Gemmy Tarini e gli scatti inediti dei fotografi senigalliesi

8' di lettura Senigallia 02/12/2019 - La fotografia è un invenzione annunciata, le cui origini si perdono nella notte dei tempi e chiamano in causa diversi personaggi: scienziati, chimici, ottici, artisti, filosofi, religiosi, ovviamente più popoli e ultimamente, molti politici.

D’altronde l’uomo ha sempre voluto lasciare tracce visive del proprio passaggio (basta ricordare le pitture rupestri della grotta di Chauvet, in Francia il più antico esempio conosciuto di arte preistorica con opere di 32/36.000 anni fa nel Paleolitico superiore o le incisioni rupestri del la Cueva de las Manos che si trova nella provincia argentina di Santa Cruz di circa 9000/13000 anni fa). Ma si apprende che diversi pittori per migliorare la qualità della rappresentazione, tra cui il Raffaello, il Canaletto e il Caravaggio, fecero largo uso della camera oscura che il grande Leonardo da Vinci descrisse nel Codice Atlantico.

Nella fotografia una serie di circostanze e contraddizioni del passato ( ma anche del presente) ci persuadono che sarebbe opportuna una decisa revisione critica sulle origini e sulla storia della fotografia così come conosciamo. Non a caso lo storico Jean Claude Lemagny sostiene che: ”Perché si istauri una storia della fotografia sarà necessaria una riflessione da parte della fotografia su se stessa”. E aldilà dei forti dubbi sulle sue origini ufficiali (vedi Il Dagherrotipo mutante, Ed.Ideas, Bn 2017) è nota nella storia della fotografia, la figura di Hippolyte Bayard che fu letteralmente escluso come inventore del procedimento fotogenico noto come stampa positiva diretta, perché emarginato politicamente. Come scrive il compianto Ando Gilardi su Storia sociale della fotografia: ”..il riconoscimento di Bayard comporta l’automatico riconoscimento dei demeriti di troppi famosi personaggi, la riscrittura di testi, di migliaia di voci di enciclopedie e dizionari, forse la rimozione di qualche busto e qualche targa: tutte cose che nuocciono al mito promozionale dell’industria fotografica”.

Nel Manifesto Passaggio di Frontiera (Premio nazionale Città di Fabriano 2013 ad opera di fotografi senigalliesi poco noti alle Istituzioni locali ) e sottoscritto da Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin, Ferruccio Ferroni, Giorgio Cutini, Luigi Erba, Aristide Salvalai, Paolo Mengucci, Socio Valenti , Enzo Carli e Francesco Sartini) si conviene: ”Recuperiamo identità alla critica fotografica spesso lasciata nell’indifferenza del pubblico. Il critico è un nostro simile per pratica e estrazione culturale che si fa promotore ed interprete delle decisioni del fotografo”. Lo stesso Giuseppe Cavalli per il quale è fondamentale promuovere lo sviluppo di una critica colta, provveduta e severe sostiene:” Non mi si dica che le cose belle le capiscono tutti …il mito dell’arte che deve andare verso il popolo è sfatato da un pezzo. L’arte fotografica (come ogni arte) non è alla portata di tutti se c’è. È sempre dentro di noi, non fuori”. La stessa critica, quella senza esame di coscienza, si è data tono probabilmente perché nessuno le dava importanza all’infuori di qualche sprovveduto; ne è comprova il fatto che la letteratura e i moderni autori parlino di fotografia più che la stessa critica. C’è da sperare nelle nuove leve e nella loro comprensione.

A proposito della Manifestazione “C’era una volta la fotografia e degli scatti inediti riportati in mostra al Palazzo del Duca di Mario Giacomelli, Ferruccio Ferroni e Giuseppe Cavalli: “Cose mai viste”, ma perché vederle ? così sosteneva Giuliana Scimè sul Corriere della sera edizione milanese, nell’occhiello: “Discutibili inediti di Mario Giacomelli”, a proposito della mostra organizzata da Photology a Milano, qualche anno fa. Continua La Scimè:”Tutti gli artisti, soprattutto i fotografi che producono migliaia di immagini, nel corso della loro vita non rendono pubblici molti dei lavori che ritengono di secondaria qualità…. ..In genere, però, è raro che nei fondi di cassetti si ritrovino le meraviglie…Alcune opere sono di sublime respiro altre, a ragione, Giacomelli non le aveva considerate se non inquadrature mancate dei suoi racconti visuali …

Chi scrive è stato affettuoso allievo di Mario Giacomelli elevato a sua bontà anche da critico e biografo, poi, con altri ottimi amici e fotografi, suo compagno di poesia (così ha voluto Mario dedicando, ai Fotografi del Manifesto “Passaggio di Frontiera” una serie inedita , in occasione di una occasione di una sua mostra realizzata nel mese di aprile 2000 a Caltagirone dal titolo: ”Interrogando l’anima”, Ed. Lussografica, Caltanisetta.

