
Occorre però, a suo dire, legarlo chiaramente alle «peculiarità del prodotto e al legame con il territorio. I francesi ce lo insegnano in ambito vinicolo con il terroir».
Il Made in Italy non ha restrizioni di ambito.
«È auspicabile – spiega Carlo Nofri, direttore dell'Istituto Universitario Scuola Superiore per Mediatori Linguistici “San Domenico” - non solo rafforzare la tutela e la sua promozione, ma allargarne i confini dalla moda, designer e prodotti agro-alimentari alle eccellenze culturali: beni artistici, architettonici e urbanistici di bellezza irripetibile, specie nei borghi dove si coniugano con stili di vita tipici, sapienze artigianali e tradizioni popolari. Non si tratta solo di testimonianze del passato che affascinano il turista, ma anche di un livello che potrebbe ispirare a livello internazionale politiche per uno sviluppo urbano sostenibile non antagonista dell'ambiente».
D'accordo Gianluca Vecchi, presidente degli albergatori locali.
«Il Made in Italy tutelerebbe anche il nostro settore. Le gestioni familiari sono in affanno rispetto all'avanzata dei grandi gruppi internazionali. Il Made in Italy sarebbe una difesa». Senza peli sulla lingua Enrico Bracalente titolare della Nero Giardini. «Strenua difesa del Made in Italy. È il terzo marchio al mondo. Lo si faccia rispettare perché è indice di qualità. È una garanzia. La nostra creatività è unica. Purtroppo le attuali classi dirigenti hanno svenduto l'Italia alla finanza». Come dire: i produttori, gli imprenditori, la gente comune ce la mettono tutta, ma la politica latita e il Paese conta sempre meno. Un esempio? Bracalente indica il prossimo incontro Erdogan-Putin cui interverranno Merkel e Makron. Ma non il nostro presidente del consiglio. «Quanto contiamo è chiaro: poco o nulla».
Tonando alle possibilità di nuovo sviluppo, dice: «Il nostro oro nero è il Made in Italy con le sue produzioni, e il turismo. Se non concretizziamo andremo a rotoli».
E la petizione cresce. Per fortuna.




Adolfo Leoni


Questo è un articolo pubblicato il 27-02-2020 alle 13:16 sul giornale del 28 febbraio 2020 - 1012 letture

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