La luce della Lanterna, un anno dopo

4' di lettura Senigallia 07/12/2019 - La chiamerò Mia, ha scelto lei questo nome di fantasia. Quello autentico voglio lasciarlo al riparo dai cacciatori di lacrime, quelli che cercano tracce di sangue utili per fare share. Quelli dei microfoni piazzati sotto il naso di gente disperata e vulnerabile.

Mia quella sera era alla Lanterna, ha visto tutto, si è mossa sopra il tappeto umano calpestando l’orrore.

Lei, così gracile e dolce, si è gettata sulle spalle corpi di ragazzi, trascinandoli verso le ambulanze come fossero sacchi di cemento. Fino a quando ha potuto è andata avanti, poi il buio.

Per quindici giorni è rimasta chiusa nella sua stanza senza parlare, poche lacrime, tanto silenzio e il senso dell’orrore appiccicato addosso come uno strato di colla.

Ho conosciuto Mia qualche giorno fa all’interno della sua scuola di Senigallia durante un incontro. Si era parlato di bullismo, di rispetto e di sogni, insomma, della vita.

Mi aveva consegnato un biglietto: “La vita è fuori da una cella 2x3. Rinchiusa nella mia prigione mentale, gli occhi sono le finestre da cui guardo il mondo bruciare”.

Parole pesanti cadute su un foglio. Dolore di una sedicenne che inizialmente non sono riuscito a interpretare, poi ci siamo parlati. Poche parole, perché è da un anno che il dolore vero se ne resta accucciato in quale angolo della sua anima. Non le è stato di aiuto neppure un plotone di psicologi. Muta come un pesce, unica custode del suo dramma.

Quel giorno a scuola ho scoperto che conosceva Pongio, Daniele le era molto simpatico e sorrideva sempre. Come quella sera, perché lei lo aveva visto Daniele, si erano salutati.

Ho ascoltato con attenzione le sue poche parole, poi le ho chiesto a bruciapelo se sabato sei dicembre sarebbe stata disposta ad accompagnarmi all’ ITIS “Volterra” di Torrette, la scuola di Daniele. Era stata Donatella, mamma di Pongio, un paio di mesi fa a chiedermi di intervenire, avevo risposto subito di si, anche se non amo troppo gli anniversari, spesso invasi da fiumi di retorica e parole di circostanza.

Ho parlato con il papà di Mia, era giustamente spaventato dall’idea di “consegnare” sua figlia nelle mani di un giornalista. Prendiamo un caffè, è sollevato, capisce che non sono a caccia di drammi, mi racconta come la piccola Mia sia ancora devastata da quella esperienza, mi parla del suo blocco e del divieto di accesso ai suoi ricordi.

Questa mattina con Mia andiamo a Torrette, scuola gigantesca che ben conosco, e poi l’ingresso nell’aula magna strapiena. Ci sono i compagni di classe di Pongio, la Professoressa Sara Montesi e soprattutto, in prima fila, i familiari di Daniele. È lì che facciamo accomodare Mia.

Per un’ora e mezzo si alternano persone che mettono il cuore davanti a tutto, è una mattinata vera, poche parole ad effetto e tanta autenticità. Sono le undici, siamo arrivati quasi al termine e Mia, dopo un anno, decide di evadere da quella prigione nera e lercia. Alza la mano, abbandona la sedia, prende il microfono e guardando la platea comincia a parlare.

Non è una testimonianza. È una liberazione. Non ci risparmia un solo dettaglio perché esattamente dopo un anno è arrivato il momento di fare piazza pulita. Parla, a tratti prende pause, scendono le lacrime ma oramai è fatta. Il dolore è stanato, preso a calci nel culo e lanciato lontano. Resta sempre aggrappata a quel suo filo di voce ma non molla, esattamente come quella sera quando trasportava corpi all’esterno di un magazzino travestito da discoteca.

Mia finisce di parlare, è spossata, Donatella la coccola, i ragazzi l’abbracciano, la Prof. Montesi le dice “sei il nostro regalo di oggi”. Torno verso casa con la piccola grande , in auto mi dice la cosa più bella “mi sono liberata Luca. Ce l’ho fatta. Mi viene da sorridere, incredibile ma rido”. È così che la riconsegno al papà. Proviamo a spiegargli e lui capisce, comprende fino in fondo che oggi qualcuno o qualcosa le ha restituito sua figlia. Ci rivedremo, obbligatorio.

Torno verso casa e telefono a Donatella, parliamo di Pongio che era maestro nel regalare sorrisi. Ora con Mia è tornato a farlo. “Quello che è successo - mi dice Donatella - è meraviglioso”.

Si. Lo penso anche io. È meraviglioso. Ogni tanto le luci si accendono dove meno te lo aspetti. Alcuni li chiamano miracoli, altri eventi straordinari, ma per molti è solo una questione d’amore.






Questo è un articolo pubblicato il 07-12-2019 alle 20:37 sul giornale del 09 dicembre 2019 - 13199 letture

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