Confesso che non nascondo le perplessità di fronte a questo evento in quanto come testimone privilegiato, amico, estimatore e studioso di fotografia a mio modesto parere, non si possono confondere le cose mai viste di Mario Giacomelli con quelle che in realtà ha fatto vedere e che hanno trasceso i confini della nostra cultura fotografica e quindi a priori le opere di Giacomelli mai viste, nemmeno presentate da Mario, mi interessano per motivi di studio.

Ma non mi sfugge che questa poteva essere l’ occasione per ricordarlo se non quella di partecipare a manifestazioni volte ad approfondire il senso della sua ricerca quale: i legami con le altre forme espressive; l’importanza (non solo per la fotografia) delle sue invenzioni formali nel togliere o aggiungere realtà negli spazi fantastici dell’interiorità ; la poetica delle tematiche dominanti; questa grande spiritualità; la sensibilità della memoria, il fluire del tempo, il ricordo, la terra che muore, la vecchiaia, l’amore, il ciclo delle stagioni, la natura, e le soprattutto le dominanti caratteristiche del suo stile: perché i neri aperti o i bianchi mangiati o lo sfocato, il mosso, lo sgranato, e il racconto fotografico, (in gergo le serie, il racconto e/o portfolio) la successione delle immagini articolate per pieni, vuoti, per tasselli, per linee, per moduli, per ritmi. Come non parlare delle serie di immagini con cui racconta la poesia di Leopardi, di Edgard Lee Master, di Pavese, di Quasimodo, Corazzini ecc. o dell’intrigante ed incredibile congiunzione che esiste per esempio tra le immagini del volto corroso dal tempo della vecchina dell’ospizio le cui rughe del viso (unica texture con quelle del povero scialle) con quelle lacerazioni inferte dall’uomo alla terra che muore, con le pieghe del taglio degli alberi, con i grovigli dei ferri ritorti, con le linee lunghe ed aguzze taglienti come i presentimenti degli ultimi suoi angoscianti racconti per immagini. D'altronde questi temi sono stati in parte affrontati da Anne Biroleau, allora conservatrice capo della Biblioteca Nazionale di Francia in occasione della mostra: :”Mario Giacomelli. Metamorfosi” (Parigi, B.N.F.,febbraio/aprile2006) e alla quale su richiesta della BNF ha collaborato lo scrivente pensando soprattutto che fosse stata cosa grata allo stesso Mario Giacomelli.

Quindi per mia configurazione mentale, accentuata, forse esasperata, dalla gratitudine, affetto e confidenza che ho avuto con Giacomelli, ho sempre prediletto tra le manifestazioni a suo ricordo, quelle di grande rilievo e spessore critico che possono divulgare la ricerca fotografica italiana.

Giuseppe Cavalli è certamente uno dei più grandi e autentici fotografi mai esistiti. Le sue opere e le sue teorie fotografiche sono state un fulgido esempio della direzione che hanno intrapreso r migliaia di fotografi e il Manifesto della Bussola (1947) ha ribaltato la concezione che l’Accademia aveva della fotografia, portando la fotografia italiana ad essere competitiva con altre importanti Nazioni. Chi scrive fu incaricato in amicizia da Giacomelli a portarsi a Lucera, incontrare la moglie, donna Costanza, i figli Daniele e Mina e presentare una scelta di immagini che furono poi oggetto prima di un libro:”Fotografia”, Adriatica Editrice1990 e poi di una grande Esposizione al San Rocco di Senigallia, voluta allora dal Comune di Senigallia, la prima mostra post morte, forse l’unica allora con il catalogo dal titolo :”Le tre stagioni di Giuseppe Cavalli” , mostra organizzata dall’allora Centro Studi Marche, cooperativa culturale di Senigallia.

Un altro importante fotografo senigalliese , poco conosciuto dal pubblico è Gemmy Tarini. A Senigallia negli anni ’40, Giuseppe Cavalli incontra e fa amicizia con Gemmy Tarini (classe1894), chiamato affettuosamente da Riccardo Gambelli ( un altro importante fotografo senigalliese, l’unico vivente del gruppo Misa) in senigalliese -che si sa è una lingua stroppia tutto, Gimtarri, -che aveva un famoso ingrosso di fotografia a ridosso della Stazione, via Alessandro Poerio punto di ritrovo e di discussione dei fotografi senigalliesi e con il quale Cavalli si incontrava spesso anche per uscite fotografiche comuni. Se siamo città della fotografia per le nostre tradizioni e cultura, perché non ricordare queste occasioni, il fotografo Gemmy Tarini unico senigalliese a comparire come fotografo in con “ La passeggiata”- insieme al lucerino Giuseppe Cavalli e il corinaldese Mario Caràfoli -e altri 112 fotografi italiani- nel prestigioso testo FOTOGRAFIA, Prima Rassegna dell’attività Fotografica In Italia, a cura di. Ermanno Federico Scopinich con Alfredo Ornano e Albe Steiner, Ed.Gruppo Editoriale Domus 1943.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 02-12-2019 alle 12:49 sul giornale del 03 dicembre 2019 - 1240 letture

In questo articolo si parla di cultura, fotografia, enzo carli

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